48391588_512659475887574_4913031442289655808_n

di Stefano Trucco

Per il momento continuiamo a parlare del Western; la Seconda Guerra Mondiale arriverà.

Dicevamo che il Western come genere fu un modello ideale dello spirito americano ma anche una scelta arbitraria: stabilire che gli eventi accaduti nella metà occidentale degli Stati Uniti fra il 1865 e il 1900 (o 1893) fossero l’Epica Americana e fossero, in qualche modo, la veridica rappresentazione dello Spirito Americano, formando così un vasto (ma neanche tanto) repertorio di motivi, figure, tropi e lezioni di vita per l’Americano Medio, per il Bambino ma anche per lo Statista, da impiegare in molte situazioni della vita quotidiana.

Un esempio solo, opera di un americano tutt’altro che tradizionale, Henry Kissinger, un immigrato ebreo-tedesco decisamente intellettuale. Intervistato da Oriana Fallaci nel 1972 l’allora Consigliere per la Sicurezza Nazionale non esitò a paragonarsi a un cowboy: “Il punto principale nasce dal fatto che io abbia sempre agito da soloAgli americani ciò piace immensamente. Agli americani piace il cowboy che guida la carovana andando avanti da solo sul suo cavallo, il cowboy che entra tutto solo nella città, nel villaggiocol suo cavallo e basta. Magari senza neanche una rivoltella perché lui non spara. Lui agisce e basta: dirigendosi nel posto giusto al momento giusto. Insomma, un western”-well, you get the point.

55869058_261050328167231_407912775180877824_n

Già prima del 1900 esisteva una vasta e popolare narrativa su quanto accadeva nel West: per la stragrande maggioranza degli americani, che vivevano nella metà orientale dell’Unione, tale narrativa era al tempo stesso cronaca d’attualità e intrattenimento, specie a partire dalla Corsa all’Oro del 1848. Dopo il Novecento, fermo restando l’intrattenimento, quella stessa narrativa, quegli stessi personaggi e motivi, diventa il Western, epica nazionale e mitologia (nel West continuano ad accadere cose, c’è gente che ci vive e occasionalmente fa notizia, ci si chiede per chi voterà alle elezioni, ma non è più la stessa cosa). Il tema dichiarato è la Marcia della Civiltà, cioè la colonizzazione, che però avviene in forma ridotta, almeno rispetto alla vera colonizzazione, quella avvenuta a Est fra l’inizio del XVII secolo e il 1860 circa e della quale la narrativa e il cinema si interessano molto meno. Questo intendo con arbitrario: il grosso della vita americana avveniva altrove, fra Boston e Washington, sui Grandi Laghi, lungo il golfo del Messico. Gli immigrati italiani arrivavano a New York e di solito si fermavano lì, non andavano in Oklahoma o in Montana (in California sì, come gli altri americani).

Il Western non è solo, quindi, arbitrario nella scelta ma anche menzognero e evasivo nel racconto. Certi temi vengono scelti e privilegiati e certi altri vengono minimizzati o rimossi. I cammelli, tanto per dirne una, importati dall’Africa come animali da trasporto adatti al deserto e poi sterminati e dimenticati. Una maggiore attenzione ai temi ambientali rendeva meno eroico il quasi sterminio dei bisonti delle praterie, documentato da orgogliose foto di montagne di crani. Più seriamente rimossa è l’ingente presenza nera di schiavi liberati dopo la Guerra Civile: guarda caso i neri erano cowboy abilissimi. Ma il vero punto cruciale sono gli Indiani.

La narrazione Western è in gran parte storia delle guerre contro gli Indiani, cioè gli abitatori originari, e lo era stato fin dai primordi (L’ultimo dei Mohicani si svolge praticamente nell’Est più Est, cioè il New England). In gran parte dei casi, gli Indiani sono, semplicemente, il Male, l’Altro da eliminare – per vari motivi, da religiosi a scientifici (il cosiddetto ‘darwinismo sociale’) e quindi il Western è il racconto mitico ed edificante di un genocidio – non per niente tale sterminio, insieme al trattamento dei neri, era ammirato e portato a esempio da Adolf Hitler. Un esempio letterario piuttosto inquietante è l’Odiatore di Indiani nel Confidence Man di Hermann Melville, descritto, tutto sommato, come un personaggio positivo.

54730326_270195963914021_4519834290216763392_n

Ma l’atteggiamento Western verso gli indiani era più sfumato, non privo di ammirazione. L’indiano era anche, spesso, il Buon Selvaggio, virtuoso e eroico – non per niente definito ‘brave’ cioè coraggioso per antonomasia. Si riconosceva che spesso i bianchi si erano comportati male nei suoi confronti. Perciò il genocidio veniva tradotto da ‘eroica vittoria della civiltà bianca sulla barbarie’ a ‘inevitabile scontro di civiltà’ che permetteva quindi di riconoscere il valore individuale degli sconfitti. L’idea era che, a confronto con una civiltà superiore, gli indiani dovessero ‘naturalmente’ estinguersi. Il titolo di un romanzo di Zane Grey, uno dei più famosi autori di romanzi western, The Vanishing American (1925), più volte portato sullo schermo fin dal muto, divenne proverbiale.

