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Oggi presentiamo il quattordicesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro appassionato palinsesto sulla Proposta di premi fatta dall’Accademia dei Sillografi* firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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L’Accademia dei Sillografi continuamente intenta, secondo il suo scopo fondante, a procurare con ogni sforzo l’utilità comune, e stimando nulla essere più adatto ad ottenerla che aiutare e promuovere gli andamenti e le inclinazioni

Del fortunato secolo in cui siamo,

come dice un poeta illustre, ha preso a considerare diligentemente le qualità e il carattere del nostro tempo e, dopo lungo e maturo esame, si è risolta a poterlo chiamare ‘Età delle macchine’, non solo perché gli uomini d’oggi vanno avanti e vivono con l’ausilio delle macchine forse più di tutti quelli del passato, ma anche tenendo conto del numero enorme di macchine appena inventate e adattate o che ormai ogni giorno si inventano e si adattano a così tante e diverse funzioni, che ormai si può dire che non gli uomini, ma le macchine trattano le cose umane e producono le opere della vita. Del che la suddetta Accademia si compiace al massimo, non tanto per le comodità evidenti che ne risultano, quanto per due considerazioni che giudica essere importantissime, quantunque di solito non percepite.
Una è che ella confida che in progresso di tempo le funzioni e gli usi delle macchine, oltre che alle cose materiali, servano anche a quelle spirituali; talché, come per virtù delle macchine siamo già liberi e sicuri dai danni di fulmini e grandine, e da molti simili mali e spaventi, così via via si trovino, per esempio (e ci si passino i neologismi), qualche parainvidia, qualche paracalunnie o paraperfidia o parafrodi, qualche filo di salvezza o altro congegno che ci scampi dall’egoismo, dal predominio della mediocrità, dalla prospera fortuna degl’insensati, dei disonesti e dei vili, dall’universale indifferenza verso i saggi, gli onesti e i magnanimi e che li preservi dalla povertà e li salvi dagli altri simili danni, i quali da parecchi secoli in qua sono più difficili da evitare di quanto non furono gli effetti dei fulmini e delle grandini. L’altra ragione, e la principale, è che, disperando i più grandi filosofi di potersi mai curare i difetti del genere umano, i quali, come si crede, sono assai più forti e numerosi delle virtù; e reputandosi per certo che sia più facile rifarlo di tutt’altro stampo, o sostituirlo con un’altra specie che emendarlo, perciò l’Accademia dei Sillografi reputa quanto mai opportuno che gli uomini si distolgano più che si possa dagli impegni della vita, e che a poco a poco lascino il campo alle macchine. E, decisa a concorrere con ogni suo potere all’avanzata verso questo nuovo ordine delle cose, propone per adesso tre premi a quelli che inventeranno le tre macchine di seguito descritte.
Scopo della prima sarà di forgiare un amico che non critichi e non si faccia beffe dell’amico assente; non smetta di sostenerlo quando sente altri criticarlo o canzonarlo; non anteponga la fama di acuto e di mordace, e l’ottenere il riso degli uomini, al debito dell’amicizia; non divulghi, o per aver qualcosa da raccontare o di cui vantarsi o per qualunque altro motivo, il segreto affidatogli; non approfitti della familiarità e della confidenza dell’amico per soppiantarlo e prevaricarlo più facilmente; non sia invidioso dei vantaggi di quello; abbia cura del suo bene e di ovviare o di riparare ai suoi danni, e sia pronto alle sue richieste e ai suoi bisogni altrimenti che con parole. Inoltre, nel comporre questo automa, si avrà occhio ai trattati sull’amicizia di Cicerone e della Marchesa di Lambert. L’Accademia pensa che l’invenzione di siffatta macchina non debba essere giudicata impossibile e neppure troppo difficile, atteso che, a parte gli automi del Regiomontano, del