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Intervista a Paolo Ciampi

di Alice Pisu

La storia di George Perkins Marsh, ritenuto l’ecologista ante litteram, ha inizio nei primi decenni dell’Ottocento, dalla piccola contea nel Vermont che avrebbe poi lasciato per dedicarsi alla carriera politica e viaggiare come ambasciatore degli Stati Uniti d’America in Turchia, e visitare l’Egitto, il Medio Oriente, l’Europa sud orientale. Eletto pochi anni prima al Congresso degli Stati Uniti come membro del Partito Whig, darà un contributo significativo alla fondazione dello Smithsonian Institution. È il 1861 quando il Presidente Abram Lincoln lo invia in Italia a rappresentare gli Stati Uniti. Importante linguista, filologo e dialettologo, studioso di letterature, d’arte, di storia, di archeologia, Marsh è un attento osservatore del suo tempo, capace di analizzare i segnali dello sfruttamento della natura e preconizzarne gli effetti sull’ambiente. Il suo Man and Nature, del 1864, che racchiude anni di studio, analisi e osservazione della trasformazione del paesaggio in relazione all’intervento dell’uomo, avrebbe anticipato i grandi temi delle battaglie ecologiste oggetto di studio della comunità scientifica. È Paolo Ciampi a raccontarne la storia nel suo nuovo libro (ora in corsa per lo Strega) edito da Arkadia nella collana Fuori rotta curata da Marino Magliani e Luigi Marfè, adottando un taglio che pur non rinunciando a evidenziare gli aspetti fondamentali e quelli meno noti dell’agire di Marsh, avvicina il lettore anche alla sfera privata dell’intellettuale dall’esistenza travagliata, segnata da gravi perdite e faticosi tentativi di ricostruzione. Da qui la scelta di Ciampi di indagare sulla vicenda di George Perkins Marsh adottando una forma ibrida a metà tra la biografia, il libro di viaggio e le memorie private. Una scelta strutturale in linea con la maggior parte della produzione letteraria del giornalista toscano, caratterizzata dal racconto dei luoghi anche dalla prospettiva dell’arte, della poesia, come nelle descrizioni dei luoghi di Dino Campana, e nel raccontare personaggi dimenticati dalla Storia. La lentezza è la dimensione prescelta da Ciampi per mettersi in ascolto di un luogo e delle sue storie. La misura della sua osservazione si collega alla personale idea di geografia che, ne Il sogno delle mappe, Ediciclo, si connette all’idea che siano le carte a poter rappresentare una sfida all’immaginazione, in riferimento a Garfield, e che in quella sorta di distorsione della realtà sia insita una necessità di inesattezza. L’esistenza della terra anzitutto come concetto mentale si lega, nelle riflessioni di Ciampi, all’analisi del rapporto tra la geografia reale e quella immaginaria, capace di depositarsi sulle mappe, evocando storie pressocché sconosciute. Il rapporto tra uomo e natura è il costante oggetto d’indagine per l’autore che, ne L’ambasciatore delle foreste sviluppa analogie a partire dall’osservazione degli alberi, servendosi di riferimenti letterari primari nel strutturare riflessioni sull’umanità, da Alexandre Dumas, Dostoevskij, Mario Rigoni Stern a Fernando Pessoa e Franco Arminio, alle riflessioni sulla poesia in relazione agli alberi di Tiziano Fratus. Ogni inizio si lega a una partenza su cui interrogarsi nel solco della vicenda narrata: una partenza che implica una divisione, una separazione rispetto a ciò che si perde e ciò che si impara a lasciar andare.

Che significato assume la partenza ne L’ambasciatore delle foreste, il senso della possibilità, e in che modo si lega all’urgenza di raccontare la storia di George Perkins Marsh?
Questa è la storia di un uomo che, senza averlo messo in conto, a un certo punto della vita arriva a regalarci una nuova visione, incredibilmente attuale: nell’Ottocento delle miniere di carbone, dei treni a vapore, dell’idea di Progresso che non ammette dubbi, ci dice che forse è meglio frenare per capire ciò che l’uomo sta facendo alla natura. È un’idea rivoluzionaria che ne fa il padre della riflessione sui cambiamenti climatici. Ed è la storia che serviva a me, pescata dal passato, per tornare ad appassionarmi e a sentirmi parte di un movimento che esige un futuro diverso.

Tra gli aspetti di maggior rilievo, la denuncia sociale nel raccontare attraverso la storia di Perkins Marsh gli stravolgimenti sociali e politici negli anni cruciali di grande cambiamento nelle relazioni tra Oriente e Occidente. Accanto ai riferimenti storico politici, emerge parallelamente una riflessione sull’individuo con continui riferimenti a indagini compiute da autori come, tra gli altri, Wohlleben con La saggezza degli alberi. In che modo L’ambasciatore delle foreste accorpa e armonizza l’analisi critica alla capacità sensibile richiamata da suggestioni letterarie per dare forma a un’indagine che compie un superamento dello stretto legame con la vicenda narrata?
Il bosco, ci spiega Wohlleben, non è solo una sommatoria di alberi, è anche l’insieme delle loro relazioni a farne una comunità vivente. E lo stesso vale anche per noi, per le nostre società. Ce ne dimentichiamo, ma in realtà ogni volta che si affronta la storia di un uomo è come tirare il filo di una rete, tutta la rete viene dietro. E in questa rete ci siamo noi stessi che indaghiamo e raccontiamo. Parlando di George Perkins Marsh ecco allora che viene fuori la mia vita, le mie letture e le emozioni, il mondo che abito e la mia possibilità di indignarmi ancora.

