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di Alice Pisu

Elena Cosma ha imparato a relativizzare qualsiasi cosa, persino la solitudine. Non si rassegna all’idea di non avere un bambino, pur consapevole delle conseguenze sociali nel crescere un figlio da nubile nella Bucarest degli anni Settanta. Di tutti i bambini che ogni giorno come ostetrica fa nascere, scorge dai volti delle madri quelli che sarebbero stati abbandonati in ospedale. Ci si preoccupa meno delle condizioni igieniche per quei parti, allineandosi all’indifferenza generale che avrebbe segnato le sorti di bambini destinati prima all’asilo sino ai tre anni e poi all’orfanotrofio sino ai diciotto.
Sono i “figli del diavolo”, i decreţei, bambini nati a seguito del decreto 770 del 1966 voluto dal regime comunista di Nicolae Ceauşescu. Per favorire la crescita della popolazione, l’aborto e la contraccezione diventano illegali per donne al di sotto dei quarantacinque anni e con meno di quattro figli, contemplando eccezioni solo in caso di stupro o di complicazioni che ne avrebbero compromesso la vita. L’aumento cospicuo delle nascite da gravidanze indesiderate porta migliaia di famiglie piagate dalla miseria ad abbandonare i nuovi nati negli orfanotrofi.
Con Figli del diavolo (trad. Camilla Diez, 66than2nd, 2018, Enfants du diable, Editions du Seuil, 2016) Liliana Lazar racconta le violenze, i soprusi e gli abusi sessuali consumati ai danni di migliaia di minori sino alla fine degli anni Ottanta in Romania. Delinea i contorni di un Paese che cerca di allinearsi alle imposizioni del regime e di ridefinirsi con la sua caduta, il momento scelto dall’autrice per andarsene e trasferirsi in Francia eleggendo quella nuova lingua per le sue opere, a partire dall’esordio Terra di uomini liberi (trad. S. Fornasiero, ed. Marco Tropea).
“Procreate, compagne, questo è il vostro dovere patriottico!”, è il monito di Ceauşescu pronunciato nel febbraio 1984 davanti al Consiglio nazionale delle donne. La creazione di una grande popolazione romena impone l’immagine della madre eroina, che sarà premiata per i figli dati alla sua terra, come accadrà a una contadina per aver messo al mondo undici figli.
Per interrogarsi sul sigificato del privilegio di nascita, Lazar parte dalla vicenda di Damian, il bambino che Elena Cosma crescerà come suo dopo aver dissuaso la madre dall’abortirlo, un privilegio apparente, destinato a trasformarsi in una condanna. La narrazione procede per contrapposizioni: da un lato l’immagine dell'”uomo nuovo”, come il bambino immortalato appena nato tra le braccia di Ceauşescu, o come Damian; dall’altra quella del degrado in cui vivono gli ospiti dell’orfanotrofio aperto a Prigor. In quel sud rurale dove la protagonista sceglierà di trasferirsi, la miseria sembra meno visibile, l’isolamento dato dalla natura equivale a una sorta di protezione dalla repressione politica e la legge è regolata da un sindaco che è anche veterinario e, all’occorrenza, medico di base, Miron Ivanov.
Nel terrore di perdere quel “figlio di Dio”, Elena estranea Damian dalla comunità, tenendolo chiuso in casa o nell’automobile, mentre lavora. Passa le sue sere a pregare davanti a “un’icona dai contorni incerti come l’avvenire”, nella speranza di “impedire all’ineluttabile di verificarsi”. Da quella Dacia verde Damian osserva il mondo come attraverso un prisma deformante: da quei vetri vede i volti degli ospiti della Casa per bambini di Prigor che si assiepano attorno a lui. Sono malnutriti, sporchi, hanno vestiti logori che a mala pena coprono le parti intime, hanno disturbi nel linguaggio, nella crescita, nel comportamento, subiscono vessazioni continue dagli educatori che reprimono le agitazioni con i manganelli. Ormai incapaci di piangere, gemono appena. Le loro giornate scorrono tra le stanze di quella che originariamente era l’antica prigione reale ai margini del bosco, nascoste agli occhi del mondo. Tra loro si aggiunge Laura, che dal momento in cui entrerà nella casa per bambini, dovrà fare fronte al dolore per la morte dei genitori e ai maltrattamenti subiti, finendo col perdere la ragione e identificarsi nella fiaba di Hänsel e Gretel che suo padre le raccontava per farla addormentare. Come nella storia, la bambina inizia a grattare i muri con la forchetta per mangiarne i pezzi di nascosto. Le diagnosticheranno una forma di schizofrenia con deliri di persecuzione: cercherà di sopravvivere nel solo intento di rivalersi delle vessazioni subite.
Lazar traccia le contraddizioni sociali nell’aderenza alle norme imposte dal regime per giustificare soprusi da chi riveste un ruolo di potere, dal sindaco al direttore dell’orfanotrofio. Racconta le angherie autorizzate nell’esercitare il controllo sulle donne fertili, resa nel modo diligente e distaccato con cui la protagonista compie quelle visite davanti al ritratto del Conducător senza esitare a denunciare ogni tentativo di aborto e ottenere, così, una medaglia al merito del Lavoro. “Mettersi nude davanti al ritratto di Ceauşescu rappresentava già di per sé una prova durissima. Poche erano quelle che posavano gli indumenti su una sedia, quasi tutte preferivano tenerli in mano, per tentare di nascondere la propria nudità. Quando si stendevano sul lettino, con le gambe sulle staffe, sentivano lo sguardo del presidente affondare tra le loro cosce”.
Lazar usa la prospettiva della piccola realtà rurale di Prigor per alzare il velo sulla diffusione dell’Hiv veicolata dalle microtrasfusioni eseguite negli istituti di Stato su bambini particolarmente debilitati e sulle modalità di adozione verso l’estero, che si moltiplicheranno a partire dal 1990. E raccontare gli sconvolgimenti degli ultimi decenni del Novecento, dagli esiti del disastro di Chernobyl a quelli della Grande Rivoluzione del 1989 resa nelle immagini della bandiera nazionale ritagliata al centro per eliminarne il riferimento comunista e del manifesto “Una vita migliore! Viva il partito!” strappato dalla facciata del municipio alla notizia della morte del “Genio dei Carpazi”.
Non esiste redenzione per chi è incapace di compassione, mostrano i personaggi delle storie di Lazar. Il simulacro del dramma che continua a consumarsi per anni tra connivenze e indifferenza per le sorti di migliaia di bambini, è richiamato dall’immagine del cimitero limitrofo all’orfanotrofio di Prigor. La protagonista osserva dalla finestra quel luogo dove nessuno si reca mai a raccogliersi e si ricorda di una bambina che trovava proprio nel cimitero l’unico rifugio, perché lì nessun grido e nessuna violenza avrebbero potuto turbare la quiete della morte. Quella moltitudine di croci senza nome che Elena osserva dalla finestra, tra sepolture improvvisate in cassette della frutta riadattate, nasconde le sorti di bambini di cui nessuno vuole portare memoria, i figli del diavolo.

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