Miriam Toews, Donne che parlano

di Alice Pisu

Nella poesia Il filo del bucato, un bambino immagina che i panni stesi al sole dalla madre abbiano una voce e si scambino messaggi con quelli delle abitazioni dei vicini. È il 2008 e nella colonia mennonita boliviana di Manitoba si mormora appena delle violenze sessuali subite per quattro anni da oltre centotrenta donne e bambine, la più piccola di tre anni. Narcotizzate con spray veterinario, le vittime si risvegliano con segni evidenti di torture subite, ma incapaci di dare un volto ai responsabili, ritenuti, dal pastore della comunità, demoni nelle sembianze di fantasmi. Si parla anche di “sfrenata immaginazione femminile” usata per coprire adulteri. Solo nel 2011 otto uomini vengono condannati dal tribunale, ma le violenze continueranno anche anni dopo.
Con Donne che parlano (trad. Maurizia Balmelli, 2018, 253 pp., €18, Marcos y Marcos, Milano, Women Talking, 2018, Faber), Miriam Toews riporta alla luce una drammatica storia vera per dare forma a un romanzo che si propone, al contempo, come risposta narrativa a quei fatti e atto di immaginazione femminile, come sottolinea nella nota. “Siamo nel mondo ma non del mondo”, ricorda una delle protagoniste, riprendendo uno dei cardini del pensiero mennonita, la cui dottrina è incentrata su pacifismo, carità e povertà, anche nel rifiuto del mondo esterno nell’isolamento comunitario.
Nel rigido patriarcato che presiede alla gestione di colonie che si sostentano prevalentemente con l’allevamento, le donne subiscono pesanti limitazioni di espressione e devono sottostare ai dettami imposti da figure che rappresentano al contempo l’ordine sociale e la guida morale e religiosa. Tra le poche immagini note, quelle del fotogiornalista catalano Jordi Busqué che trascorse dieci anni a visitare una ventina di colonie mennonite per documentare la vita del gruppo religioso emigrato dall’Europa cinquecento anni fa.
Una realtà poco trattata in letteratura e nel cinema, con rare eccezioni come Stellet Licht di Carlos Reygadas, Premio della Giuria al 60° Festival di Cannes, che vede Miriam Toews protagonista nella sua unica esperienza come attrice. L’esito di quella prova sarà il romanzo Mi chiamo Irma Voth. Rigore e privazioni che la scrittrice canadese conosce da vicino, essendo nata in una comunità mennonita che lascerà a diciott’anni per andare a vivere a Montréal. Torna a parlare di quel mondo nell’ultimo romanzo, scegliendo però la prospettiva di un uomo, che permetterà al lettore di interrogarsi anzitutto sulla possibilità di una reale salvezza, emancipandosi da un senso di colpa legato alla nascita per cercare il proprio senso nel mondo rintracciando nella verità e nella parola l’unica strada possibile.
È ciò che accade alle donne protagoniste, e al contempo a quell’uomo, August Epp, che prima di tornare nella colonia mennonita di Molotschna, lasciata anni prima a seguito della scomunica dei genitori, era a un passo dal togliersi la vita. Elaborerà il senso della sua esistenza attraverso il distacco, la vita in Inghilterra e il ritorno. La salvezza che inizialmente crede di rendere possibile per quelle donne accettando di redigere i verbali delle loro riunioni segrete, in realtà diventa la propria, scegliendo di vivere e di portare avanti principi di verità e giustizia da insegnare, come maestro, ai futuri uomini di quella comunità.

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Miriam Toews –  credit: Carol Loewen