Vaucanson e di altri, e di quello che a Londra disegnava figure e ritratti e scriveva quanto da chiunque gli era dettato, s’è vista più d’una macchina capace di giocare a scacchi. Ora, a giudizio di molti savi, la vita umana è un giuoco, ed alcuni affermano che è cosa ancor più lieve, e che il giuoco degli scacchi è più razionale, e le sue possibilità più accortamente ordinate, di quelle della vita. La quale, poi, non avendo più sostanza che il sogno di un’ombra, come dice Pindaro, deve pur essere gestibile da un automa sveglio. Quanto alla parola, pare non si possa dubitare che gli uomini abbiano facoltà di comunicarla alle macchine che costruiscono, com’è noto per vari esempi, e in particolare da ciò che si legge della statua di Mennone e della testa fabbricata da Alberto Magno, la quale era tanto loquace che venne in odio a san Tommaso d’Aquino, che la ruppe. E se il pappagallo di Nevers, malgrado fosse una bestiolina, sapeva rispondere e discorrere a proposito, quanto maggiormente è da credere che possa fare lo stesso una macchina immaginata dalla mente dell’uomo e costruita dalle sue mani! La quale però non dev’essere linguacciuta come il pappagallo di Nevers ed altri simili, che si vedono e sentono tutto il giorno, né come la testa fatta da Alberto Magno, non essendo conveniente che infastidisca l’amico e lo spinga a fracassarla. L’inventore di questa macchina riporterà in premio una medaglia d’oro del valore di quattrocento zecchini, la quale da una parte raffigurerà Pilade e Oreste, dall’altra recherà il nome del premiato col titolo: PRIMO REALIZZATORE DELLE FAVOLE ANTICHE.
La seconda macchina dev’essere un uomo artificiale a vapore, adatto e costruito per realizzare opere virtuose e magnanime. L’Accademia reputa che i vapori, poiché altro mezzo non pare che vi si trovi, debbano essere adatti a infervorare un semovente e a indirizzarlo agli esercizi della virtù e della gloria. Quegli che intraprenderà a fare questa macchina, legga i poemi e i romanzi, sui quali dovrà regolarsi circa le qualità e le azioni che si richiedono a questo automa. Il premio sarà una medaglia d’oro del valore di quattrocento cinquanta zecchini, con stampata sul dritto qualche immagine significativa dell’età d’oro e sul rovescio il nome dell’inventore della macchina con questo titolo, ricavato dalla quarta egloga di Virgilio, QVO FERREA PRIMVM DESINET AC TOTO SVRGET GENS AVREA MVNDO.
La terza macchina deve essere costruita come la donna immaginata in parte dal conte Baldassar Castiglione, che la descrisse nel Cortegiano, in parte da altri, i quali ne ragionarono in vari scritti che si troveranno senza fatica, e si dovranno consultare e seguire, come pure quello del Conte. Neppure l’invenzione di questa macchina apparirà impossibile agli uomini dei nostri tempi quando pensino che Pigmalione, in tempi antichissimi ed estranei alle scienze, poté fabbricarsi con le proprie mani la sposa che è ritenuta la donna migliore esistita fino ad oggi. Si assegnerà all’autore di questa macchina una medaglia d’oro del valore di cinquecento zecchini, sulla quale da una parte sarà raffigurata l’araba fenice del Metastasio, posata su una pianta di specie europea, dall’altra parte sarà scritto il nome del premiato col titolo: INVENTORE DELLE DONNE FEDELI E DELLA FELICITÀ CONIUGALE.
L’Accademia ha decretato che alle spese necessarie per questi premi si provveda con quanto fu ritrovato nella sacchetta di Diogene, che è stato segretario dell’Accademia, o con uno dei tre asini d’oro che furono di tre Accademici sillografi, cioè di Apuleio, del Firenzuola e del Machiavelli; le quali cose pervennero tutte ai Sillografi per testamento dei suddetti, come si legge nella storia dell’Accademia.

NOTA: * Compositori di silli. Il sillo è un genere letterario dell’antica Grecia, parodico, con scopi polemici, solitamente in versi (nota della curatrice).

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