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Lei: Valentina Drago, torinese, laureata in matematica e studiosa di Core Shamanism, nuotatrice, in perfetta simbiosi con i felini, amante del mare. Nella vita ha fatto un po’ di tutto, viaggiando, sperimentando, ballando il tango. Attualmente insegna matematica e gestisce la Bocciofila Vanchiglietta di Torino.
Lui: Maurizio Bonino, torinese, laureato in lettere, regista, meccanico, elettrotecnico, informatico. Fin da quando era bambino smonta tutto ciò che gli capita sottomano. Dichiara di aver imparato anche il rimontaggio, ma questo resta da dimostrare. Attualmente è un regista di cortometraggi e ogni volta che può scappa dalla città per tornare nei boschi a cui sente di appartenere.
Sono loro gli autori di Omeocrazia, uno dei manoscritti arrivati in finale alla 31° edizione del Premio Italo Calvino. Maurizio e Valentina sono partiti da Torino per creare un mondo intero, un mondo in cui equilibrio e bilanciamento globale sembrano essere le risposte alla crisi energetica e al disastro ecologico. Tra un’avventura e l’altra, i loro personaggi ci mostrano chi siamo oggi e portano il lettore a chiedersi se la vera distopia sia quella che raccontano loro oppure quella che viviamo noi.

Il titolo è in qualche modo l’estrema sintesi di un testo; voi, per il vostro romanzo, avete scelto “Omeocrazia”. Immaginate di essere un dizionario e provate a spiegare il significato questa parola.

Per il titolo volevamo un termine che comunicasse la scelta volontaria di una società di esercitare il potere in funzione del mantenimento dell’equilibrio dell’ecosistema.
La società che abbiamo immaginato si richiama, anche nella propria auto-rappresentazione, al meccanismo biologico dell’omeostasi, ovvero “l’attitudine propria degli organismi viventi, cellule, individui singoli o comunità, a mantenere in stato di equilibrio le proprie caratteristiche al variare delle condizioni esterne”.
Partendo dall’etimo, quindi, il titolo avrebbe dovuto essere “omeostasicrazia”, ovvero il potere dell’equilibrio. Impronunciabile e illeggibile. La contrazione in “omeocrazia”, invece, oltre che più snella, aggiunge un altro significato: il potere del simile.
La società omeostatica rappresenta lo scenario di un mondo in cui l’umanità ha riconosciuto sé stessa come una tra le tante specie appartenenti all’ecosistema, e autoregola il proprio impatto ambientale al fine di preservare l’equilibrio del pianeta.
Omeocrazia è l’equazione matematica che risponde alla nostra volontà di esprimere un mondo esteriore che noi vediamo costretto in una forma molto strutturata ma completamente disfunzionale alla felicità dell’individuo.

Come scenario avete scelto Torino, ma non la città odierna così come la conosciamo, bensì una città trasfigurata. Perché proprio Torino e in cosa l’avete trasformata?

In generale nei mondi fantascientifici c’è una sola dimensione immaginativa che supera nazioni e istituzioni: noi abbiamo scelto il più “locale” possibile, assumendo che, dal punto di vista organizzativo e funzionale, ogni località fosse standardizzata.
Torino come città pilota rappresentante una nuova età dell’oro, quindi, ci ha consentito di rimanere omeostaticamente a distanza di velox dalle nostre case, così come avviene nella società che descriviamo. (Il velox è una sorta di bicicletta utilizzata dai personaggi del romanzo, ndr.)
Torino è una città lineare, ex-industriale, suddivisa da barriere in zone con storie molto diverse, è multietnica, con grandi aree verdi sul fiume. Proiettata nel futuro diventa una città stilizzata senza luoghi particolarmente riconoscibili, con un affaccio sul mare che sottolinea quanta parte d’Italia sia stata sommersa a seguito del cambiamento climatico.
La Milonga è ispirata dalla fusione di due luoghi reali e vitali: una rossa fornace di mattoni a Cambiano (ecomuseo organizzatore di eventi culturali) e la vecchia bocciofila torinese e partigiana di cui Valentina si occupa realmente versando vino e organizzando serate di tango, immersa in racconti poco probabili di mercati di fiori, vecchi personaggi della televisione, badanti assassine, malattie e visite ai congiunti nel vicino Cimitero.
Il Flamingo invece è pura invenzione. Aggregatore sociale e contenitore di ogni possibile combinazione e intreccio di corpi, trasforma tutto ciò che oggi è tabù o perversione in nuovi rituali ludici di appagamento sessuale condiviso.

