Barbera Orwell 4

(tutte le fotografie di questo articolo sono di Gianluca Barbera)

Come, leggendo La fattoria degli animali, decisi che sarei diventato uno scrittore

di Gianluca Barbera

Al liceo avevo una professoressa d’inglese completamente pazza. Ma non tanto per dire. Era davvero pazza. Pure io non scherzo. Ma questa ci batteva tutti. Vestiva da pazza. Si muoveva a scatti come una pazza. Parlava come una pazza. Aveva uno sguardo e capelli da pazza. O almeno così mi sembrava. Ma agli occhi degli studenti tutti i professori sono un po’ pazzi. Una volta la incontrai sulle piste di sci. Veniva giù a valanga. Un pericolo pubblico. Era con suo marito. Un povero diavolo che le arrancava dietro. Come lo compatii!

Ricordo che quando chiamava qualcuno alla lavagna per interrogarlo gli girava intorno fingendo di chiuderlo in cabina come al Rischiatutto e poi partiva con domande a raffica. Da un certo momento in avanti aveva preso l’abitudine di interrogare dal posto. Tutte le mattine cominciava scorrendo l’elenco in ordine alfabetico. Abete. Arcuri. Barbera. Una domanda e via. Quasi mai facevamo in tempo a rispondere e dunque sul registro fioccavano i due, i tre, i quattro. Quasi mai le riusciva di andare oltre la metà dell’elenco, a tutti appioppando voti spaventosi, fatta eccezione per qualche occasionale sufficienza. La lezione successiva ricominciava da capo, sempre dalla A. Siccome il mio cognome cominciava per B io finivo tutte le volte sotto il suo fuoco di fila. A fine quadrimestre molti di noi avevano collezionato sul registro una serie di insufficienze da impallidire (anche se credo le scrivesse a matita, per poi all’occorrenza cancellarle). Un giorno trovai il coraggio di farle notare come quel sistema fosse iniquo poiché così facendo una metà della classe si sarebbe ritrovata con una sfilza di insufficienze mentre l’altra metà sarebbe giunta agli scrutini senza un solo voto all’orale (come non se ne fosse resa conto lei stessa non l’ho mai capito: ma, come dicevo, era completamente pazza). Con mia sorpresa non mi punì né fece scenate. Mi ascoltò con sguardo attento, come un gatto che osservi un topolino prima di sferrare la sua zampata, e dalla volta dopo cambiò metodo: apriva il registro e cominciava a interrogare dalla lettera Z, risalendo fin verso il centro. E così nel quadrimestre successivo ci ritrovammo a parti invertite: gli alunni della seconda metà dell’alfabeto tartassati a più non posso e noialtri senza nemmeno un voto nel registro.

A volte riusciva a essere molto offensiva. Mi aveva affibbiato un nomignolo che mi vergogno di riferire, non tanto per me quanto per lei (anche se credo non sia più tra noi).

Ma ecco il punto. Devo alla sua pazzia se sono diventato uno scrittore. Fu lei infatti a farmi conoscere George Orwell e attraverso di lui a farmi scoprire la mia vocazione. All’inizio del secondo anno ci fece acquistare l’edizione inglese de La fattoria degli animali, che cominciò a leggerci durante le ore di lezione. Un po’ leggeva (aveva una deliziosa pronuncia), un po’ traduceva e un po’ farneticava. Non capivamo gran che di quel che dicesse, perciò una volta terminate le lezioni alcuni di noi si ritrovavano a casa dell’uno o dell’altro cercando di venirne a capo.

Di tutto questo oggi non posso che ringraziarla. Orwell divenne ben presto per me un punto di riferimento. È stato lui a farmi decidere che avrei fatto lo scrittore. Ricordo che prima di Animal Farm leggemmo il saggio autobiografico Such, Such were the Joys, che racconta le esperienze di Orwell ragazzino nel collegio di St. Cyprian, un’esperienza che lo avrebbe segnato ma anche preparato per gli anni di Eton. Fu lì che Orwell sperimentò le umiliazioni riservate alle classi subalterne. La sua non era propriamente una famiglia povera ma lo era abbastanza per fare di lui un suddito di Sua Maestà di serie B. Se poteva frequentare quella scuola era solo grazie a una borsa di studio. I borsisti dovevano ogni giorno lottare per guadagnarsi la permanenza nell’istituto con un alto rendimento. Il direttore del collegio non mancava mai di farlo presente. Non vi era giorno che non ricordasse agli studenti più poveri la loro condizione, sbattendogliela in faccia. E poi le punizioni corporali! Quando qualcuno sgarrava era sottoposto a una dose di frustate (vado a memoria perciò, essendo trascorsi molti anni, qualche dettaglio potrebbe non essere corretto). Spesso il direttore andava avanti fino a che il frustino non si rompeva. Tutto questo avveniva sotto gli occhi della moglie, che quanto a crudeltà non era da meno. Orwell finiva regolarmente punito a causa del fatto che faceva la pipì nel letto, durante il sonno. Come si poteva punire qualcuno per qualcosa che su cui non era possibile esercitare alcun controllo? Orwell non si dava pace. Io non facevo nulla, ricorda. Mi addormentavo e al risveglio il letto era bagnato. Che colpa ne avevo?

