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di Alice Pisu

Agosto 1942. Ad Agazzano fervono i preparativi per la festa del paese in attesa degli spettacoli dei giocolieri, le ballerine, i mangiafuoco, i prestigiatori, i suonatori di fisarmonica, piva e organetto. Quel borgo in Val Luretta, nel Piacentino, è lo scenario scelto da Laura Fusconi per ambientare il suo romanzo d’esordio, Volo di paglia, Fazi.

La narrazione si snoda a partire dalla descrizione di quell’attesa vissuta da un gruppo di bambini: Tommaso, Camillo e Lia, caratterizzati a partire dalla relazione di amicizia che li lega, tra gelosie e prime infatuazioni. Una dimensione apparentemente imperturbabile la loro, rotta improvvisamente da un evento devastante che destabilizza la comunità intera: la scomparsa di un bambino, figlio di un sospettato antifascista.

Sono gli ultimi anni del fascismo delineati attraverso la vita in provincia, una sorta di microcosmo che diventa lo specchio della condizione generale del Paese: tra divisioni interne marcate da chi detiene il potere, come il ras fascista Gerardo Draghi e il suo manipolo di camicie nere, e chi cerca strenuamente di difendere un’idea di giustizia, come la maestra Ada, Luigi, o come don Antonio, figura realmente esistita, scelta come simbolo di coraggio nell’opporsi a soprusi e violenze.

Sarà quella sparizione a sancire la brusca interruzione della prima parte della narrazione che rappresenta il nucleo fondamentale del romanzo, per affidare ad altri personaggi l’osservazione degli esiti di una vicenda e delle sue ripercussioni attraverso uno stacco temporale di circa cinquant’anni.

La scelta di una narrazione ancorata alla prospettiva dell’infanzia permette al lettore di condividerne la suggestione fiabesca, a partire dalle descrizioni del Bosco delle Fate e del Bosco delle Streghe che lambiscono il paese, ai nomi delle poche abitazioni della zona: la Casa Bella, la Casa Vecchia, il Caslino, la Casa del Falco, la Valle. Proprio quest’ultima ispirerà l’origine della storia: una dimora imponente, ormai in rovina, che fu la casa del ras. Quel luogo interdetto ai bambini diventerà una fonte di attrazione irresistibile per i ritrovi segreti, cinquant’anni dopo, di altri ragazzini, Luca e Lidia. Sia nella prima parte nel 1942 che nella seconda nel 1998 i bambini diventeranno i depositari dell’orrore e saranno chiamati inconsapevolmente a confrontarsi con l’irrisolto e a trovare un modo per esorcizzarne il dolore.

La casa assume un forte valore simbolico nella narrazione: l’immagine trasfigurata di una dimora tra le cui pareti gli spettri del passato sembrano aggirarsi ancora porta nel presente i segni delle atrocità che celò. Ed è proprio l’immagine di una casa vuota e della solitudine di cui si fa custode a marcare una direzione alle pagine sin dai versi in esergo di Mariangela Gualtieri: “[..]E resto qui. Nella casa gelata./ Resto, non torno.”

La scelta di trattare di un contesto socio-politico critico slegandosi dal romanzo storico tradizionale evidenzia l’interesse di Laura Fusconi a costruire una narrazione basata su storie minime e esistenze ordinarie in grado di rappresentare il malessere di una società.

A divenire centrale nell’opera non sono i grandi eventi bellici ma le ripercussioni di un disagio crescente in una piccola comunità, rese in particolare nelle vicende di personaggi irrimediabilmente segnati nel corpo e nella psiche. È il caso di Umberto Bartali, il padre del bambino scomparso, che consumerà i suoi giorni con la percezione della propria impotenza davanti alla violenza del fascismo. O di Camillo: quello che cinquant’anni prima era appena un bambino diventerà un adulto dallo sguardo vuoto. Affetto da demenza senile, nei suoi vagheggiamenti continuerà a rivivere le inquietudini dell’infanzia al solo sentire il nome dell’amata Lia.

L’inserimento di nuovi personaggi, come Mara, permette di raccontare anche il tentativo di tessere i fili di una vicenda dolorosa rimasta irrisolta, funzionale nell’eseguire continui esperimenti silenziosi per agire su un ricordo e provare a modificarlo nella speranza di lenire il vuoto della perdita.

Una scrittura puntuale e precisa, equilibrata nell’alternanza di descrizioni dal tratto poetico e immagini nitide delinea gli effetti generati dal contesto politico, la rassegnazione nel subire violenze, lo spaesamento nell’inspiegabilità della perdita, i turbamenti sentimentali adolescenziali nel timore attraente per ciò che appare sconosciuto, estraneo.

Il lavoro sul linguaggio e la cura della parola appaiono evidenti anzitutto nell’attenzione dedicata ai luoghi teatro delle vicende. La caratterizzazione accurata anche di figure marginali nella narrazione è resa a partire da gesti minimi e risuona nei dialoghi secchi tra gli uomini seduti a bere al Cervo; nello stupore delle bambine che osservano incantate il banco delle bambole di porcellana della festa; nella voracità con cui un gruppo di ragazzini divora i buslanein.

Laura Fusconi consegna al lettore una riflessione sul peso della memoria in relazione alla Storia. In quelle esistenze non resta traccia di una reale salvezza: non c’è per i carnefici, come il ras fascista Gerardo Draghi, e neanche per le persone innocenti che lo circondano, a partire da sua moglie Ada, il neonato Guglielmo e la primogenita Lia che sente di non essere mai stata amata da lui. Non ci sarà per chi sacrificherà la propria vita a quell’ideale di giustizia, o per chi vivrà il peso di non averla trovata consumando i propri giorni nel dolore.

Quel volo di paglia che dà il titolo al romanzo non solo diventa un collegamento ideale nei giochi dei bambini del passato e del presente, ma rappresenta anzitutto un’indagine sulla perdita e sul peso dell’assenza in esistenze segnate dal dolore e costrette a fare i conti con la memoria, alla strenua ricerca di una salvezza possibile nell’interrogarsi sul significato di giustizia.

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