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Questo racconto di Guido Piovene è apparso per la prima volta su «La Stampa» nel gennaio del 1954 e solo dopo la sua morte è stato incluso in un volume di racconti inediti intitolato Spettacolo di mezzanotte (Mondadori) . Si tratta di un testo davvero epifanico, in cui, come scriveva Giancarlo Pandini, “Piovene ha sorbito la problematicità veneta del peccato e della redenzione, dell’abisso e della rasserenante verità: in Piovene sorretta da una intelligenza moderna che non si piega a indulgenze morali, ma va fino in fondo all’analisi con rigore e lucidità”.

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da «La Stampa» di domenica 3 gennaio 1954

di Guido Piovene

Nei giorni di Natale, ed anche dopo che il Natale è trascorso, ritorna in me insistente il ricordo di una storia che appresi studiando il convento di…
Sorge sui monti di Marsiglia, e fu fondato quasi un secolo fa da un cappellano delle carceri. Insieme con altri conventi del medesimo ordine che è l’ordine di Betania, raccoglie soltanto due estremi: le ragazze incorrotte, passate dalla vita familiare al chiostro, e le donne più turpi. Le stesse prostitute vi appaiono scarse, essendo giudicate peccatrici medie. Quasi tutte le penitenti sono reclute delle prigioni, e alcune vi hanno scontato decenni di pena. La regola esige che, appena varcata la soglia, il passato scompaia, e non ne sia più fatto cenno. Le pure e le ree si confondono; l’Arcivescovo di Marsiglia fu castigato della sua curiosità un giorno che, recatosi nel convento, e schierate le monache col desiderio di distinguere una dall’altra specie, chiese alle «penitenti» di farsi avanti. Vide tutte le monache senza un attimo di esitazione fare un passo verso di lui.
Le cronache delle prime madri superiori, che ho letto, testimoniano che il convento ebbe un avvio difficile. La volontà di farsi suora nell’ordine bastava per esservi accolta. Ma non bastava a trasformare in un giorno né gli istinti, né i volti. Accadeva alle suore di avere una triste sorpresa di fronte all’aspetto di quelle che pure avevano assistito in prigione per attirarle nella comunità. Come i malati chiusi in una camera sembrano quasi sani, ma appena escono rivelano i segni della malattia, alcune giungevano portando in faccia un’oscenità imprevista. I volti erano segnati dalla privazione, dal vizio, dalla disperazione; ostili, biechi, sfuggenti, accidiosi, depressi; vi si leggeva la rinuncia a piacere, la volontà di dispiacere, il gusto di offendere con l’apparenza. Si avevano vecchie precoci che accentuavano la propria senilità in maniera aggressiva; facce regolari, minute, dagli occhi lucidi, di bambola o bambina mostruosa; e vi era la giovane che passava il giorno accoccolata sul muretto di cinta, grassa, ipocrita, indifferente. Altre arrivavano con maniere maschili, i movimenti bruschi, il passo pesante, e interpellavano le compagne a colpi di gomito. Si sprigionava spesso, dalle pentite ancora nuove, un’aria di crudeltà e d’atonia. Alcune erano ridicole, come la ex-ballerina nuda, o quella che aveva trascorso vita nomadica su un carrozzone da fiera. Vi erano scenate, pianti, e risvegli furiosi della sensualità; desideri di fuga; ricadute nel gusto della frode e della bugia. Si annunciava l’arrivo di una ragazza sconosciuta; la fantasia delle future compagne le attribuiva una graziosa apparenza. Vedevano invece arrivare una specie di maschio esile e pervertito, una megera di meno di quarant’anni, un donnone brutale. In una delle cronache che ho accennato, lessi ad esempio queste righe, scritte in uno stile da monaca che non si stupisce di nulla: «La nostra cara Lucia ha una faccia che non vorrei incontrare in un bosco».
Col tempo la comunità si acquetò e divenne quasi normale; anche le nuove reclute si uniformarono con maggiore rapidità. Una delle pietre miliari fu un evento chiamato «la pace col bambino». Quest’evento risolse un’inquietudine speciale, che minacciava di corrodere la comunità come una malattia segreta, e che da allora invece sparì per sempre. Numerose erano le monache che avevano peccato contro l’infanzia in modo atroce. Giulietta, il cui bambino era stato trovato dentro il mastello del bucato, tra schiuma e pezzi di sapone; Lea, che l’aveva ficcato come uno sterpo dentro la melma di uno stagno; Alice, che lo aveva gettato in un gabinetto. Vi era una specie di rottura tra la comunità e l’infanzia. Un’apprensione oscura, quasi il senso di una minaccia, si comunicava alle donne, quando l’infanzia era evocata; e non soltanto alle colpevoli, giacché le innocenti, le vergini, si agitavano anche di più. L’infanzia era un pensiero privo di grazia, che le donne sfuggivano, e che diffondeva negli animi una depressione febbrile.
