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di Guido Michelone

Tanti anni fa, da adolescente, quando durante le vacanze estive, (purtroppo) al riparo dalle intemperie contestatrici, in un eremo quasi sperduto sulle alpi valdostane, un amico mi fa ascoltare un’audiocassetta originale che reca la scritta l’album numero tre, oltre il nome e il cognome dell’autore (a me sconosciuto, dato che all’epoca le uniche fonti di conoscenze musicali sono i dischi jazz e classici di mio padre e la tv che trasmette Sanremo, Canzonissima e Studio Uno), scopro in realtà un genio, semplicemente ascoltando alcune delle sue prime canzoni: da allora a oggi seguo tutte le uscite discografiche fino alla morte e riesco pure a vederlo dal vivo un paio di volte.
Subito di Faber, ovvero Fabrizio De André (1940-1999), mi affascinano, sul piano letterario, i grandi temi ricorrenti: l’amore perduto, le vite difficili, il viaggio esplorativo o avventuroso, l’esaltazione discreta (e molto lirica) degli esclusi, dei diversi, degli emarginati. A livello musicale noto che c’è invece una continua metamorfosi dal folk primigenio (stile cantautori francesi) all’ultima world music, passando anche per la ballata rock alla Bod Dylan, giacché essendo più poeta che compositore ama affidarsi di volta in volta a grandi musicisti (talvolta essi stessi cantautori): Gian Piero Reverberi, Nicola Piovani, la PFM, Francesco De Gregori, Massimo Bibola, Mauro Pagani, Ivano Fossati in primis.
Purtroppo oggi nel panorama della musica italiana non vedo nessuno in grado di cogliere i frutti dell’eredità di De André, forse perché Fabrizio è, rimane e resta unico. Chi dice di ispirarsi a lui – e sono tanti purtroppo – in realtà non lo capisce a fondo. C’è il figlio Cristiano De André, ora, molto bravo a eseguire i brani del padre, ma quando scrive e canta le proprie canzoni per me è deludente, non è certo all’altezza del genitore. Malauguratamente è la figura del cantautore che oggi in Italia non trova più fra i giovani l’interesse o l’incoraggiamento degli anni Sessanta-Settanta. In fondo a ben vedere anche nel 2019 credo che i cantautori più apprezzati siano ancora quasi tutti più o meno coetanei di De André da Francesco De Gregori a Edoardo Bennato, da Francesco Guccini a Roberto Vecchioni, o più anziani come Gino Paoli e Giorgio e Paolo Conte, pochi appena più giovani come Ligabue o Vasco Rossi (ma rock oriented).
In mancanza dunque di un novello Fabrizio De André, noto che escono ogni anno su Faber decine di libri, quasi a risarcire moralmente lo scarso interesse critico, che suscita in vita il menestrello genovese con una musica invece, già allora, a metà Sixties, amatissima da un pubblico vasto ed eterogeneo: antesignano, in Italia, di una dolente canzone d’autore, tanto poetica quanto impegnata, Faber mette d’accordo, a livello politico, tutta la sinistra, in particolare anarchici, extraparlamentari, radicali e cattolici del dissenso, grazie a una vis polemica corsara, che può magari essere accostata a certa saggistica di Pier Paolo Pasolini.
Ritengo quindi che sia sempre piacevole e al contempo istruttivo leggersi diversi contributi in volume: nel giro di pochi mesi, oggi, piccoli e grandi editori riescono a offrire, sul protagonista, testi di grande spessore intellettuale, costituendo, letti e sfogliati tutti assieme, quasi una sorta di enciclopedia multimediale, da cui attingere dati, idee, giudizi, informazioni onde conoscere e apprezzare le differenti sfaccettature di una figura-chiave non solo della canzone, ma soprattutto della cultura italiana del secondo Novecento, ancora molto presente nell’immaginario popolare odierno, nonché rivissuto da tanti validi musicisti anche di altri generi (come il jazz).
Fra le tante novità vorrei anzitutto segnalare Amico Faber. Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi (Hoepli) di Enzo Gentile, che è un corposo manuale illustrato, dall’eccellente veste grafica, redatto dal maggior critico rock italiano, dove l’uomo e il personaggio sono raccontati attraverso nove snodi tematici (più un’originalissima prefazione del grande regista Wim Wenders). Abbastanza simile negli intenti, ma diverso in quanto a proporzioni è il Fabrizio De André. Il mio cuore le restò sulle labbra a cura di Tommaso Gurrieri (Edizioni Clichy), un bignamino che in poche pagine rende comunque bene l’idea di una grande figura (non a caso il volumetto fa parte di una collana dove figurano i grandi del Novecento). Affidato quasi interamente alle immagini trovo Sguardi randagi (Rizzoli) in copertina a nome di Fabrizio De André e Guido Harari: il grosso tomo è in realtà la raccolta di quasi tutte le foto (talvolta inedite) scattate durante le tournée, a rivelare anche gli aspetti caratterialmente nascosti del folksinger ligure. Infine Anche le parole sono nomadi (Chiarelettere) a cura della Fondazione Fabrizio De André Onlus si occupa dei vinti e dei futuri vincitori che Faber racconta o spiega nelle canzoni e negli interventi in pubblico, dal momento che sono molto interessanti, a livello politico, filosofico, antropologico, le premesse spesso improvvisate che l’artista fa prima di cantare ogni pezzo.

Cfr.:
Fabrizio De André e Guido Harari, Sguardi randagi, Rizzoli.
Fondazione Fabrizio De André Onlus (a cura della), Anche le parole sono nomadi, Chiarelettere.
Enzo Gentile, Amico Faber. Fabrizio De André raccontato da amici e colleghi, Hoepli.
Tommaso Gurrieri (a cura di), Fabrizio De André. Il mio cuore le restò sulle labbra, Edizioni Clichy.

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