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Immaginate un braccio, dita mozze, la scritta Vincoli incisa nella carne. Il braccio appartiene a Roy Goodnough che in nome dei legami famigliari impone la propria volontà a moglie e figli. È la primavera del 1896 quando, fresco di matrimonio con l’esile Ada Twamley, lascia l’Iowa e giunge in Colorado, in quella nascente contea di Holt che gli affezionati di Haruf conoscono dalla Trilogia e dalle Nostre anime di notte. Roy è instancabile e spregiudicato, sceglie un terreno a sud della cittadina perché nell’appezzamento di fianco vivono una donna con un bambino e già pensa di allungare le mani su quella proprietà dato che non ci sono in giro uomini. Ma quel bambino è John Roscoe, crescendo diventa un ragazzo forte e determinato e avrà un ruolo fondamentale nella storia. Così la terra di sua madre non finisce a Roy e di lì inizia forse la disperata e feroce decadenza del severo patriarca.
Dall’unione con Ada, nascono Edith e Lyman; e poiché il padre è un negatore dei desideri altrui, genera frustrazioni e sciagure che si rovesciano l’una sull’altra: Ada muore e lui subisce o si provoca intenzionalmente graduali mutilazioni che lo rendono uno storpio autoritario e incattivito. Alla fine smetterà addirittura di parlare e Edith dovrà leggere del padre i soli gesti crudi e sgarbati.
Lyman nei giorni di Pearl Harbor decide invece di partire per tornare vent’anni dopo, calvo, e a bordo di una Pontiac tutta cromata. Solo Edith rimane, lei è il nucleo di Vincoli. Alle origini di Holt (trad. Fabio Cremonesi, NNE, pp. 260, € 18), la vecchia donna che in apertura di libro troviamo piantonata in ospedale da Bud Sealy, sceriffo di Holt, per un crimine il cui movente giace in uno stretto nodo di sogni infranti e di tormenti: l’amore impossibile, nell’estate del ’22, col vicino di casa, John Roscoe, e il supplizio della responsabilità verso il padre e una famiglia che, come sempre in Haruf, se è male impostata, diventa un grumo di dolore. Per lei non ci sono affetti, speranze, futuro; lenti e uguali passano i suoi giorni crudeli “come partorire un bambino morto”, mentre intorno scorrono il Proibizionismo, la Grande depressione, la guerra in Spagna, “un Roosevelt alla Casa Bianca, un pazzo scatenato in Germania”. Serva del padre, diverrà più tardi anche serva del fratello che prese la Storia come alibi per sottrarsi ai Vincoli e che al ritorno, dopo un intermezzo di serenità, le scocca l’ultimo infelice dardo della sua esistenza.
In tutto ciò, la luce proviene da Sanders Roscoe, il figlio di quel John che sarebbe dovuto diventare lo sposo di Edith: sin da bambino si prende cura di lei, sa prevenirne i bisogni e ascoltarne i silenzi nelle sere sul dondolo della veranda. È lui la voce narrante del dolore dei Goodnough, dei sogni crollati e delle rare felicità volate via come pagliuzze di fieno. Lui solo comprende la ferrea determinazione di Edith (simile a quella dei pionieri, simile in fondo a quella di suo padre), l’unico strumento in grado di liberarla dai vincoli e di condurla a quella salvezza spiccia che ha la forma di una camera d’ospedale sorvegliata da un agente di polizia.