56161662_2883685605189418_2901935125019230208_n

Del resto, si trattò di un genocidio interrotto: quando alla fine dell’Ottocento ogni residua resistenza fu spezzata definitivamente e i pochi indiani sopravvissuti vegetavano nelle loro poverissime riserve, sarebbe bastata una circolare dell’Indian Bureau per estinguerli una volta per tutte, ma ciò non accadde e gli indiani sopravvissero fino ai nostri giorni, buffi, tollerati e miserabili: i candidati alla Presidenza amavano farsi fotografare con un cappello di piume in testa.

56358445_263276217958692_8121892811546034176_n

Appunto, ecco il problema: la mitologia Western va in crisi negli anni Sessanta-Settanta, quando una nuova sensibilità, un prevalente spirito critico e l’esempio dell’Olocausto rendono impossibile negare o travestire il genocidio indiano. Il mito muore di troppa verosimiglianza storica. Non solo il destino degli indiani ma anche le familiari storie di cowboy/fuorilegge/sceriffi non reggono a livelli maggiori di violenza, o meglio di rappresentazione della violenza: il genere violento lo era sempre stato (ne morivano sempre tanti, nei film, e c’erano anche le risse nei saloon) ma in maniera largamente stilizzata. Una violenza sempre più grafica, in quello come in altri generi, gli fu fatale, rendendolo a poco a poco quasi intollerabile (e in questo gli italiani, Sergio Leone in testa, furono fra i maggiori colpevoli).

Quando Kissinger si paragona a un cowboy la vena del genere si sta esaurendo. Ci sono ancora bei film Western negli anni Settanta ma non sono, come dire, importanti. Anche Sergio Leone finisce per fare dell’altro. E l’epico disastro dei Cancelli del cielo (1981) di Michael Cimino potrebbe essere la pietra tombale del genere, ridotto a goffe serie tivù che oggi si possono rivedere solo per l’effetto nostalgia.

Solo che non è così. Il genere sopravvive, almeno a partire da un buffo film del 1985, Silverado di Lawrence Kasdan. Ancor oggi si continuano a fare film Western, anche bellissimi, come Unforgiven di Clint Eastwood, che vinse l’Oscar nel 1992. Ma ovviamente è diverso: se il primo passaggio, intorno al 1900, era stato dall’atttualità al mito, il secondo fu dal mito alla nostalgia. Una nostalgia che ebbe una discreta parte nella retorica di Ronald Reagan, un americano del Novecento che non aveva nulla a che fare col vero West ma aveva recitato il cowboy in diversi film.

La realtà della colonizzazione e del genocidio indiano è pienamente accettata e incorporata: gli indiani sono praticamente sempre e solo buoni, persino in narrazioni d’estrema destra come Walker Texas Ranger, e fanno la loro ricomparsa i neri, malgrado le solite accuse di essere ‘politically correct’. I livelli di violenza sono ormai stabilmente alti e non per niente Tarantino fa dei Western. Ma il tono è sempre e comunque nostalgico, anzi citazionista. Si celebra sì un’epopea di pionieri ma non della civiltà: del cinema. Non si fanno film Western quanto film sui film Western, e questo malgrado tutto il realismo storico messo in campo (non sempre, diciamo). I tropi del genere resistono, almeno nel ricordo.

 

Ma soprattutto c’è una splendida narrativa Western che è proprio il caso di leggere. Diciamolo, non è proprio il caso di ripescare Zane Grey o Louis L’Amour. A differenza di altri generi pulp, nel Western il cinema aveva schiacciato la scrittura. Ma oggi non è così.

Cormac McCarthy certo, si sa, ma per me la grande sorpresa è stato Lonesome Dove di Larry McMurtry, un lungo romanzo del 1985 pubblicato l’anno scorso da Einaudi (trad. di Margherita Emo). McMurtry è probabilmente il più grande scrittore americano che non avete mai sentito nominare. È l’autore del romanzo da cui venne tratto Voglia di tenerezza, uno dei meno memorabili Oscar di sempre, nel 1983. Ma il romanzo è un’altra cosa, come pure era un’altra cosa The Last Picture Show. E Lonesome Dove è uno dei grandi romanzi americani di sempre.

Nulla potrebbe essere più Western della storia della transumanza di una grande mandria di bovini dal Texas al Montana. C’è tutto, compresi gli indiani e i messicani e le prostitute dei saloon. Ma che maestà narrativa, che intelligenza psicologica, che talento nel rendere tanto le scene d’azione quanto quelle più meditative e romantiche e tragiche, che capacità nel tenere assieme senza fatica il vecchio mito e la sensibilità moderna. Che capacità di saper fare letteralmente tutto!

Ora, si sarà capito che, in realtà, a me il Western non piace particolarmente, con l’eccezione del mito di Ombre Rosse, che da sempre considero il ‘film perfetto’. Ma Lonesome Dove mi diede da pensare. E da pensare al crescente fastidio che provavo per il flusso continuo di storie dedicate all’Olocausto, alle guerre mondiali e alle grandi dittature del Novecento.

Qui la prima parte.

Annunci