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Cade quest’anno il centenario della nascita di Primo Levi, celebre custode della memoria tra i testimoni del sistema concentrazionario, ma anche scrittore, forse uno dei più grandi e dei più letti del Novecento. Per parlare dell’autore di Se questo è un uomo e dello straordinario sguardo sulla natura umana che egli ha consegnato alle pagine dei suoi libri, mi metto in contatto con Noemi Di Segni, dal luglio 2016 presidente dell’Unione delle comunità ebraiche italiane. Ci accordiamo per una telefonata proprio la sera della festività di Purim, quando si legge la Meghillà di Esther, che narra il più antico tentativo di sterminio del popolo ebraico, e ci si maschera per ricordare il ribaltamento della situazione e lo scampato pericolo. Il nostro colloquio dura quasi un’ora e la voce di Noemi Di Segni suona decisa ma allo stesso tempo venata di quella lenta pacatezza di chi ha voglia di raccontare, di spiegare, di far capire. E se il fulcro dell’intervista muove da Primo Levi e dalla domanda se i problemi morali che egli dovette affrontare siano ancora oggi validi, c’è poi spazio – nei giorni in cui il Museo di Auschwitz lancia appelli contro l’immorale moda di scattare selfie nel campo di concentramento – per argomenti che, prendendo spunto dalle parole dello scrittore, riguardano le inclinazioni della contemporaneità.

Le questioni fondamentali, quelle di scrivere dopo Auschwitz e scrivere di Auschwitz, che egli risolse nella ricerca di sé e di una definizione morale dell’‘uomo Primo Levi’, nonché con un pizzico di umorismo ebraico (a chi gli domandava dove avesse appreso il tedesco, egli rispondeva: “Ad Auschwitz”), sono ancora oggi un problema? E se sì, quali (nuove) difficoltà devono affrontare?

Io credo che senz’altro siano ancora un problema. La descrizione dell’esperienza di chi ha vissuto l’orrore dei Lager ha avuto diverse fasi: da quella del timore, al momento del ritorno, di non essere ascoltati o compresi, a quella odierna, in cui si assiste a una sorta di affanno del racconto, non perché riaffiori un mondo che desidera la leggerezza dell’oblio dopo la guerra – come avvenuto nel ’45, in un frangente in cui nessuno aveva ancora capito, non si era svelata intera l’atrocità – ma perché oggi, ben coscienti e ben documentati su quanto avvenuto, si assiste alla bieca tendenza alla disattenzione sociale e all’organizzazione dell’oblio. Di qui l’affanno degli ultimi sopravvissuti, degli estremi testimoni, per affermare le verità del Lager, perché non vadano dimenticate né negate.

Quindi si è segnato un passaggio dal timore di scrivere per non essere creduti alla paura, oggi, di rimanere ancora una volta inascoltati da chi vuole misconoscere o scordare solo perché sono trascorsi tanti anni e perché i fenomeni del quotidiano superano tutto e permettono l’oltraggio del ricordo.

Poi c’è il racconto della seconda generazione, quella dei figli, di chi ha vissuto accanto ai superstiti e ha, in qualche modo, introiettato Auschwitz, respirandolo attraverso gli occhi di chi ha visto e i gesti di chi ha sofferto. E infine, c’è la mia generazione che porta i segni del passato non tanto perché ha succhiato il tossico latte del dramma, ma perché porta impressa la coscienza di dovere e di volere trasmettere, ed è in perenne ricerca di strumenti per farlo al meglio, a livello personale, famigliare, e istituzionale, e deve imparare a vivere in un mondo di neonati rapporti con la Germania, con i tedeschi, o con un’Italia che vuole dimenticare il proprio fascismo.

Dunque i due principali nemici della memoria della Shoa sono da una parte la falsificazione della storia e dall’altra l’organizzazione dell’oblio, la rimozione, la pretesa di non essere disturbati da ricordi scomodi. Ce ne sono altri in agguato?

