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di Guido Michelone

Il 23 agosto 1973 nel teatro naturale di Villalago di Piediluco, vicino a Terni, si esibiscono gli Aktuala, ragazzi milanesi capitanati da Walter Maioli e Daniele Cavallanti  in uno stile tra ethno, jazz e rock (oggi definibile world music) e la Thad Jones & Mel Lewis Orchestra, forse la miglior big band di scuola mainstream all’epoca in circolazione. È l’atto di nascita del Festival Umbria Jazz, che – itinerante e en-plein-air – prevede altre tre serate, due a Perugia e una eliminata (a Gubbio) causa maltempo; nella grande piazza IV Novembre del capoluogo, debutta in Italia il quintetto jazzrock Weather Report, apprezzato da giovani, maldigerito dagli adulti, mentre anche il pubblico éngagé resta al contempo stupito, perplesso, attonito di fronte al recital della Sun Ra Solar Arkestra, fra new thing ed esoterismo teatrale egizio-futurista.

L’idea della kermesse comunque risulta subito vincente grazie a un’audience massiccia nonostante la promozione approssimativa dovuta alla velocità con la quale viene realizzato il progetto di un singolo. In realtà la gestazione del progetto fu velocissima: è il commerciante perugino Carlo Pagnotta, jazz fan che in vacanza frequenta da anni i maggiori jazz festival europei, che tenacemente vuole qualcosa di simile (e al contempo di diverso) a casa propria. Sarà fattibile grazie alla neonata Regione Umbria, con l’amministrazione di sinistra, prendendo atto dei fondamentali mutamenti nella cultura italiana dominata da intellettuali marxisti ormai, spesso loro malgrado, aperti alle controtendenze giovanili: l’ARCI e il PCI nazionali ad esempio si aprono proprio al jazz organizzando concerti, incontri, recital soprattutto alle Feste dell’Unità, accanto al ballo liscio e alla canzone impegnata.

Appoggiata dagli assessorati al turismo e alla cultura, grazie a un programma artistico coinvolgente, con lo zampino di Alberto Alberti (principale manager italiano dei grandi jazzmen statunitensi), Umbria Jazz per quattro anni di fila riempie di fricchettoni città e borghi, piazze e vicoletti della verde regione centrale, anche perché colma un vuoto lasciato dagli impresari stranieri che si rifiutano di far suonare lungo la Penisola le star del pop e del rock, dopo che alcune di loro subiscono violenze inaudite da parte delle frange estremiste ‘in guerra’ per l’autoriduzione o la gratuità dei biglietti ai concerti. Umbria Jazz non si pone nemmeno il problema visto che l’ingresso è libero per l’intero festival: e quindi migliaia di scatenati hippy ogni luglio si riversano nei centri storici di località più o meno note spesso anteponendo se stessi alle esigenze della musica, dell’organizzazione, dei tranquilli residenti.

Ne succedono di tutti i colori: la Count Basie Orchestra resta bloccata nel gorgo della folla; Keith Jarrett è attorniato da gente che siede persino sotto lo sgabello del pianoforte; un ‘ascoltatore’ strafatto danza tutto nudo davanti al naso di un’offesa disgustata Sarah Vaughan; un gruppetto irrompe sul palco per festeggiare l’Art Ensemble Of Chicago salvo non accorgersi di rovesciare, pestare, schiacciare l’intera gamma di sassofoni di Joseph Jarman e Roscoe Mitchell; alcuni facinorosi, con l’idea dell’esproprio proletario, assaltano una cooperativa alimentare e impadronitisi delle forme di formaggio ci giocano a birilli; i pur bravi Chet Baker e Stan Getz vengono fischiati solo perché bianchi e borghesi; anche il trombettista svizzero Franco Ambrosetti viene pesantemente insultato perché viaggia in spider.

Iniziano del resto a essere i cosiddetti anni di piombo: le cose vanno meglio ai Festival dell’Unità perché le scelte dei musicisti sono attentamente calcolate assieme a un servizio d’ordine in grado di lasciar fuori tanto i fascisti quanto gli autonomi. Ma a Umbria Jazz, soprattutto nelle edizioni 1975 e 1976, dopo i fattacci di cui sopra, si manifesta un acceso dibattito tra gli amministratori locali e le forze politiche moderate, non senza il contributo della sinistra extraparlamentare (Il Manifesto, Lotta Continua, Avanguardia Operaia) che prende le distanze da minoranze anarcoidi intemperanti. Il festival riprende nel 1978, ma si ferma ancora nel 1979, nel 1980, nel 1981. Sembra tutto finito, ma in realtà finisce il ventennio rosso in musica e politica e nel 1982 Umbria Jazz riparte su altri presupposti senza più fermarsi.

