Conrad Racconti di mare e di costa Michele Neri Verri blog

(fotografia di Michele Neri)

di Michele Neri

Nella mia vita esiste un prima e un dopo la lettura dei Racconti di mare e di costa di Joseph Conrad. Non c’è libro che abbia provocato le stesse reazioni, suscitato gli errori di prospettiva, poi i chiarimenti con me stesso: mi ha fatto credere e desiderare ciò che poi io ho impiegato tempo a riconoscere per quello che era. Ha indicato una vocazione poi una condanna e alla fine un’assoluzione.

Dovevo avere tredici anni. La copia è quella della foto, con l’accostamento di colori spenti e squillanti e le parole premonitrici di Pavese: in una delle prime pagine vuote reca alcune date a matita, sono le mie riletture, a un certo punto non le ho più segnate. Caso unico, ho indicato anche gli indirizzi in cui mi trovavo quando l’ho letto.

Avevo tredici anni, ed era il primo di tutti i racconti e i romanzi di Conrad che poi ho divorato quasi uno in fila all’altro. La linea d’ombra mi aspettava, così come Almayer e Kurtz, Lena di Vittoria e Flora de Barral di Destino. Se cito le sventurate Lena e Flora, è per introdurre le due donne di quell’antologia di racconti. È vero, esiste anche il misterico, amatissimo Coinquilino segreto in cui i critici e i biografi hanno visto molto, sia per stabilire la grandezza letteraria dell’autore, sia per insinuare sospetti sulla persona. Lo trovai noioso, no la verità è che non conteneva, a differenza dagli altri due, una donna disperata e amabile, una creatura da salvare e che tu-il protagonista dovevate proteggere insieme per poter sopravvivere. Non possedeva il segreto che mi sarebbe stato svelato in quelle altre pagine lette, ricordo, come se mi stessero baciando loro, un’esperienza per me così intima che ancora adesso, a quasi cinquant’anni di distanza, sussulto se sento pronunciato il nome di Freya, protagonista del racconto di chiusura: Freya delle sette isole, perfino il banale Alice del racconto di apertura: Un briciolo di fortuna.

Un segreto, o meglio un’allucinazione, un incantesimo. Furono le prime donne di cui m’innamorai. La loro attesa calpestata, la libertà, calpestata, la bellezza infinita e inutile e quindi crudele da togliermi il fiato, il destino legato a un’ingiustizia orribile o sciocca, il loro costituire quasi una pozza di mare più chiara, più pura e da cui assorbire quella voglia matta di passione di cui avevo il primo, adolescenziale, desiderio.

È stato il mio peccato, innamorarmi dell’amore attraverso il ritratto che di loro tratteggiò Conrad. Quel peccato che poi io scontai e per anni alla ricerca di una fanciulla da salvare, di un cuore puro per cui non proprio immolarmi, ma ci mancava poco. Venne un giorno diverso e un’altra donna disse: se non salvi prima te stesso, chi potrai mai salvare.

E allora mi giudicai, mi sentii un fallito. Pensai di aver sprecato tempo e di essere stato un colabrodo per la mia verità.

Poi finalmente la smetti, hai finito di scontare quell’errore. Dovevi commetterlo.

Eri giovane, da un corpo desiderato dovevi pur cominciare. E hai sempre subito il fascino del mare, anzi, per essere preciso di quella zona di acque basse in cui sguazzare, tra mare e costa, insenature, scogli affioranti pieni di granchi addormentati, la sabbia che sotto brilla felice al sole, ti senti quasi nato per quell’ambiente, affiorare è il tuo verbo, la risacca produce il suono che vorreste avesse il mondo, quel ‘Twixt Land and Sea del titolo originale, lì, quel tra due dimensioni, dove c’è pace e continuo, piccolo, cambiamento, lì vuoi vivere, dove potrai immergerti verso la passione o tornare indietro: l’acqua resterà calma e bassa, hai tredici anni, e ti senti invitato.