In effetti ci sono altre tre distorsioni. Una è la forma moderna d’indifferenza: se ignavi erano quelli che durante la Shoa si voltavano pensando che in qualche modo la cosa non li riguardasse, oggi il nuovo indifferente è chi crede si possa non avere a che fare con la memoria. Di qui l’impegno istituzionale dell’Unione delle comunità ebraiche italiane di far capire che l’ascolto delle tracce della Shoa – e fra tutti il racconto di Primo Levi che per noi è un punto di riferimento assoluto – si traduce nel dovere di fare il conto con la propria moralità, per costruire una coscienza di italiani. Non è solo per gentilezza che si presta orecchio ai sopravvissuti e ai loro racconti, e neppure perché il giorno della memoria ha istituito in maniera ufficiale l’ascolto della sofferenza altrui. C’è qualcosa di più: il commuoversi, il comprendere o il partecipare devono condurre alla consapevolezza che quell’ascolto e quella comprensione fanno parte di un Sé, di una coscienza di italiani, alimentano il proprio percorso e forse, ancora di più, il riconoscimento delle responsabilità di un Paese.

La seconda e più tremenda distorsione è quella di coloro che deridono o riducono o usano la Shoa come oggetto di burla (chi non ricorda l’infame episodio di Selene Ticchi che lo scorso ottobre, a Predappio, si presentò alla commemorazione della marcia su Roma con una maglietta recante la scritta “Auschwitzland”?); questo è forse l’atteggiamento, oggi, che fa più male, perché riesce ad andare oltre alle già ignobili tesi del complottismo secondo cui gli ebrei sono la causa di ogni male del mondo e del negazionismo dell’olocausto.

Un terzo fenomeno è infine legato al tema Israele, la tendenza cioè ad attribuire a Israele delle politiche, nei confronti dei palestinesi, che pongono dei parallelismi con quanto fecero i nazisti nei confronti degli ebrei. Si tratta di una distorsione del concetto di Sionismo, che è stato, nel XX secolo, l’idea di voler tornare nella terra di Sion dopo millenni di Diaspora. Va da sé che oggi è Israele, come luogo, a rappresentare la vita del popolo ebraico; ma Israele è un Simbolo che prescinde Israele in quanto Stato. E in maniera simile a quanto si fa con Israele, occorre anche fare i conti con quell’importante data simbolica e delicatissima che è il 25 aprile: il problema del 25 aprile è che non è percepito come un’identità forte italiana, come un momento in cui si celebra e si deve celebrare la liberazione dal fascismo. Invece spesso ci si trova a cambiare il 25 aprile nella ‘liberazione da qualsiasi cosa’, accogliendo le pretese di ognuno. E l’unicità del 25 aprile è idealmente collegata alla necessità di distinguere, come ci insegna Primo Levi, i fatti storici l’uno dall’altro, così come si è capito che Auschwitz e la Shoa sono stati eventi eccezionali e (speriamo) irripetibili. Tutto ciò non perché non si rispettano le rivendicazioni o le tragedie altrui, ma perché ogni evento storico va analizzato senza compiere arbitrarie sovrapposizioni.

Proprio perché ogni evento ha le proprie peculiarità, oggi è ancora valida l’idea che la vergogna del passato dell’Olocausto è, come diceva Primo Levi, inestinguibile? Non la vergogna dei carnefici – ché quella è irriducibile e imperdonabile, sempre – ma quella vergogna sottile di cui parla si parla nei Sommersi e salvati, la vergogna di aver anche solo marginalmente lambito la “fascia grigia” (“quella zona di ambiguità che irradia dai regimi fondati sul terrore e sull’ossequio”) di chi è sopravvissuto perché ‘favorito’ nel sistema disumano del Lager, o perché – ridotto a una condizione subumana, con il “metro morale” completamente mutato – ha approfittato di qualche situazione a discapito degli altri (in base a qualche prevaricazione o abilità o fortuna).