Occorre adesso capire cosa veramente succeda a Umbria Jazz e ai Festival dell’Unità di quegli anni, che sembrano davvero lontanissimi non tanto nel ricordo quanto soprattutto nel modo di vivere il rapporto musica/politica: e bisogna in particolare ritornare a parlare del jazz italiano degli anni Settanta, anche perché alcune ristampe discografiche o la proposta di inediti dell’epoca risveglia, nel pubblico e nella critica, notevole interesse verso un periodo che sembra rimosso sia degli ambienti musicali sia da quelli dell’informazione. In virtù di tale risveglio sembra opportuno tornare a riflettere su quest’argomento, che di volta in volta pare scomodo, antipatico, tortuoso, ma che invece presenta felici sorprese e interessantissimi spunti per un capitolo su come funzionano sia i rapporti tra la musica e politica in Italia sia soprattutto il jazz tricolore del presente e magari del futuro.

8 dischi tra Umbria Jazz 1973 e Feste dell’Unità

Giorgio Gaslini & Jean-Luc Ponty, Fabbrica occupata (Produttori Associati, 1973)

Una lunga suite (più un simil standard) per un lavoro di forte impegno politico e di intensa passione culturale, oltretutto realizzato con la collaborazione di una star della nascente fusion (il violinista francese, di proposito affiancato nel titolo accanto al vero autore) più alcuni bei nomi della free music inglese (Paul Rutherford, Tony Oxley, Harry Beckett), oltre i fidi Bedori e Bruno Tommaso.

Mario Schiano & Giorgio Gaslini, Jazz a confronto (Horo, 1974)

Nelle note di copertina si legge “il giusto punto di fusione nell’apparente dicotomia della ‘casualità-intenzionale’. Tutto è frutto cioè, di quanto si è voluto fare, in un ambito dove tutto era da scoprire per caso”. Gaslini, con il fido Tommaso, interviene solo in due dei sei brani in scaletta: il resto è un disco di Schiano, che, in altri pezzi, lancia pure un giovanissimo Massimo Urbani.

Mario Schiano & Antonello Salis, Old Fashioned (Carosello, 1978)

Forse questo è davvero un disco che chiude un’epoca per il jazz italiano, riferito a quello appunto detto ‘politico’: i due, rispettivamente al sax alto e al pianoforte si divertono a swingare su undici vecchi standard in maniera sgangherata, ridicola, autoironico, perpetuando un gusto avanspettacolare, ma preludendo inconsciamente al fatto che il sound sta tornando a riprendersi la Storia.

Gaetano Liguori Idea Trio, Cile Libero, Cile Rosso (PDU, 1974)

Assieme a Roberto Del Piano (basso elettrico) e Filippo Monico (batteria e percussioni) il pianista milanese di origini napoletane può vantare in quegli anni un successo massivo grazie alla capacità di ricondurre un discorso politico serio, autentico, sofferto nell’alveo di un jazz duro e amabile al tempo stesso, in cui la lezione del coltraniano McCoy Tyner è creativamente presente.

Perigeo, Azimut (RCA, 1972)

Quattro anni di fitte collaborazioni per un quintetto jazzrock, tra virtuosismo e coesione da far invidia ai coevi Weather Report: e cinque album (Abbiamo tutti un blues da piangere, Genealogia, La valle dei templi, Non è poi così lontano) uno più bello dell’altro, benché la scelta ricada sull’esordio leggermente acerbo, ma che di fatto simboleggia l’inizio di tutto.

Enrico Rava, The Katcharpari Rava (BASF, 1973)

Al secondo album a proprio nome il trombettista torinese registra a Milano, per la celebre etichetta tedesca, lamusica forse più giovanile rispetto alla successiva immensa discografia: accompagnato dagli americani John Abercrombie, Bruce Johnson, Chip White si orienta verso un personalissimo free-rock talvolta dagli struggenti echi latinoamericani, lasciando il segno per la musica a venire.

Aktuala, Aktuala (Bla Bla, 1973)

Quattro anni assieme con formazioni spesso cangianti, tre dischi all’attivo di cui questo è il primo (seguiranno La terra e Tappeto volante) per un gruppo all’epoca forse troppo avanti per il gusto italiano, non ancora propenso ad accettare un sound sfaccettato (reminiscenze africane e orientali), dai critici definito come la versione casalinga dei britannici. Thir Ear Band.

Area, Arbeit macht frei (Cramps, 1973)

Album d’esordio per un gruppo davvero sui generis, per nulla inquadrabile nelle novità prog e jazzrock, viste le molteplici sonorità e le provenienze eterogenee di cinque membri: ma a impressionare è soprattutto il vocalismo sperimentale del citato Stratos (già soulman con i Ribelli) per scolpire in un sound anche nei testi orientato all’impegno ‘rivoluzionario’.

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