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Davide Martirani è un personaggio sorprendente; perugino di nascita e romano d’adozione, ha frequentato un dottorato a Londra e ha studiato il cinese mandarino a Taiwan. Ha iniziato a lavorare presso un’agenzia di comunicazione, poi ha collaborato con la Scuola di scrittura Omero prestandosi anche come traduttore dall’inglese. Attualmente insegna materie letterarie in una scuola paritaria della capitale e quando non sta in mezzo ai libri suona Bob Dylan con la chitarra.
Il suo manoscritto è arrivato in finale alla 30° edizione del Premio Italo Calvino ed è stato pubblicato a ottobre con il titolo Come si sta al mondo dalla casa editrice Quodlibet.
Con questo romanzo Davide ha dimostrato di saper trattare i conflitti dell’anima con una scrittura precisa e calibrata, senza cedere alla tentazione di elargire risposte o dispensare soluzioni. Come si sta al mondo è il ritratto profondo e toccante di una donna che lotta contro le pulsioni e i desideri, contro ciò che lei ritiene essere il male, portando il lettore a interrogarsi sulle proprie convinzioni al di là dei pregiudizi e dei concetti preconfezionati.

Iniziamo dalla protagonista, Maria, donna dell’Est che lavora come badante. Spesso gli esordienti scelgono di raccontare qualcuno del loro stesso sesso, tu invece hai scelto di cimentarti con un personaggio femminile. Perché?
In generale ho la tendenza a non usare personaggi che mi somigliano. Non è nemmeno una scelta, semplicemente trovo più interessante calarmi in situazioni e contesti molto lontani dal mio vissuto, o che nel mio vissuto sono entrati in modo laterale ed episodico, lasciando però qualcosa che ha attecchito ed è rimasto a crescere.
Maria – come gli altri personaggi di cui ho scritto prima e dopo questo libro – si è presentata da sé: un giorno ho sentito di voler scrivere la storia di una ragazza che parlava con il diavolo, e questo era tutto ciò che sapevo. Così è nato un racconto sghembo, senza finale, che è rimasto incompiuto per molto tempo finché non l’ho ripreso per trasformarlo in romanzo. Ci ho messo più di un anno per capire davvero chi fosse Maria e cosa avesse di tanto importante da dirmi.

La storia del tuo romanzo si appiglia in qualche modo a un episodio di natura sessuale vissuto dalla protagonista in giovanissima età, perciò si potrebbe pensare che il diavolo nella sua testa sia scaturito dal richiamo della carne. È per questo che l’hai chiamata Maria?
In realtà ho scelto il suo nome senza riflettere, ma senza esitazioni: me ne stupisco ancora oggi, perché è un nome che uso e sento di rado, che non mi è familiare e che invece, andando avanti nella scrittura, si è rivelato perfetto per lei.
Il diavolo è, per dirla con Cioran, “la tentazione di esistere”, il grande “sì” detto alla vita in tutto ciò che ha di glorioso e terrificante. Il richiamo della carne, in questo senso, è l’aspetto più primitivo ed evidente di un movimento che è – insieme – accettazione del mondo e affermazione di sé stessi sul mondo e sugli altri (con tutti i connotati di sopraffazione insiti in una simile dinamica). Maria sente che vivere è – per sua stessa natura – un atto violento, quindi si ritrae spaventata da ciò che vede al di fuori di sé, ma soprattutto da ciò che sa di avere dentro di sé e che la accomuna agli altri.

Fare la badante significa dedicare il proprio tempo a chi è debole, vecchio, solo, a chi magari si incattivisce nel dolore o nella paura della morte per consunzione. Quale ruolo ha questo lavoro nell’evoluzione di Maria?
Maria ha bisogno della fatica e del lavoro per rendere fiacco il corpo e ottusa la mente, per dimenticarsi di essere viva. Ma l’impiego da badante non funziona, perché più della fatica fisica richiede il confronto costante con le bizze e i dolori di una creatura – la De Siervo – che è la quintessenza di tutto ciò che Maria trova immorale e repellente: il desiderio – reso più audace e impudico dalla vecchiaia – di assoggettare il mondo alla propria volontà. E Maria, nonostante i suoi tentativi di soffocarlo, ancora avverte il bisogno di essere amata, di sentirsi almeno una volta leggera e senza pensieri come le sue coetanee. Non è pronta ad annullarsi completamente nel lavoro.
Una possibilità di redenzione si intravede invece nel finale, ma perché nel mezzo Maria ha sperimentato il mondo e ne è fuggita forse definitivamente. L’epilogo riavvicina Maria a uno dei suoi modelli in negativo, la Félicité di Un coeur simple, lei sì autenticamente umile, e per questo capace di trovare la beatitudine nell’abnegazione del servizio.

