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Oggi presentiamo il diciottesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro intenso palinsesto sul Dialogo della Natura e di un Islandese firmato ancora e sempre da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

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Un islandese, che aveva viaggiato in quasi tutto il mondo e aveva soggiornato in terre diversissime, andando una volta attraverso l’interno dell’Africa e passando sotto la linea equinoziale, in un luogo mai prima penetrato da umani, ebbe un’esperienza simile a quella di Vasco de Gama quando doppiò il Capo di Buona Speranza, guardiano dei mari australi, che gli si fece incontro sotto forma di gigante per distoglierlo dal tentare quelle nuove acque. L’islandese vide da lontano un busto grandissimo, che dapprincipio immaginò fosse di pietra e simile alle statue colossali che aveva visto molti anni prima nell’isola di Pasqua, ma, avvicinatosi, si accorse che era una donna seduta in terra, enorme, col busto eretto, con la schiena e il gomito appoggiati a una montagna, e non finta, ma viva, dal volto a un tempo bello e terribile, con occhi e capelli nerissimi, che lo guardava fisso. Dopo essere stata un pezzo senza parlare, infine gli disse:
Natura Chi sei? Cosa cerchi in questi luoghi dove la tua specie era finora ignota?
Islandese Sono un povero islandese. Ho fuggita la Natura per quasi tutta la mia vita in cento luoghi della terra e anche ora sono qui per fuggirla.
Natura Così fugge lo scoiattolo dal serpente a sonagli, finché gli cade in gola da solo. Io sono quella che tu fuggi.
Islandese La Natura?
Natura Non altri.
Islandese Me ne dispiace fino all’anima; e sono certo che non potesse capitarmi disavventura peggiore.
Natura Potevi pur immaginare ch’io frequentassi soprattutto questi luoghi, dove non ignori che la mia potenza si mostra più che altrove. Ma cosa ti spingeva a fuggirmi?
Islandese Tu devi sapere che, fin dalla prima gioventù, dopo poche esperienze, io fui del tutto certo della vanità della vita e della follia degli uomini, che, combattendo continuamente gli uni contro gli altri per procurarsi  piaceri che non dànno gioia e beni che non recano vantaggio, sopportando e causandosi a vicenda infinite ansie e infiniti mali, che li affannano e danneggiano, s’allontanano dalla felicità quanto più la cercano. Per queste considerazioni, deposto ogni altro desiderio,  decisi di vivere una vita oscura e tranquilla, senza dare fastidio a chicchessia, senza cercare in alcun modo di migliorare la mia condizione sociale, senza contendere con altri per qualsiasi bene terreno; e, ritenendo i piaceri impossibili alla nostra specie, non mi proposi altro impegno che tenermi lontano dalle sofferenze. Col che non intendo dire che pensassi di astenermi dalle occupazioni e dalle fatiche materiali: ché ben sai la differenza tra fatica e disagio e tra il viver quieto e il vivere ozioso. E, appena attuata questa risoluzione, sperimentai com’è vano pensare, se vivi tra gli uomini, potere, non offendendo alcuno, evitare che gli altri ti offendano, e, cedendo sempre spontaneamente, e contentandoti sempre del minimo, ottenere che ti sia lasciato un qualunque spazio e che quel minimo non ti sia conteso. Ma mi liberai facilmente dalla molestia degli uomini separandomi dalla loro società e ritirandomi in solitudine: cosa che nella mia isola natale può realizzarsi senza difficoltà. Fatto questo e vivendo quasi senza ombra di piacere, non potevo però evitare i patimenti, perché la lunghezza dell’inverno, l’intensità del freddo e l’estremo calore dell’estate, tipici del luogo, mi tormentavano di continuo e il fuoco, presso il quale dovevo passare gran parte del tempo, m’inaridiva le carni e mi straziava gli occhi col fumo; così, né in casa né fuori, potevo evitare un perpetuo disagio. Neanche potevo conservare la tranquillità di vita che soprattutto auspicavo: perché le tempeste spaventose di mare e di terra, i ruggiti e le minacce del monte Ecla, il timore degl’incendi, frequentissimi nelle nostre abitazioni fatte di legno, non smettevano mai di turbarmi. Tutte scomodità che, in una vita sempre uguale, priva di qualunque altro desiderio e speranza e quasi di nessun’altra cura che di esser quieta, appaiono notevoli e molto più gravi che se l’animo è occupato dai pensieri della vita associata e dalle avversità che vengono dagli uomini. Pertanto, visto che più mi ritiravo e quasi mi contraevo in me stesso, per evitare di procurare fastidio o dànno a cosa alcuna del mondo, meno ottenevo che le altre cose non m’inquietassero e tormentassero, presi a cambiare luoghi e climi, per vedere se in qualche parte della terra potessi, non offendendo, non essere offeso, e, non godendo, non patire. E a questa decisione fui spinto anche da un pensiero che m’era venuto, che forse tu avessi destinato al genere umano un solo clima della terra (come hai fatto per gli altri generi animali e per le piante), e specifici luoghi, fuori dei quali gli uomini non potessero