Com’è strutturato l’ordine sociale nel vostro universo distopico?

Il cittadino omeostatico è protagonista di un’evoluzione antropologica: la piena consapevolezza della propria relazione vincolante con la complessità dell’ecosistema.
Ma come può nascere una società così?
Da un refererendum transnazionale a suffragio universale.
Ogni cittadino che risponde “SÌ” accetta di subordinare la durata della propria vita alla necessità di pareggiare il bilancio energetico che garantisce la sostenibilità della presenza umana sul pianeta. In cambio la società gli garantisce cibo, alloggio, energia, cure e lavoro per sé e per i propri figli.
Il “pareggio di bilancio” è stimato, alla data del referendum, in circa 77 anni.
Il “SÌ” vince con maggioranza assoluta e nasce l’omeocrazia.
Permetteteci a questo punto una riflessione provocatoria: se il lettore occidentale etichetta immediatamente come distopica tale società rispetto al suo status di riferimento, per la maggioranza dell’umanità non sarebbe così scontato, anzi.
Omeocrazia si configura quindi come una distopia per coloro che vivono nelle ricche democrazie occidentali e come un’utopia per tutti gli altri. E il rapporto numerico reale che esiste tra questi due mondi viene riflesso nel nostro referendum immaginario.
Nato il mondo, la sfida è diventata farlo funzionare come un meccanismo naturale, omeostatico appunto, e non per mera imposizione di regole, leggi e precetti con relativi controlli e sanzioni.
Abbiamo scoperto che le principali regolamentazioni necessarie per il funzionamento della società, ovvero i meccanismi di attribuzione delle risorse alimentari e abitative, la gestione del lavoro, le opzioni di convivenza civile, di riproduzione e conservazione della specie potevano essere efficacemente formulate nei termini della sostenibilità energetica.
Un esempio? Siamo abituati ad affermare che il lavoro “produce”, ma dal punto di vista energetico non produce nulla, trasforma solo risorse finite in manufatti. La sostenibilità o meno allora dipende dal manufatto. La costruzione di un’arma che distrugge la vita è evidentemente inutile, oltre che dannosa. Quindi delle armi non esiste neanche memoria.
Procedendo con questa logica siamo arrivati a eliminare alla radice l’esigenza di qualsiasi sovrastruttura di ordine morale, religioso e legislativo. Tutte le antinomie spariscono, anche dal linguaggio, e con esse ogni conflitto e tabù.
Esiste solo la possibilità di collaborare alla vita.
In realtà l’aspetto profondamente inquietante (distopico?) di Omeocrazia è il progressivo accorciamento della durata di vita, che consegue alle emergenze energetiche della catastrofe climatica ancora in corso.
Anche se dissimulato dall’autorappresentazione ottimista e un po’ naif del sistema, che comunica le azioni di recupero ambientale come grandi vittorie, il dubbio che l’umanità si stia comunque dirigendo verso l’estinzione resta molto concreto.

Filippo, il protagonista della vostra storia, si occupa del “rito della restituzione”. Di cosa si tratta?

La “restituzione” è l’elemento di pura invenzione letteraria che ci consente di ottenere la quadratura del cerchio e far funzionare il mondo.
È a tutti gli effetti un’eutanasia programmata, la cui data è ricalcolata ogni anno in funzione del mantenimento del “pareggio di bilancio” globale.
Il soggetto da “restituire” si immerge al buio in una vasca dove la densità e la temperatura del liquido stimolano una condizione di ipermnesia, ovvero un abnorme riaffiorare della memoria, che satura i sensi sovrapponendosi alla percezione del presente; questa condizione è sfruttata per osservare a ritroso, come riavvolgendo velocemente un film, i ricordi della vita, fino al concepimento. In quell’istante la massa fisica annichilisce e l’energia corrispondente viene immagazzinata: è la HRQ Energy.
In questa rappresentazione psudoscientifica sono integrati anche alcuni elementi mitologici. Un mito dell’antico Messico, il mito dell’Aquila, descrive così la visione che avevano del mondo i veggenti Toltechi: ogni essere umano è avvolto da una sorta di guscio energetico, come un uovo deposto da un’enorme aquila. Crescendo in esperienza e consapevolezza l’uomo rende sempre più luminoso il proprio uovo, fino al momento della morte, in cui proprio quella luce diventa il cibo che alimenta l’aquila stessa.