Certo il sopravvissuto soffre spesso una sua personale forma di vergogna, o un senso di colpa per essersi salvato in mezzo a un mare di ‘sommersi’, come se per sopravvivere avesse fatto qualcosa di illecito, fosse stato più furbo o più colpevolmente fortunato. Credo, tuttavia, che questo senso di vergogna si sia un po’ dissipato, almeno ascoltando i superstiti che attraverso il racconto hanno affrontato il problema, hanno elaborato, per così dire, il loro imbarazzo e sono riusciti a vivere più o meno serenamente.

Forte del suo dolente senso comune, “Levi non vuole il nostro consenso ma il nostro disagio”, scriveva anni fa Giovanni Raboni. Condivide questa affermazione?

Credo che ci sia un collegamento con quanto ho detto prima. L’ascolto del travaglio del sopravvissuto deve condurre alla costruzione di una coscienza di sé; così il tema non è solo quello del ragionare o dell’ascoltare il dolore, ma anche del capire che quell’antica sofferenza non è isolata in un vuoto storico ma fa parte di una propria responsabilità, certo non diretta ma derivante da una catena di generazioni.

Primo Levi ci ha insegnato l’importanza di tener sempre desta la tensione morale. Oggi a cosa deve rivolgere la propria tensione morale il mondo ebraico?

Occorre ragionare attorno al tema del ruolo che si ha in una società e nel farlo mi riferisco più che altro a chi vive in un contesto che non è Israele, ma in formazioni sociali diverse (si vive ad esempio con se stessi, o con la famiglia, ecc…) Il mondo ebraico ha un riferimento comunitario come luogo in cui si esprime una propria vita e una propria identità. La comunità è strutturata, ha sue regole e istituzioni, e la domanda, oggi, per l’ebraismo è quale ruolo debba ricoprire nella società. Credo che la risposta non sia solo quella di vivere la propria religione, ma di usare dei principi verso gli altri, al fine di favorire percorsi e processi di valorizzazione sociale.

In questo senso, uno degli strumenti è ancora una volta il racconto; ce lo ha insegnato Primo Levi, che è stato bravissimo a prendere spunto da temi e valori caratterizzanti la religione ebraica pur non essendo osservante (anche per chi non lo è, si tratta di temi noti e tramandati come identitari: quello del raccontare, del trasmettere alle successive generazioni). Proprio oggi, ad esempio, abbiamo celebrato la festa ebraica di Purim, una festa in cui ci si maschera ricordando quello che è avvenuto nella Persia antica del re Assuero, così come tramandato nel racconto di Esther: il re Assuero (che regnava su 127 paesi), al terzo anno del suo governo, decise di organizzare un grande festeggiamento per esaltare le proprie imprese. Il perfido consigliere Aman, tuttavia, convinse il sovrano a sterminare tutti gli ebrei. Assuero, quindi, emanò un editto (che ogni paese, tra l’altro, riceveva nella propria lingua) che prevedeva il massacro per il giorno 13 del mese di Adar: si tratta del primo racconto dello sterminio del popolo ebreo.  La moglie del Re, Esther, riuscì però a ribaltare le sorti della situazione e a salvare il popolo residente nei territori della Persia. La fine del racconto (la minacciata tragedia che si traduce in situazione di salvezza) impone l’imperativo del registrare e del perpetuare. Questo per dire che tutte le feste ebraiche sono momenti che hanno come filo rosso quello del ricordo del dramma, da tramandare attraverso la festa, o i cibi o le cerimonie o le preghiere. O il racconto, come ha fatto Primo Levi. Quindi, ancora una volta, la tensione morale del mondo ebraico è il ricordo, quello passato di generazione in generazione, ma anche quello diffuso nella società.

Della cultura ebraica, Levi apprezzava tantissimo l’autoironia, il “desiderio straordinario di gioia attraverso la miseria, la persecuzione, la strage”. È ancora vivo questo senso dell’autoironia che Levi aveva conosciuto negli anni immediatamente successivi all’esperienza del Lager, nella cultura ebraica?

Sì, è vivo, assolutamente. La capacità di ridere di se stessi serve ad alleviare i dolori e le forme di miseria quotidiana. L’intero teatro yiddish e in generale lo humor ebraico sono ancora oggi completamente finalizzati alla capacità di sapersi analizzare attraverso un racconto leggero ma in grado di cogliere pienamente fenomeni sociali (come sono impostate le famiglie, come funzionano certi gruppi, cosa si desidera per il futuro dei nostri figli, ecc…).