La madre superiora che ci ha lasciato questa cronaca era convinta che occorresse tenere distratte le suore con opere devote e nel tempo stesso puerili. I giorni prima di Natale, e poi fino ai Re Magi, le occupava perciò in un laborioso presepio. Dopo alcune esperienze, aveva constatato che l’immagine tipica del bambino Gesù non riusciva consolatrice. L’effetto del presepio non era benefico. Nei giorni successivi il convento era stanco; più frequenti le crisi di disperazione, di lacrime, di sensualità, d’isterismo; più frequenti anche le bugie, i furtarelli e gli scatti collerici. Bastava guardare i volti delle donne, ansiosi, spossati, nei quali tornavano a galla i segni dell’antico vizio, senilità, brutalità, avvilimento, ebetudine, ipocrisia, le stesse malattie sembravano anche apparire sulla faccia delle innocenti che ne erano state immuni. Il convento, diceva la madre col suo stile, «aveva fatto un passo indietro»; e occorreva poi qualche tempo per riportare l’equilibrio. La madre superiora comprese la causa del male. Era una donna delicata e spregiudicata, lucida nelle osservazioni degli animi. Constatata la verità, non ebbe un istante di dubbio, e abolì il presepio con un pretesto.
Proprio allora, nel mese che precede il Natale, tra i doni inviati al convento, erano giunte alcune scatole uscite da qualche solaio, piene degli aggeggi di vetro che si usano per fare l’albero, ed un pacco di piccole candele colorate. L’albero di Natale è normalmente escluso dalle comunità di monache, avendo alcunché di pagano; pure la madre superiora ordinò di farlo. Non voleva privare le donne di una ricreazione, che giudicava necessaria, per surrogare il presepio mancante. Tutto il convento lavorò, secondo l’estro di ciascuna, ad aumentare il numero degli ornamenti; alcune donne rivelarono un’arte ed un gusto speciali. Aspiravano con avidità ad uno dei bastoncini di zucchero d’orzo, che sarebbero stati appesi ai rami, avvolti in carta d’argento. La stessa madre superiora annunciò che quella sera avrebbe «accordato tutto»; sulla sua scrivania affluivano frettolosamente i biglietti delle richieste, confusi in un mucchio disordinato con i biglietti nei quali, secondo la regola, le monache si accusavano di una trasgressione commessa.
L’albero era stato posto su un tavolino in fondo alla sala grande, vuota, con le mura bianche, perché non si era ancora potuto addobbarla. Nel mezzo furono portate quattro o cinque file di sedie, come per una rappresentazione teatrale. Dopo la cena, la notte della vigilia, le donne sedettero qui; due accesero le candele, spensero le altre luci, e tornarono al loro posto. Allora nessuna osò più né alzarsi, né toccare l’albero, come se non fosse più suo. Vi era, nella casa ed intorno, un silenzio profondo. L’albero risplendeva, quasi acceso per virtù propria, puro, solitario e segreto: un’idea, scesa nella stanza, dell’etere silenzioso, percorso da luci e da fuochi. Le sfere di vetro d’ogni colore luccicavano tra le striscioline d’argento; così, negli spazi notturni, vi è posto solo per le nebulose brillanti ed il gelo stellare. Gli sguardi fitti delle donne palesavano la contemplazione dei grandi pensieri celesti.
Perché nulla al convento risvegliasse il ricordo della prigione o d’altre dimore chiuse, le porte erano sempre aperte e senza guardiani; la clausura era rigida ma ognuna doveva tenersi in clausura da sé. Il bambino di un giardiniere che abitava a due passi, e lavorava per le suore, scorse attraverso la finestra, dal proprio letto, una finestra del convento illuminata in modo strano. Si alzò e, in camicia e a piedi nudi, percorso il breve tratto di strada, entrò come un sonnambulo. Improvvisamente una donna lo scorse presso la porta, appoggiato al muro, gli occhi fermi sull’albero, ed in un attimo se ne accorsero tutte. I suoi occhi erano socchiusi, lo sguardo assorto; il volto lievemente gonfio, ed appesantito dal sonno; e forse anche dal sopore speciale che dà il contatto col sublime. Si rappresentano così i tanti bambini, quando il soprannaturale sembra venire nella casa con un aspetto consueto; ed in un’aria appunto velata di sonno lo sguardo dei bambino si confondeva sempre più, ma il suo volto stordito si coloriva di un afflusso di sangue. Nella sala si udì un singhiozzo represso. La madre superiora intuì l’evento, e sebbene la regola prescrivesse di coricarsi presto anche nei giorni di festa, ritenne che la regola fosse arcanamente sospesa; si alzò e se ne andò inavvertita. Allora, quasi avessero rotto un incanto, alcune donne si riavvicinarono all’albero e cambiarono le candele ormai prossime a spegnersi; e così fecero più volte, finché vi furono candele. Il bambino si era addormentato su una sedia, e le donne vegliarono tutta la notte nel silenzio. Dalle finestre entrò la luce dell’alba; illuminò la sala, tranquilla e ancora popolata, dove l’albero prodigioso si era acceso, poi spento.
Quella notte il convento stipulò nel segreto «la pace col bambino». L’immagine dell’infanzia non provocò più nessuna inquietudine; negli anni successivi fu ripreso il presepio senza cattivi effetti. L’albero non fu fatto più; in tutta la storia dell’ordine, esso apparve una volta sola. Ho conosciuto il bambino, ora vecchio, di nome Antonio, giardiniere del convento al posto del padre, e completamente ignaro dell’avvenimento di cui fu l’inconscio protagonista.

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