Il nostro tempo, nel vostro mondo distopico, compare a tratti come ricordo, come narrazione visiva attraverso i terzogenari, comunità di individui sui generis frequentata da Filippo. Chi sono i terzogenari?

L’anima della fantascienza, oltre che nutrirsi di indeterminazione quantistica, è fatta anche di poesia e qui la poesia riappare a brandelli e con un po’ di dissacrazione nella Milonga, che per noi ha la funzione di affrontare uno dei grandi temi presenti in molte distopie: l’oblio. Cosa decidiamo di ricordare e cosa decidiamo di cancellare? E soprattutto: chi ha questo potere e chi invece si limita a subire le conseguenze di questa scelta?
I terzogenari del romanzo siamo noi, ormai anziani. La generazione che, nella nostra proiezione temporale, è riuscita a salvare l’umanità dalla catastrofe climatica e forse dall’estinzione. I terzogenari della Milonga invece sono quasi dei ribelli, guidati da un misterioso Guaritore che tramanda riti antichi evocando l’inconscio e Jung stesso; vivono isolati in una fornace dismessa, si nutrono di cibi antichi, si scaldano con una stufa a legna – contravvenendo ai nuovi principi – rivedendo le poche immagini mobili rimaste, ovvero un film, suonando il bandoneón, ballando Tango su ritmi argentini.
Per capire meglio chi potrebbe, in proiezione, abitare la Milonga, pensiamo a Greta Thunberg la ragazza oggi quindicenne che è partita dalla Svezia per intervenire alla conferenza mondiale sul clima, la Cop24 a Katowice.
Colpisce il suo discorso quasi omeostatico:

Si racconta solo di una crescita economica eterna perché si ha troppa paura di essere impopolare.(…) Ma non mi interessa essere popolare. Mi interessa la giustizia climatica e salvare il pianeta (…) La nostra biosfera viene sacrificata in modo che i ricchi di Paesi come il mio possano vivere nel lusso. Sono le sofferenze dei molti che pagano per i lussi di pochi. Nel 2078 celebrerò il mio 75 ° compleanno. Se avrò figli, forse passeranno quella giornata con me. Forse mi chiederanno di voi. Forse chiederanno perché non avete fatto nulla mentre c’era ancora tempo per agire.(…) Non siamo venuti qui per chiedere assistenza ai leader mondiali. Ci avete ignorato in passato e ci ignorerete di nuovo. Abbiamo finito le scuse e stiamo finendo il tempo. Siamo venuti qui per farvi sapere che il cambiamento sta arrivando, che vi piaccia o no. Il vero potere appartiene alle persone che si ribellano.

Non parla di Filippo perché non l’ha ancora incontrato, ma dichiara la stessa prospettiva temporale con cui abbiamo scritto Omeocrazia.

In quest’ottica chi è quindi Malena? E chi è alla fine Filippo?