Diviso in quattro sezioni, il romanzo si sviluppa in due giornate dove il tempo è scandito unicamente da ciò che precede e segue le riunioni femminili tenute in segreto in un fienile. Le donne della colonia discutono sulla risposta da dare alle violenze subite, ipotizzando tre possibilità, rese per immagini essendo analfabete: non fare nulla (un orizzonte vuoto); restare e combattere (un duello di spade); andarsene (un cavallo immortalato da dietro). “La maggior parte di noi si scarica dalla responsabilità di cambiare romanticizzando il proprio passato. Dopodiché vive libera e felice, o se non del tutto felice comunque senza grandi tormenti”, si sentirà dire August, ed è ciò che le donne di Molotschna intendono scongiurare, consce del peso di ogni scelta, anche nell’andarsene. Gli interrogativi che le protagoniste si pongono e che, attraverso August, rivolgono indirettamente al lettore, sono i grandi temi che innervano il romanzo: il significato del perdono; i diritti fondamentali che esigono per sé e per i propri figli; la condizione di vittima; l’odio necessario alla sopravvivenza; il senso del posto dell’essere umano nel mondo; la possibilità di una reale espiazione solo liberandosi dal fardello della colpa; l’opportunità, ignota sino ad allora, di essere artefici del proprio destino. “Siamo donne senza voce. Siamo donne fuori dal tempo e dallo spazio, non parliamo nemmeno la lingua del paese in cui viviamo. Siamo mennonite senza una patria. Non abbiamo niente a cui tornare, a Molotschna perfino le bestie sono più tutelate di noi. Tutto quello che abbiamo sono i nostri sogni – per forza che siamo sognatrici”.
Scegliere di restare in una comunità in cui da anni si consumano violenze pensando di combatterne il sistema interno può implicare non solo subirne la sconfitta, ma minare il principio fondante della fede mennonita: il pacifismo. Il timore delle vittime è di fomentare altro male, oltre a rischiare di subire ulteriori angherie ed essere costrette al perdono nei confronti degli uomini per ottenere quello di Dio.
Pur affondando in una vicenda drammatica, la scrittura di Toews si muove alternando accenti ironici al tono tragico degli eventi, nell’intento di non soffermarsi unicamente sulla descrizione dello sconforto vissuto dalle vittime e delle diverse risposte alle violenze subite, ma restituire il ritratto più ampio di una parte della società mennonita femminile. Così, accanto ai grandi temi oggetto delle accese discussioni consumate in quei due giorni, si inseriscono descrizioni di particolari come la dentiera sbattuta sul tavolo perché troppo grande per la bocca dell’anziana che la riceve in regalo, o dettagli caratteriali che determinano l’indole rivoluzionaria di alcune protagoniste e quella sognatrice o pragmatica di altre.
E se la famiglia rappresenta uno dei grandi temi della sua intera produzione letteraria, con Donne che parlano Toews arriva a ipotizzare la possibilità, per le sue protagoniste, di staccarsi da quel nucleo originario per provare anche a vedere se stesse a prescindere da ruoli e convenzioni. Una scelta che assume una valenza maggiore perché immaginata in una realtà conservatrice e rigida come una colonia mennonita e presa da donne che provano per la prima volta a prendere il controllo della loro vita.
L’intera narrazione è accompagnata da descrizioni di sogni e ricordi di storie antiche che hanno come protagonisti gli animali, come in una sorta di insegnamento originario da cui basarsi per comprendere la propria natura umana. In tal senso, uno dei grandi temi del romanzo su cui le protagoniste si interrogano risiede nel significato dell’essere vittima, il peso delle responsabilità indirette nel silenzio e nell’omertà, e il concetto di innocenza in rapporto alla brama di potere esercitata sulle donne. Solo nel raggiungimento della propria emancipazione potranno chiedersi chi sono, ritiene una di loro. Prima di allora occorre fissare quelle priorità che diventeranno, per quel gruppo di donne umiliate e sottomesse, un manifesto: proteggere i propri figli e avere il diritto di pensare.
La scrittura assume un ruolo fondamentale perché favorisce l’elaborazione, per le protagoniste, di un proclama rivoluzionario che è anzitutto una rivendicazione di diritti fondamentali raggiungibili solo provando a scardinare una posizione di sudditanza femminile e, al contempo, permette a chi stende i verbali di connettere quelle riflessioni al mondo esterno. August ascolta quelle discussioni e intanto pensa a Coleridge per i principi dell’educazione basati sull’abituare la mente alla “precisione intellettuale e alla verità”; ritrova Montaigne nelle descrizioni della paura di affrontare l’incertezza dell’ignoto; ricorda Rabbia impotente di Flaubert riflettendo sulla deriva della promessa amorosa nella violenza. Quelle donne totalmente ignare del mondo esterno, analfabete e incapaci di leggere una mappa, insegneranno a quell’uomo che si credeva perduto che la conoscenza è una forma di resistenza e che la fede è azione.
La rivoluzione che prende forma tra le pagine risiede, ancor prima della scelta o meno di partire, nel cambiamento messo in atto anteponendo finalmente le proprie priorità come donne e madri, all’interpretazione di un volere divino filtrata e imposta dalla visione altrui. Una rivoluzione che, nel silenzio di un fienile, Toews immagina per dare voce a donne che decidono di slegarsi dalla condizione di vittime per provare con forza a ribaltare le proprie sorti e essere altro rispetto a quel “Siamo solo donne che parlano”.

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