Queste immagini di Orwell che bagna il letto e di Orwell con le braghe calate che riceve le frustate davanti allo sguardo compassato della moglie del direttore mi sono tornate in mente più volte nella vita.

Barbera Orwell 2

Dopo quel saggio passammo alla lettura del breve ma meraviglioso Why I Write. Ecco, fu lì, credo, che avvenne la mia trasformazione da semplice studente ad aspirante scrittore. In quel saggio Orwell illustra le motivazioni che, a suo parere, spingono qualcuno a voler diventare uno scrittore: ambizione personale, amore per le parole, desiderio di verità e aspirazione a cambiare il mondo secondo la propria visione delle cose. Ecco, io quelle motivazioni non le ho mai dimenticate. Come non ho dimenticato certe scene memorabili di Animal Farm. La profezia del Vecchio Maggiore. Gli animali che prendono posto nel granaio divisi per specie. La sobria ma toccante amicizia tra il cavallo da tiro Gondrano (il cui motto è “lavorerò di più”) e l’asino Beniamino, tra i pochi a comprendere che i tempi nuovi non porteranno nulla di buono (“le cose andranno come sono sempre andate, cioè male”). La presa del potere da parte dei maiali, che prima e meglio degli altri imparano a leggere e scrivere. La rivalità tra Palladineve e Napoleone che, incarnando l’uno la figura di Trotsky l’altro quella di Stalin, si concluderà con la messa al bando del primo e l’affermazione del secondo (sancita dalla massima “Napoleone ha sempre ragione”). Gondrano che, ammalatosi, viene condotto al macello malgrado a tutti venga fatto credere che ad attenderlo sia un amorevole ospedale per cavalli (l’unico a capire come stanno le cose è naturalmente il vecchio asino). E infine il tradimento della rivoluzione degli animali, suggellato dalla trasformazione del comandamento “tutti gli animali sono uguali” nel più realistico “tutti gli animali sono uguali, ma alcuni animali sono più uguali degli altri”.

E così in poco tempo lessi tutte le opere di George Orwell, godendo di ciascuna. Poi passai ad altri grandi narratori e poeti inglesi. E in un impeto di desiderio divorai in pochi giorni La storia delle letteratura inglese del Praz, che la professoressa sempre citava. Così cominciai a conoscere molte cose. E a prendere bei voti durante le interrogazioni, fino a diventare il suo pupillo. E quando interrogava spesso mi saltava, chiamandomi in causa solo all’occorrenza, ossia se qualcuno sbagliava la risposta (cioè quasi sempre). Una sola volta mi sfuggì una castroneria e fui redarguito. Ma l’episodio non ebbe conseguenze. Ormai ero diventato il suo pupillo e lo sarei rimasto fino alla fine. E questo – incredibile a dirsi – senza che mi fossi attirato l’antipatia dei miei compagni (almeno credo).

Barbera Orwell 5

Da allora non ho mai smesso di amare George Orwell, il cui vero nome, come molti sanno, era Eric Arthur Blair, nato in India nel 1903 da una famiglia di origini scozzesi e il cui padre era uno dei tanti funzionari dell’amministrazione coloniale britannica. Ecco come nacque la mia passione per la lettura e per la scrittura. Certo, io già leggevo molto – ricordo che da ragazzino, in spiaggia, me ne stavo tutto il tempo sotto l’ombrellone a divorare un libro dopo l’altro, tanto che mia madre non faceva che rimproverarmi perché non legavo mai con nessuno e me ne tornavo dalle vacanze più bianco di prima. E iniziai presto a esercitarmi nella scrittura. Ma è senz’altro grazie a quella cara professoressa pazza (che forse pazza non era: di recente mi è capitata tra le mani una sua foto e devo ammettere di averla trovata molto diversa da come la ricordavo: addirittura una bella donna!), è grazie a lei, dicevo, se sono diventato uno scrittore e se ancora oggi nutro nei confronti di Orwell un amore e una devozione quasi filiali.

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