Malena rappresenta il vecchio mondo che ha avuto la forza di sognare e di trasformarsi, anche a prezzo di grandi rinunce personali, perennemente in conflitto tra la consapevolezza della perdita e l’efficacia del risultato raggiunto. È anche la testimone di alcuni aspetti oscuri della fase di transizione omeostatica.
Filippo è l’uomo di scienza ideale, aperto al nuovo e non ripiegato sui dogmi; l’incontro con le voci del passato, attraverso il contatto con i milongueri, lo trasforma in un vero e proprio “uomo nuovo” che, con la sua compagna Aurora, potrà forse davvero rifondare una nuova età dell’oro.
In un mondo in cui esiste un luogo, il Flamingo, dove tutta la sessualità è esprimibile, incoraggiata e liberata, Filippo si sente misteriosamente attratto da Malena nonostante la distanza anagrafica e finisce per essere coinvolto nella sua volontà di nascondersi e confondere le acque.
Malena vive con i terzogenari della Milonga da autoreclusa, è un personaggio dominato dalla passione e dal rancore ma solo in apparenza, perché riuscirà ad evolversi tanto da decidere di rientrare – non vinta ma riappacificata – nel ventre caldo dell’omeostasi.
Malena è un personaggio costruito per sottrazione: così come il mondo omeostatico nasce dalla volontà di eliminare le parole non necessarie, Malena è chiusa in uno spazio che si restringe e lo abita con eleganza, senza concedere a nessuno di liberarla.
L’incontro con Filippo travolge l’equilibrio di Malena e la porta a chiedersi se l’amore, pur esistendo, sia irrealizzabile oppure non pertinente al mantenimento del nostro equilibrio biologico.
Filippo e Malena sperimenteranno la medesima necessità di sopravvivere alla separazione dal grande amore della loro vita, condizione che accomuna molte persone e che forse è davvero, come ha ipotizzato il regista Krzysztof Kieślowski, il più efficace propulsore per la ricerca della libertà personale.
Filippo, grazie all’incontro con gli abitanti della Milonga, scoprirà che bellezza e poesia si possono sovrapporre a efficienza e sostenibilità senza disturbare in alcun modo l’equilibrio matematico che regge il funzionamento del mondo. Anzi, di più: bellezza e poesia sono proprio il valore aggiunto che – finalmente – lo umanizza.

Com’è nata l’idea di questo romanzo e perché avete scelto il genere fantascientifico?

Il germe dell’idea viene da un’immagine: un’anziana senza fissa dimora rovista nei cassonetti della differenziata in un parco lungo il fiume, a Torino. Inesorabile, si presenta la domanda scomoda: chi o che cosa è un rifiuto per la società? Chi o che cosa si può riciclare?
L’intuizione visiva del cassonetto che inghiottiva la donna però meritava un approfondimento; da qui si sono sviluppati i temi e i personaggi che ci hanno portato all’Omeocrazia.
Allora abbiamo ipotizzato un mondo in cui sono state eliminate tutte le cose superflue, e con grande sorpresa, per renderlo funzionale ci siamo ritrovati, come scrittori, proprio in quella lista nera. Bisognava trovare un modo per ricostruire la speranza e dare a quel mondo un’occasione di riscatto.
La fantascienza è iperrealista cioè caratterizzata da un tipo di realismo a grande intensità che non è presente in altri ambiti. Quello che ci ha spinto a progettare un mondo utopico, non sfiorabile dal dubbio, è stato individuare ovunque, dallo sconfinato universo del web al meno tracciabile universo quotidiano, il processo di transizione dall’antropocene a una realtà più spessa e densa, in cui tutti gli individui sono connessi a una rete nodale che oltrepassa l’idea del singolo ed entra nel concetto di Campo.
Secondo il Principio di Indeterminazione della meccanica quantistica, questa realtà non “instagrammabile” sarebbe difficile da accertare, ma a livello materiale esisterebbe e sarebbe indagabile dalle neuroscienze o dalla seconda cibernetica di cui il Guaritore del nostro romanzo tiene le fila.
Partendo dal principio che l’individuo sia determinato dalle proprie aspettative e dal suo rapporto con il resto dell’ecosistema, Omeocrazia si muove raccontando metafore per raccogliere chi già lavora in questo campo e vive con altri parametri.
I nostri lettori probabilmente non sono solo italiani, ma vivono in case ripensate a loro immagine, forse a basso impatto in mezzo alla natura, forse sono molto giovani e studiano in Cina o Giappone, forse sono molto anziani e hanno del tempo da investire, forse sono donne a cui si raccontano grandi storie di maschilismo e grandi orizzonti di maternità surrogate, forse sono i nostri amici con alle spalle molte vite e altrettanti tentativi di famiglie non realizzate.
Quello che desideriamo per il nostro romanzo è il tipo di consapevolezza creativa che possiamo sviluppare in questo contesto; il modo in cui osserviamo, immaginiamo e scriviamo può definire il modo in cui la realtà del nostro mondo può essere vista o cambiata ed è ciò che più ci emoziona della fantascienza a cui auspichiamo di appartenere, quella che forse meglio si esprime in Cina oggi.

Perché la scrittura a quattro mani? E quanto è stato difficile (oppure facile) scrivere un romanzo usando due anime?