prosperare né vivere senza difficoltà e miseria da imputare non a te, ma solo a se stessi, se avessero disprezzati e superati i confini prescritti dalle tue leggi alla residenza umana. Ho esplorato quasi tutto il mondo e fatta esperienza di quasi tutti i paesi, osservando sempre il proposito di molestare le altre creature il meno che potessi e di procurarmi solo la tranquillità della vita. Ma sono stato arso dal caldo ai tropici, congelato dal freddo verso i poli, afflitto dall’incostanza dell’aria nei climi temperati, infestato ovunque dalle variazioni degli elementi. Ho veduto più luoghi nei quali non passa giorno senza temporale: che è come dire che tu ogni giorno dài un assalto e una battaglia organizzata a quegli abitanti, rei verso te di nessuna offesa. In altri luoghi, la serenità consueta del cielo è compensata dalla frequenza dei terremoti, dalla moltitudine e dalla furia dei vulcani, dal ribollimento sotterraneo di tutto il paese. Vènti e turbini violentissimi regnano nelle zone e nelle stagioni tranquille per gli altri furori dell’aria. Talvolta, mi sono sentito crollare il tetto sulla testa per il gran peso della neve, talaltra, per l’abbondanza delle piogge, la stessa terra, fendendosi, mi si è dileguata di sotto ai piedi; a volte ho dovuto fuggire a tutta velocità dai fiumi, che m’inseguivano come fossi colpevole verso loro di qualche offesa; molte bestie selvatiche, in nessun modo provocate da me, hanno cercato di divorarmi; molti serpenti di avvelenarmi; in diversi luoghi è mancato poco che gl’insetti volanti mi consumassero fino alle ossa. Tralascio i pericoli giornalieri, che sempre minacciano l’uomo e che sono infiniti, tanto che un filosofo antico non trova contro il timore rimedio più valido della considerazione che ogni cosa è da temere. Né le infermità mi hanno risparmiato, benché io fossi, come sono ancora, non dico temperante, ma continente nei piaceri del corpo. Io resto sempre  stupefatto nel considerare che tu ci hai infuso tanta, tanto costante e insaziabile avidità del piacere, senza il quale, la nostra vita, priva di ciò che naturalmente desidera, è imperfetta, e però hai disposto che l’uso di tal piacere, tra tutte le cose umane, sia quasi la più nociva alle forze e alla salute, la più dannosa negli effetti per chiunque e la più contraria alla durata della vita. Ma in ogni modo, astenendomi quasi sempre e totalmente da ogni piacere, non ho potuto evitare molte e diverse malattie: alcune delle quali mi hanno messo in pericolo di morte, altre di perdere l’uso di qualche arto o di condurre per sempre una vita più misera di quella passata; e tutte, per più giorni o mesi, mi hanno oppresso il corpo e l’animo con mille stenti e mille dolori. E certo, benché ciascuno di noi sperimenti nel tempo infermità, mali per lui nuovi o disusati e infelicità maggiore di quella solita (come se la vita umana non fosse sempre già abbastanza misera), tu non hai dato all’uomo, per compensarlo, qualche periodo di salute eccezionale e inusitata, che possa dargli qualche piacere straordinario per qualità e grandezza. Nei paesi coperti per lo più da nevi ho rischiato di diventare cieco, come accade solitamente ai Lapponi nella loro patria. Dal sole e dall’aria, cose vitali, anzi necessarie alla nostra vita, ma che non possono fuggirsi, siamo ingiuriati di continuo: dall’aria con l’umidità, con la rigidezza, e con altre modalità; dal sole col calore e con la luce stessa: tanto che l’uomo non può mai, senza maggiore o minore scomodità o danno, starsene esposto all’una o all’altro. Infine, non ricordo d’aver passato un solo giorno della vita senza qualche pena, ma sono innumerevoli quelli che ho consumati senza un’ombra di godimento: mi accorgo che tanto ci è destinato e necessario il patire, quanto il non godere; tanto impossibile il viver quieto in qualsiasi modo, quanto il vivere inquieto senza miseria. E ne concludo che tu sei nemica dichiarata degli uomini, degli altri animali e di tutte le opere tue; che ora ci insidi, ora ci minacci, ora ci assali, ora ci pungi, ora ci percuoti, ora ci ferisci, e sempre o ci offendi o ci perseguiti; e che, per costume e per istituto, sei carnefice della tua stessa famiglia, dei tuoi figliuoli e, per dir così, del tuo sangue e delle tue viscere. Pertanto, sono privo di speranza, perché ho compreso che gli uomini smettono di perseguitare chi li fugge o si nasconde con volontà vera di fuggirli o di nascondersi, ma che tu per nessuna ragione smetti d’incalzarci, finché ci opprimi. E già mi vedo vicino il tempo amaro e lugubre della vecchiezza; vero e manifesto male, anzi, cumulo di mali e di miserie gravissime, e, tuttavia, non accidentale, ma destinato da te per legge a tutte le specie viventi, previsto da ognuno fin dalla fanciullezza e preparato di continuo, dal quinto lustro in poi, con un tristissimo declinare e perdere senza colpa. Cosicché, appena un terzo della vita degli uomini è assegnato al fiorire, pochi istanti alla maturità e perfezione, tutto il resto al decadere e agli scomodi che ne seguono.
