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È tutta luci e ombre, la recente fortuna italiana di Georges Perec. Da un lato, sono scomparsi, mai ristampati, i meravigliosi volumetti di saggi e frammenti autobiografici, con la copertina azzurra, pubblicati da Bollati Boringhieri tra la fine degli anni Ottanta e i primi anni Novanta; dall’altro, Einaudi ci ha offerto, nel 2011, Le Cose in un’edizione eccellente, accompagnata, come quella di W arrivata da poco in libreria, da un saggio importante di Andrea Canobbio (W o il ricordo d’infanzia, ed. orig. 1975, trad. di Maurizia Balmelli, pp. 178, € 18,50, Einaudi, Torino 2018). Aspetta ancora di trovare un editore italiano la biografia di David Bellos, che non è soltanto uno strumento indispensabile per chi voglia conoscere l’autore de La Vita istruzioni per l’uso, ma anche una ricostruzione affascinante del mondo dei suoi genitori, ebrei polacchi immigrati nella Parigi tra le due guerre; è stato invece tempestivamente tradotto il romanzo giovanile postumo Il Condottiero, da Voland, con un bel saggio introduttivo di Ernesto Ferrero (2012).
C’era urgente bisogno di questa nuova, ineccepibile traduzione di W? Beh, a dire il vero, mica tanto. Le due traduzioni precedenti – soprattutto la prima, firmata da Dianella Salvatico Estense per Rizzoli nel 1991 – erano già buone e non hanno ancora avuto il tempo d’invecchiare in modo irrimediabile. Il punto di forza di questa edizione è però la prefazione di Andrea Canobbio, che con le sue 55 pagine è quasi un piccolo libro; a mio avviso, insieme a La grande catena. Studi su La Vie mode d’emploi di Rinaldo Rinaldi (Marietti, 2004) e alle pagine di Paolo Zanotti in Dopo il primato (Laterza, 2011), il più bel contributo su Perec mai apparso in italiano.
Chi si lancia nella lettura de La Vita istruzioni per l’uso non ha bisogno di particolari informazioni per apprezzarne le mille storie che si intrecciano, lo humour paradossale, l’ininterrotto caleidoscopio dei dettagli imprevedibili ed esilaranti. Ma la situazione del lettore di W è meno confortevole e una guida dei perplessi può aiutarlo a non arrendersi davanti ai tranelli di quest’opera complessa, tanto intrisa di sofferenza quanto La Vita istruzioni per l’uso è intessuta di misteriosa felicità.
Per rendersene conto è utile ripercorrere con Andrea Canobbio la lunga genesi di W. Nel luglio del 1969 Perec – che ha avuto gran successo con il suo primo romanzo Le cose, nel 1965, ma molta meno fortuna con quel che ha pubblicato in seguito – propone a Maurice Nadeau, direttore della rivista La Quinzaine littéraire, un progetto un po’ folle: vuole resuscitare il genere ottocentesco del feuilleton e improvvisare, di settimana in settimana, un racconto avventuroso un po’ simile a quelli del suo amato Jules Verne. La Quinzaine littéraire non pubblicava abitualmente narrativa e probabilmente qualunque direttore che non fosse Maurice Nadeau gli avrebbe risposto negativamente. Ma Nadeau era stato un protagonista del surrealismo, amico di Trocki e di Breton, e non era il tipo da spaventarsi davanti a una proposta così poco in sintonia con le mode del momento: accettò volentieri. Così, nel dicembre del 1969, cominciarono ad uscire sulla Quinzaine quelli che sono – nella successiva versione in volume – i capitoli di W stampati interamente in corsivo. Raccontavano la storia, ispirata proprio a Jules Verne, di un giovane francese emigrato in Germania per sfuggire al servizio militare, presumibilmente durante la guerra d’Algeria. Nascosto sotto il falso nome di “Gaspard Winckler”, assegnatogli da un’associazione di obiettori di coscienza, il giovane veniva a un certo punto contattato da un misterioso dottore tedesco. Questi gli proponeva una missione pericolosa: andare alla ricerca, nella Terra del fuoco, del vero Gaspard Winckler, un bimbo sordomuto scomparso durante un naufragio. Forse i lettori della Quinzaine cominciavano ad appassionarsi a questa storia, quando, dopo la sesta puntata, si trovarono di fronte a uno strano annuncio:

Non c’era nessun capitolo precedente. Dimenticate quel che avete letto; era un’altra storia, al massimo un prologo, oppure un ricordo così remoto che quel che verrà dopo sommergerà inevitabilmente. Perché è adesso che comincia tutto, è adesso che lui parte alla sua ricerca.