Omeocrazia è stata scritta a quattro mani perché è un libro che parla della convivenza di due realtà nell’unità. Ogni aspetto è sempre doppio: uno scrittore unico che è un uomo e una donna, metà in chiaro metà pseudonimo, un mondo matematico e lineare che viene attraversato da un’imprevedibile anomalia. Terzogenari del passato che siamo in realtà noi stessi e i nostri amici reali, fuori da facebook, proiettati in un futuro distante poche decine di anni.
Abbiamo lavorato prima cercando di ricreare con due scritture la fine di un mondo e l’inizio del successivo, partendo dall’idea che il bruco e la farfalla, pur essendo due stadi della stessa metamorfosi, non per forza conservano traccia della propria narrazione personale. Poi nel corso della scrittura questa volontà di separazione si è esaurita e il lavoro di scrittura ha seguito la propria autodeterminazione; come livelli di Photoshop sovrapposti, si sono alternate le nostre scritture e fusi insieme i livelli, dopodiché non è rimasta traccia del lavoro.
Gli scontri ci sono stati, a volte anche imprevedibili: fidanzate e fidanzati gelosi che hanno letto nell’amore che Malena suscita un residuale amore tra di noi, arrabbiature nostre sulla scelta delle parole o sulla necessità di creare per Filippo una sorta di innocenza, pur sapendo che solo la sua presenza poteva giustificare la capitolazione di un personaggio resiliente come Malena.
L’essere stati una coppia tanto tempo fa ci ha dato comunque il vantaggio di poter affrontare senza alcun imbarazzo la lunga ricerca legata alla sessualità omeostatica, che volevamo libera da ogni proibito ma scenografica, quindi le nostre mail su quella parte del libro sono di sicuro le più assurde e improbabili che due persone si siano mai scambiate.
Crediamo che nel libro siano confluite energie molto diverse, il potere evocativo dei film realizzati da Maurizio, la volontà di Valentina di creare mondi con il minor numero di fattori generatori indipendenti, tipico dello studio della matematica, la passione comune per il tango, ma anche cose meno classificabili come l’esercizio all’autosussistenza in una baita in montagna, le lunghe chiacchiere ai banconi del bar, gli oziosi e ripetitivi discorsi in bocciofila, la lunga malattia di persone amate, i mondi inconsistenti ricreati dagli adolescenti, gli “accrocchi tecnologici autocostruiti”, le casse di pezzi promessi al riuso cannibalizzati da moto, cineprese, telecamere, le lunghe ore di osservazione, i libri letti, i film visti, gli studi di Core Shamanism e di Ipnosi Costruttivista e gli incontri con le tante persone che nel quotidiano boicottano il sistema corrente e il mondo patinato delle storie di Istagram.

Come mai avete deciso di spedire il manoscritto al Premio Italo Calvino?

L’idea di partecipare al Calvino è stata una scommessa, perché al di là della trasparenza del Premio era difficile immaginare la reazione di una giuria e di lettori a un’opera così poco in linea con i canoni classici di romanzo.
La telefonata del presidente Marchetti è stata per noi davvero inaspettata e ci ha catapultati nella reale possibilità che la nostra storia fosse letta e capita.
La scheda di lettura del premio è stata il secondo regalo, perché ci ha permesso di capire cosa del libro spiccava ad un’attenta lettura e ci ha confermato che l’idea del mondo da noi creato funziona e che i personaggi principali – Malena e Filippo – riescono a portare il lettore all’interno di quel mondo.

Cosa ne sarà della coppia Drago-Bonino? Continuerete a scrivere assieme oppure seguirete strade diverse?

Più che come una coppia di scrittori a quattro mani, noi ci percepiamo come uno scrittore unico, in equilibrio omeostatico, che riesce a far emergere dal confronto una voce nuova che è molto più della somma delle parti, quindi continueremo a scrivere così.
L’idea è quella di sviluppare ulteriormente la storia in una trilogia in cui una delle voci narranti resti Filippo e l’altra, quella femminile, cambi.
Omeocrazia può costituire, se sviluppata nei tre volumi, un romanzo di “distopica formazione”; può diventare la storia di un adulto che deve continuamente rinascere e reinventarsi: prima con la scoperta del segreto che permea il suo passato, poi con il conflitto tra il desiderio di una nuova età dell’oro e una lunga vita omeostaticamente serena, infine con la nascita della figlia che rappresenta una grave incongruenza nello schema di un mondo ormai non più perfettibile.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May

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