Natura Immaginavi forse che il mondo fosse fatto per voi? Sappi che nelle opere, negli ordini e nei procedimenti miei, tranne pochissimi, ebbi e ho intenzione sempre a tutt’altro che alla felicità o all’infelicità degli uomini. Quando io vi danneggio, in qualunque modo e con qualsiasi mezzo, non me n’accorgo, se non rarissime volte, come, di solito, se vi diletto o vi benefico non lo so e non ho fatto, come credete voi, quelle tali cose o quelle tali azioni per dilettarvi o giovarvi. E infine, se anche mi capitasse di estinguere tutta la vostra specie, non me ne accorgerei.
Islandese Poniamo caso che uno spontaneamente m’invitasse in una sua villa, con grande insistenza, e io per compiacerlo vi andassi. Qui mi fosse data per dimorarvi una cella tutta in rovina e cadente, dove fossi in continuo pericolo di essere ucciso, umida, fetida, aperta al vento e alla pioggia. Egli, non soltanto non si prendesse cura d’intrattenermi con alcun passatempo o di darmi alcuna comodità, al contrario a stento mi facesse somministrare il sufficiente a sostentarmi; e oltre a ciò mi lasciasse svillaneggiare, schernire, minacciare e battere dai suoi figliuoli e dal resto della famiglia. Se, lamentandomi con lui di questi maltrattamenti, mi rispondesse: “Forse ho fatto questa villa per te? O mantengo questi miei figliuoli e questa mia gente per tuo servigio? E ho ben altro da pensare che ai tuoi piaceri e a trattarti bene.”, a costui replicherei: “Vedi, amico, se non hai fatto questa villa per me, sei stato libero in questa scelta. Ma, poiché spontaneamente hai voluto che ci abitassi, non dovresti fare in modo, per quanto puoi, ch’io ci viva almeno senza travaglio e senza pericolo?” Così, a te dico adesso che so bene non hai fatto il mondo per vantaggio degli uomini, piuttosto crederei l’avessi fatto e ordinato espressamente per tormentarli, ma ti domando: t’ho forse pregato io di pormi in questo universo? O mi ci sono infilato violentemente e contro tua voglia? Ma se tu stessa, con le tue mani, mi ci hai collocato di tua volontà e a mia insaputa, e in modo che non potevo accettare né rifiutare! Non è dunque tuo compito, se non tenermi lieto e contento in questo tuo regno, almeno vietare che non vi sia tribolato e straziato, e potresti fare che l’abitarvi non mi noccia? E quanto dico di me, lo dico di tutto il genere umano, lo dico degli altri animali e di ogni creatura.
Natura Tu mostri non aver riflettuto sul fatto che la vita di quest’universo è un perpetuo circuito di produzione e distruzione collegate fra loro in modo che ciascuna serve continuamente all’altra e alla conservazione del mondo, e che, se cessasse o l’una o l’altra, esso si dissolverebbe. Pertanto, se in esso ci fosse cosa libera da sofferenza, per il mondo sarebbe un danno.
Islandese Così sento ragionare tutti i filosofi. Ma, poiché quel che è distrutto patisce e quel che distrugge non gode e in breve tempo è distrutto anch’esso, dimmi quello che nessun filosofo mi sa dire: a chi piace o a chi giova codesta  infelicissima vita dell’universo, conservata con danno e con morte di tutto quanto lo compone?

Si narra che, mentre erano intenti in questi e in altri simili ragionamenti, sopraggiungessero due leoni, così sfiniti e macerati dall’inedia, che a stento ebbero la forza di mangiarsi quell’islandese e, così ristoratisi un po’, per quel giorno si mantennero in vita. Ma ce ne sono alcuni che negano questa versione e narrano che un fierissimo vento, levatosi mentre l’islandese parlava, lo stese a terra e gli edificò sopra un magnifico mausoleo di sabbia, sotto cui, quello, perfettamente disseccato e divenuto una bella mummia, fu poi ritrovato da certi viaggiatori e collocato nel museo di non so quale città europea.

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