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Come hai detto tu, la protagonista trova una sorta di redenzione nel finale grazie al rapporto con altre personalità femminili. Una di queste è senz’altro la signora Emma.
Ci sono due personaggi a loro modo speculari, Emma – l’anziana signora vittima della brutalità del marito – e Betty – la prostituta che aiuta Maria e la prende in casa con sé. Entrambe offrono a Maria un’apertura, la possibilità di uno sguardo meno asfittico e disperato sulla vita; la loro stessa esistenza dovrebbe dimostrarle che sbaglia a considerare il mondo come una foresta di belve, perché se la realtà del male è innegabile non per questo il bene smette di esistere. Infatti nel finale, grazie alla vicinanza della signora Emma, il diavolo ritorna con un’aria assai più fioca e dimessa, reso inoffensivo dalla presenza confortante dell’anziana di buon cuore.
O almeno, questa è una delle interpretazioni possibili.
Perché può anche darsi che in questa storia sia il diavolo la parte sana, quella affamata di sensazioni e di piaceri, che non ha paura di mettersi in gioco in mezzo agli altri e che Maria riesce a scacciare solo al prezzo di rinunciare per sempre alla felicità terrena (lei che alla felicità celeste non crede).

Infine compare la natura, che permette a Maria l’inizio di un ritorno al sentire.
Il paesaggio di campagna che fa da sfondo al finale ribalta l’atmosfera urbana, chiusa e opprimente, in cui i personaggi si sono mossi fino a quel momento. C’è indubbiamente un senso di liberazione che nasce dalla distanza, dal trovarsi improvvisamente lontani dal frastuono dell’esistenza. Se l’inferno sono gli altri, un assaggio di paradiso si può trovare forse nella solitudine. Ma più che altro, per Maria, l’alveo della natura offre un rifugio dove fermarsi e recuperare le forze, permettendo che la vita si riaffacci in lei spontaneamente, un po’ per volta, nei gesti minimi quotidiani – fare la spesa, pulire i carciofi – fino a culminare in quella forsennata corsa solitaria in bicicletta, che è la sua forma – furibonda e discreta a un tempo – di affermare “ebbene sì, anch’io esisto”.

Usciamo un attimo dalla trama e dal personaggio; quanto hai lavorato sul linguaggio scrivendo questo romanzo?
La lingua di Come si sta al mondo è il risultato di vari anni trascorsi nel tentativo di ripulire la mia scrittura da ciò che mi suonava troppo “rotondo”, troppo compiuto. È una lingua che tenta – nei limiti delle mie capacità – di addensare e di sottrarre, di schivare le soluzioni più ovvie per imporre al lettore un passo lento e costringerlo a soffermarsi sul suono e sul ritmo, oltre che sul significato.
Non ho mai avuto dubbi sulla terza persona – la preferisco perché rende più plausibili le varietà di tono – mentre ho penato parecchio nel fissare la struttura della narrazione, che per un certo periodo mi era esplosa tra le mani e aveva trasformato il libro in un racconto tripartito in cui venivano seguiti lungamente anche i personaggi di Don Umberto e di Arturo. Ma al di là di questo, la difficoltà maggiore è stata quella di dovermi ripetere giorno dopo giorno che sì, aveva senso scrivere un libro del genere e non era follia pensare che potesse interessare ad altri oltre che a me.

Come mai uno come te, che lavora con i libri e con l’editoria, ha scelto di passare attraverso il Premio Italo Calvino invece di percorrere altre strade per arrivare alla pubblicazione?
In realtà il mio lavoro di editor – che risale a una decina di anni fa – è stato breve e poco significativo. Non ho mai avuto rapporti stretti coi “pezzi grossi” dell’editoria e questo Premio mi è sembrata la via più accessibile per ottenere una qualche visibilità. Sono stato grato al Calvino e ai suoi lettori per la segnalazione che hanno accordato a una mia antica raccolta di racconti (era la 25° edizione del concorso) e il ricordo della bella scheda di lettura mi ha spinto a riprovarci col romanzo.
Così adesso il libro è pubblicato, però devo dirti che me ne rendo conto solo quando qualcuno – che sia un vecchio compagno di scuola o uno sconosciuto su internet – mi scrive per dire “mi è piaciuto tanto questo”, oppure “secondo me qui non funziona”. Insomma, il libro esiste fisicamente ma per me è vivo solo nei momenti in cui una persona lo legge e sente che dentro qualcosa si muove.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May

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