Levi considerava la Diaspora come una scuola di tolleranza, di rapporti interetnici e culturali. È ancora possibile condividere questa visione delle cose?

Sicuramente. L’esperienza di Primo Levi è stata un esempio di chi mantiene molto forte il senso di appartenenza a una cultura e a un popolo, pur non esprimendolo nel quotidiano, pur non praticando. Per costoro non si può utilizzare il termine ‘assimilati’: non si tratta di dimenticare se stessi, ma di saper vivere nella società esterna con piena integrazione e armonia pur conservando non solo la certezza di fare parte di quella collettività che perimetra una propria identità di popolo ma anche quel senso di appartenenza che lega le generazioni le une alle altre.

Nelle pagine conclusive de I sommersi e i salvati, Levi scriveva che allora [alla metà degli anni Ottanta] “la violenza […] è sotto i nostri occhi” e “attende solo il nuovo istrione che la organizzi, la legalizzi, la dichiari necessaria e dovuta e infetti il mondo”. È una profezia che si è realizzata, o si sta realizzando in qualche modo? Viviamo in un mondo sicuro?

Di istrioni, anche oggi, ce ne sono tanti e queste di Primo Levi sono parole molto forti, potenti e profetiche. Tuttavia occorre stare attenti a non tirare facili o superficiali parallelismi (più che altro per rispetto alla drammaticità del passato). È ovvio che, quando si vive immersi negli accadimenti, non sempre è facile rendersi conto di ciò che può degenerare in tragedia. Consapevoli di questo difetto di lettura degli eventi storici nell’istante stesso in cui avvengono, il timore, oggi, è di non essere in grado di interpretarne i processi dinamici standoci dentro. Per questo occorre sempre prestare la massima attenzione e non essere soli nel leggere i dati e gli indizi che il contesto della realtà veicola.

Le nuove generazioni, scriveva Levi, sono “prive non di ideali ma di certezze”. E quelle del 2019?

Ci sono moltissimi giovani che sono delle belle persone, ragazze e ragazzi che credono, che vogliono fare e desiderano crescere in un’Europa che è la prima e fondamentale istituzione capace di salvaguardare un quadro di appartenenza e di assicurare la fiducia nel futuro. L’orizzonte non è, quindi, nutrito dalla certezza o dagli ideali, quanto dalla fiducia che seguendo un certo percorso ci si potrà realizzare in pienezza. Fiducia non significa essere certi di conquistare qualcosa o di non avere nessuna preoccupazione, non si tratta, insomma, di un’illusione ma di un progetto che sia in grado di mantenere accesa la fiamma del futuro.

È però vero che, se molti giovani nutrono delle passioni, in parallelo tanti altri si perdono nella rete, nel mondo digitale che abbaglia e offre lusinghe passeggere travestite da certezze e ideali. Occorre valorizzare la vita al di fuori del digitale, al di là della promessa di ottenere tutto e subito. Bisogna educare alla pacatezza, alla lentezza, alle piccole cose quotidiane. In questo senso, il concetto di comunità ebraica svolge, oggi che si registra una tendenza alla solitudine anche all’interno dell’istituto familiare, una funzione importante nel creare tessuti sociali e un senso di appartenenza più ampia. Avere delle comunità credo possa essere un orientamento interessante su cui ragionare nel mondo odierno, rispetto a sé e alla famiglia; così come necessaria risulterebbe la presenza di modelli positivi, che non siano soltanto i volti di chi ha fatto i soldi o di chi ha costruito la propria immagine sull’apparenza. Paradossalmente oggi – e così concludiamo su Primo Levi – non ci resta che ammirare le persone che hanno vissuto grandi tragedie e che con il loro esempio hanno tracciato un lento ma inequivocabilmente savio e ponderato percorso di vita.

Intervista pubblicata per la prima volta su Patria Indipendente, anno IV, n. 61.

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