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“Ho sempre creduto, signore, che ciò che ognuno ha di buono sia sufficiente per meritarsi la salvezza”. Il sottotolo di Lune di miele di Chuck Kinder (trad. di Giovanna Scocchera, Fazi, pp. 429, € 17) è Precauzioni per l’uso. E in effetti, nella scapigliata California degli anni Settanta in cui è calata la vicenda, come su una “folle carovana di ubriaconi e di uomini cresciuti ma con soprannomi da ragazzini”, conosciamo una doppia coppia di coniugi sui generis che, tra bugie stellari e un luna park di sogni irrealizzabili e d’imprese folli scambiate per obiettivi, sperimenta le vie labirintiche della vita, dell’amicizia e dell’amore. Dietro ai personaggi della vicenda, Ralph Crawford e Jim Stark (che di mestiere fanno gli scrittori), si celano due giganti della letteratura americana, nientepopodimeno che Carver e lo stesso Kinder. Ci sono amori irti di tradimenti, di ostacoli e di litigi assurdi, ci sono spinelli, e c’è un fiume di alcol che scorre, sempre, in maniera quasi comica se non fosse che il gin o il whiskey sono il correlativo oggettivo di una vita amara, eccessiva, eccezionale. Ralph e Jim si sposano e i loro sono matrimoni meravigliosamente catastrofici e la paternità, quando c’è (è il caso di Ralph), si riduce a un episodio deludente della loro carriera di uomini alla James Dean, solitari e depressi, eroici e esagerati. E le donne – pure loro – sono esseri magnetici, imprevedibili e mirabilmente capricciosi: così è Judy, la prima moglie di Jim, che se ne va con l’amante, e poi la bellissima Lindsay che dal Montana giunge in California “con quei suoi fumosi occhi grigi da canzone country”, e Alice Ann, infine, orfana, violentata dal patrigno, e cresciuta nella convinzione che il mondo fluttui nell’energia cosmica che viene a noi dall’universo. Sono vite sull’orlo di un fallimento che diventa stile di vita, sono situazioni che si gonfiano parossisticamente fino alla tragedia per poi prostrarsi, con tagliente ironia, in primarie conquiste esistenziali che sfiorano l’orlo della realtà e lasciano in chi le vive un deposito di saperi: che la speranza è indistruttibile, che in amore non si finisce mai di imparare, che il destino è un’assurda salsa cosmica e che occorre scovare dei modi di abitare nei propri sogni a occhi aperti. Non solo: Lune di miele è una celebrazione della scrittura che giustifica e rende eroiche le sconfitte, e che rappresenta il gesto di riscatto – come in una sorta di Decameron della California acida e della cultura hippie – rispetto ai dolori e alle bassezze di esistenze degne, però, di essere vissute, fosse soltanto per raccontarle.
Chuck Kinder ci ha messo vent’anni a scrivere il suo capolavoro, e gli è venuto fuori un libro bellissimo sull’amore e sull’amicizia, da leggere in un’atmosfera di caotico relax, magari schiantati dal sole perché il romanzo è pieno di piscine le cui “schegge di luce verde e azzurra vibrano sulla superficie dell’acqua come una danza di nervi recisi”.

Recensione apparsa per la prima volta su Avvenire, il 20 novembre 2018.

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