Le continue incursioni nella dimensione dell’infanzia permettono di comprendere i momenti fondamentali del vissuto dell’autore, a partire da riflessioni su grandi temi e dal racconto, reso per brevi tratti, del legame col padre, che prende forma sin dalle prime pagine attraverso una sorta di ricordo per riuscire, così, a scorgere la dimensione più intima e privata di una figura complessa come quella di Perkins.
Sì, è così, non mi accontento della biografia, cerco di entrare nella vita della persona che racconto, cerco di andare oltre anche all’empatia, di riconoscermi in quel personaggio. Come è nato l’amore per le foreste di George Perkins Marsh? Forse come è nato per me, con un padre che nei pochi momenti liberi mi portava per i sentieri e mi spiegava qualcosa degli alberi. Così ho sentito parte di me quest’uomo di un altro secolo, che era un pigro indaffarato, un uomo a cui stanno a pennello le parole di una canzone di John Lennon: “La vita è quello che ti succede mentre sei impegnato a fare altri progetti”.

L'ambasciatore delle foreste Ciampi Verri blog

La scelta strutturale rispecchia l’incedere dei percorsi mentali dell’autore, un andamento narrativo che il lettore potrebbe inizialmente percepire come una continua divagazione, ma che si accorda, in realtà, con la ricerca dell’autore, inevitabilmente incompiuta, basata sull’urgenza di cercare risposte a partire dal terreno fornito da storie come quella de L’ambasciatore delle foreste. In che modo la memoria si lega qui all’immagine metaforica della semina?
Questa è una storia su un uomo che ha divagato molto, e proprio divagando a un certo punto si è trovato a realizzare la missione della propria vita. Anch’io prediligo la divagazione all’andare dritto alla meta. Nei viaggi, dove amo la lentezza e la sorpresa che si trova ai lati dei sentieri, ma anche nei libri e nelle connessioni che stabiliscono altri libri. Il senso poi te lo dà il tempo e la memoria che cuce ciò che è accaduto.

La narrazione è permeata da descrizioni dei luoghi che non sono mai legate alla sola contemplazione del bello o al racconto di uno spaccato sociale, ma intendono diventare veicolo per cercare storie nelle pieghe della Storia. Così emerge la narrazione dei posti vissuti da George Perkins, in quella piccola contea che rappresenta un’idea di America. In che modo prende forma una personale idea di geografia nel rendere il racconto dei luoghi – come accade qui a partire dalla contea di Windsor per arrivare a Istanbul – funzionale alle descrizioni di un altrove possibile anche solo nell’immaginario e che sembra sovrapporsi a quella di una geografia letteraria ancor prima che fisica?
Sì, a suo modo questo è un libro di viaggi, anzi, di luoghi. Alcuni li ho conosciuti direttamente, altri li ho coltivati solo nel mio immaginario, e forse sono i più belli. In ogni caso non posso prescindere dai luoghi, nel racconto di una vita. Anzi i luoghi sono il tessuto di cui quella vita è fatta, una geografia emotiva imprescindibile. Coltivo l’illusione che anche a distanza di molto tempo i luoghi continuino a esserre impregnati delle vite che li hanno abitati.

Tra i continui rimandi letterari, due riferimenti in particolare assumono centralità nella riflessione su distruzione e nascita: Arboreto salvatico, di Mario Rigoni Stern, nell’accento dato allo studio degli alberi con una finalità di ricerca connessa a una natura selvaggia che appare salvifica, e da qui la scelta di aggettivarla come “salvatico”; e il libro di Jean Giono, L’uomo che piantava alberi. A quale esito conduce ne L’ambasciatore delle foreste il rapporto con la distruzione in relazione all’idea che essa possa custodire un germoglio di salvezza?
L’ambasciatore delle foreste racconta anche ciò che mi è successo mentre mi occupavo di George Perkins Marsh: un dialogo interiore che è stato riscoperta di ciò che è davvero essenziale, perché poi è questo che ti suggerisce la vita nei boschi, anche nelle parole di un grande come Thoreau. In questa strada mi hanno tenuto compagnia le pagine di Rigoni Stern e Giono ed è stato come conversare con loro davanti a un camino acceso. A volte ci lasciamo soffocare da troppe ansie e frenesie, ci risucchia un senso di impotenza, e le risposte invece possono essere meravigliosamente semplici: per esempio un seme che viene piantato per la generazione che verrà, un albero che rimette le foglie dopo il gelo, il sentimento della primavera che prima o poi prenderà il posto dell’inverno.