Il tempo di sua grazia

di Stefano Trucco

Nel 1974 l’assegnazione del Nobel per la Letteratura fu particolarmente contestata. Un piccolo scandalo, in effetti.
Ora, io ho una certa simpatia per il Premio Nobel, specie per quello per la Letteratura. Se non ci fosse bisognerebbe inventarlo, come gli Oscar. Permette a centinaia di letterati ‘contro’ e giornalisti culturali e influencer di sfidare impunemente l’Autorità in nome della ‘Vera Letteratura’, cioè dei loro gusti personali o della chiacchiera di gruppo (il Nobel a Borges! Il Nobel a Roth! Il Nobel a Ellroy!) o dei principali uffici di marketing editoriali.
C’è qualcosa di simpaticamente anacronistico nell’idea che ad assegnare il principale premio letterario del mondo sia un gruppo di anziani accademici svedesi con le loro manie e antiquati pregiudizi, invece che la Rete, con i suoi pregiudizi nuovi di zecca, o un accordo spartitorio fra le principali case editrici o un sondaggio telefonico fra gli spettatori. Di sicuro, fosse organizzato diversamente, non vedremmo Nobel assegnati a poeti (come la Szymborska o Walcott o Heaney o Montale o…) o a scrittori francesi che nessun compilatore di classifiche di vendita ha mai sentito nominare (vi ricordate quando diedero il Nobel a Patrick Modiano e tutti fecero la stessa battuta sulle carte da gioco?). In breve, ho da tempo imparato a diffidare da chi disprezza il Nobel per la Letteratura.
Del resto, quest’anno, che il vero Nobel non è stato assegnato per l’ennesimo scandalo a sfondo sessuale, si sono messi su una serie di Nobel alternativi e autoconvocati che hanno lasciato il tempo che trovavano.
Chiaro che si può criticare con ragione qualsiasi istituzione umana e le sue decisioni. A me, per esempio, piacerebbe che si premiasse anche la saggistica, come si faceva un tempo, con Mommsen e Bergson e Russell. E in generale che certe scelte, con tutta la simpatia, sono proprio discutibili.
Come, appunto, nel 1974, quando a vincere il Nobel furono, ex aequo, due scrittori svedesi poco noti fuori dalla Scandinavia, Eyvind Johnson e Harry Martinson. Lo scandalo stava però nel fatto che i due erano membri dell’Accademia, cioè dell’ente che i Nobel li assegnava. In pratica se l’erano dato da soli e questo in effetti non è proprio il massimo della trasparenza o anche solo del bon ton.
Però l’altro giorno, rimettendo i libri a scaffale nella biblioteca dove lavoro, mi è capitato fra le mani un romanzo Iperborea, la casa editrice di letteratura del nord Europa che per me è garanzia di qualità, Il tempo di Sua Grazia, proprio del famigerato Eyvind Johnson. Il tema mi interessava: è un romanzo storico ambientato nell’Italia longobarda, soprattutto in Friuli, nella città di Forum Iuli, oggi Cividale, che diede poi il nome alla regione. I Secoli Bui non sono bui per niente: due secoli di dominio su gran parte dell’Italia e non se ne sa quasi nulla, un territorio narrativo praticamente inesplorato, a parte l’Adelchi di Alessandro Manzoni.
Beh, è stato uno dei più bei romanzi, storici o meno, che io abbia letto negli ultimi anni. C’è tutto quello che ci aspettiamo da un romanzo storico (o da un romanzo tout court) – guerre, combattimenti, inseguimenti, intrighi, amori, usi e costumi sconosciuti e esotici – ma narrati attraverso una sensibilità da dopoguerra (è del 1960), direi quasi esistenzialista, in cui si sentono gli echi di Mann e Herman Hesse, di Sartre e Camus, di Orwell e Koestler, ma al tempo stesso intesamente personale.

Il tempo di Sua Grazia, di Eyvind Johnson

La storia inizia con un pezzo di bravura da togliere il fiato, la descrizione di una tempesta sul mare Adriatico nell’anno 775, tempesta che finisce per arrivare a Foroiuli, disturbando il camino della casa di Bertoald Lupigis, dove dei nobili longobardi stanno organizzando una rivolta contro i dominatori franchi di Carlomagno e il giovane Johannisperto Lupigis segnala il suo amore per la figlia del Duca, Angila, promessa al suo fratello maggiore Warnefrit.
La rivolta fallirà miseramente e la famiglia Lupigis verrà spazzata via, sparsa per l’Europa, finché Johannisperto, ora segretario della cancelleria imperiale, non riuscirà a ripercorrerne le tracce e riunirla per quanto possibile.
Alle gioie del classico romanzo storico si uniscono i più sobri piaceri del romanzo moderno: narratori multipli e inaffidabili, monologhi interiori e flussi di coscienza… Il cast di personaggi è affollato ma non troppo, così che praticamente tutti i personaggi hanno il tempo e il modo di mettersi in luce e dimostrarsi a tutto tondo, secondo la nota distinzione di E. M. Forster fra personaggi piatti e a tutto tondo. Il realismo, a tratti veramente crudo, si sposa alla perfezione con simboli che ritornano lungo tutto il romanzo – la ginestra, la tempesta, il dito rotto, il fossato, il tizzone di brace, le prigioni sotterranee, la valanga… E se non c’è traccia di mitologie nordiche ci sono i miracoli dei santi, incontri con Satana e storie di contadini che volano verso la Luna.
In più Johnson, di origini proletarie e da sempre scrittore ‘impegnato’ (parola oggi demonizzata a intermittenza, Sarte cattivo/Camus buono e simili) di sinistra anticomunista, fa chiaramente un discorso sul potere politico nell’epoca delle guerre mondiali e dei totalitarismi, inconfondibile ma senza alcun anacronismo – siamo al tempo stesso, senza cesure, sia nell’Europa di Hitler e Stalin che in quella di Carlomagno e Adelchi.
E soprattutto pathos, pathos, pathos – non precisamente una cosa abituale nei romanzi modernisti. Verso la fine Johnson sembra prepararci un finale inaspettatamente hollywoodiano e ne siamo commossi nostro malgrado. Non accadrà ma il finale che ci è riservato è altrettanto bello, più triste ma altrettanto giusto e commovente.
C’è pochissimo altro di Eyvind Johnson tradotto in italiano e quel poco, eccetto Il Tempo di Sua Grazia, da tempo fuori commercio. Ma a giudicare da quest’unico romanzo il Nobel se lo meritava ampiamente – e che poteva farci se faceva parte del comitato che lo assegnava? Sarebbe stata un’ingiustizia non darglielo, secondo me.

Annunci