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Il ritorno del Budda di Gajto Gazdanov (Voland, traduzione di Fernanda Lepre) è un romanzo fatto di attese, una scrittura dalla atmosfere oniriche, a tratti magico-realistiche, però bene ancorate agli scuri bassifondi parigini, agli appartamenti sudici e antiquati, alle ubriachezze e ai deliri, ai freddi penetranti, alla “polvere secca e gelata” che “fruscia leggera lungo le vie”. Uno studente russo iscritto alla facoltà di Studi storici e filologici, affascinante e tenebroso come tutti i giovani squattrinati, vive nella capitale di Francia un’esperienza estraniante, illusoria, priva di confini, tumida di sostanza disarmonica: tutto ha inizio dalla conoscenza fatta con un uomo, Pavel Aleksandrovič Ščerbakov, “il ricordo vivente di un altro essere ora scomparso”; si è alla fine di aprile, nel giardino del Lussemburgo, lo studente dona dieci franchi al fascinoso miserabile. Sì, perché Pavel Aleksandrovič è un barbone, un clochard, un anziano mendicante che ha l’aria, il cuore e gli occhi di un nobile decaduto da molto in alto. È un incontro che lascia il segno e che marca l’intera parabola esistenziale del protagonista, dallo sprofondamento nelle inquietudini della psiche, all’accusa di omicidio portata avanti da un Tribunale Centrale d’ascendenza kafkiana, fino alla fortuna, giunta proprio grazie a Pavel Aleksandrovič, una figura che ha qualcosa “della incantevole assurdità delle leggende persiane”.
In questa trama un ruolo potente è svolto anche da una giovane donna, Lida, figlia di Zina, che fu una modella, “una vera bellezza. È stata l’amante di tutti i più grandi artisti”. Lida si fidanza con Pavel Aleksandrovič, ma il ménage e à trois, perché un altro uomo, un malato di tubercolosi, è alle spalle della coppia. Di lì parte una trama accattivante, con colpi di scena, una morte di cui è accusato il protagonista, sofferenze e un mistero, la scomparsa di una statuetta di Budda, tutta d’oro, inseguita da un uomo di polizia, l’ispettore Prunet.
Nel romanzo c’è molto: diversi, intensi, e viscerali paradigmi di esistenza, una gamma di accadimenti che va dal nulla alla vita, la disperazione e il fremito biologico che ci spinge a sopravvivere, forme di giustizia tutt’altro che manichee e, infine, “un’insolita leggerezza e la sensazione di avere appena assistito alla scomparsa del mondo intero”.
Ne viene che da “una lontana prospettiva giallastra” la vita appare, anche nelle migliori occorrenze del destino, un malinteso o una triste singolarità, ma anche, a tratti, un’estasi inspiegabile.

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