Interrotta così bruscamente la vicenda dei due Gaspard Winckler, l’adulto e il bambino, alla voce del narratore delle puntate precedenti ne subentrava un’altra, simile in tutto alla voce fuori campo di un documentario geografico o etnologico. Con accenti di ammirazione, descriveva la piccola isola di W, nella Terra del Fuoco, colonizzata da un gruppo di whasp alla fine del XIX secolo. Si tratta di una città olimpica, la cui vita è totalmente retta dalle leggi dello sport. Indizio dopo indizio, però, il mondo di W si rivela un universo da incubo, le cui spettacolari coreografie (simili a quelle delle Olimpiadi di Berlino del 1936 e dei congressi nazisti) dissimulano una realtà disumana e crudele, fondata sull’umiliazione dei vinti, sull’arbitrio, sulla tortura, sullo sterminio dei deboli. Man mano che il testo di Perec mostrava la sua vera natura di allegoria del mondo concentrazionario, i lettori della Quinzaine cominciarono a dar segni di insofferenza. Sulla scrivania di Maurice Nadeau piovevano le lettere di protesta degli abbonati; in molti certamente tirarono un sospiro di sollievo quando l’ultima puntata, in agosto, pose fine a quel percorso nell’orrore. La rivista annunciò la pubblicazione in volume di una più ampia versione di quell’atipico feuilleton per il 1971, ma a Perec sarebbe stato necessario un tempo ben più lungo per arrivare alla versione definitiva di W o il ricordo d’infanzia, che uscirà soltanto nel 1975.
Perec, si sa, è un appassionato di puzzles ed è proprio come fossero tessere di un puzzle che tratterà, nella fase successiva del suo lavoro, i capitoli usciti sulla Quinzaine littéraire. Nella versione in volume di W ai capitoli dell’iniziale vicenda avventurosa, e della successiva distopia olimpica, stampati in corsivo, l’autore alternerà, regolarmente, dei capitoli stampati in tondo, di argomento autobiografico. Tra gli uni e gli altri, delle suture quasi invisibili – ora tematiche, ora lessicali – assicureranno l’unità dell’insieme; un’unità, va detto, problematica quant’altre mai.
I capitoli autobiografici raccontano – nella prima metà del libro – la vita del piccolo Georges Perec sino ai cinque anni: prima della morte in guerra del padre (nel ’40) e del traumatico distacco dalla madre, che nel ’41 mette il bimbo su un convoglio della Croce Rossa che lo porterà al sicuro dai parenti rifugiati nella zona libera. Nel momento in cui si separa dalla madre, Georges non sa che non la rivedrà mai più; sarà deportata ad Auschwitz, e il figlio non conoscerà mai la data della sua morte e non avrà mai una tomba su cui piangerla. Per sopravvivere allo strazio di una separazione intollerabile, la mente del piccolo Georges cancella tutte le immagini dei suoi primi cinque anni di vita; i capitoli autobiografici della prima parte di W non sono di conseguenza fondati su veri e propri ricordi ma su incerti barlumi di memoria, racconti altrui, episodi dubbî, documenti poco affidabili. Si chiude, la prima parte, con una pagina bianca che contiene soltanto tre puntini racchiusi tra due parentesi: (…) . È l’indicazione di un vuoto che la scrittura non può colmare, ma può identificare, circoscrivere, porre in qualche modo al centro del racconto: il vuoto lasciato dal volto della madre nella memoria di Georges Perec bambino. La scomparsa di ogni riferimento alla madre nelle pagine autobiografiche della seconda parte è probabilmente dovuta al senso di colpa che opprime Georges per averla dimenticata e forse, come ha suggerito David Bellos, per averla perduta, per non aver saputo, in qualche modo “prendersi cura di lei”. Il mondo estraneo, privo di punti di riferimento stabili, in cui si trova il piccolo protagonista messo in salvo dai parenti durante la guerra e poi praticamente adottato dalla zia Esther, sorella del padre, è descritto senza alcuna enfasi, senza alcun patetismo nella seconda parte di W. Soltanto un racconto neutro e nudo, in cui i sentimenti sono come anestetizzati, può rendere il dolore indicibile di Georges, il naufragio del suo universo affettivo di cui è metafora il naufragio in cui è scomparso il suo doppio, il piccolo Gaspard Winckler.
Ho l’impressione che nonostante le tre edizioni successive (del 1991, del 2005 e del 2018) W o il ricordo d’infanzia non occupi ancora per i lettori italiani il posto che gli spetta nel canone del Novecento: quello di un’opera capitale sulla memoria della shoah e di una tappa importante nella storia dell’autobiografia. Chi però lo leggerà o lo rileggerà in questa edizione, con lo straordinario supporto del saggio di Andrea Canobbio, non potrà avere dubbi; e avrà anche modo, grazie ai fitti riferimenti del prefatore alla letteratura critica, in particolare a Philippe Lejeune e a Claude Burgelin, di ripercorrerne la genesi e di coglierne i legami con La Vita istruzioni per l’uso. C’è dunque da sperare che si apra finalmente, per questo capolavoro sinora un po’ negletto, una stagione felice.

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