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Oggi presentiamo il diciannovesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro imperdibile palinsesto sul Dialogo di Timandro e di Eleandro firmato ancora e sempre da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento.

***

Timandro Io ve lo voglio, anzi, ve lo devo dire francamente! La sostanza e l’intenzione dei vostri scritti e dei discorsi che fate mi sembrano molto criticabili.

Eleandro Se non vi sembra lo stesso delle mie azioni, non me ne dispiaccio poi tanto, perché le parole e gli scritti contano poco.

Timandro Nell’agire, non trovo nulla da rimproverarvi. So che non fate del bene agli altri perché non potete, e vedo che non fate loro del male perché non volete, ma nelle parole e negli scritti credo siate da biasimare molto. E non ammetto che oggi queste cose contino poco, perché si può dire che la vita attuale non consista in altro. Tralasciamo, per ora, le parole e diciamo degli scritti. Quel vostro continuo biasimare e deridere la specie umana, tanto per cominciare, è fuori moda.

Eleandro Anche il mio cervello è fuori moda e non è una novità che i figli somiglino al padre.

Timandro Neppure sarà una novità, allora, se i vostri libri, come tutto quello che contrasta l’uso corrente, non avranno fortuna.

Eleandro Poco male. Non per questo andranno a chiedere l’elemosina.

Timandro Quaranta o cinquant’anni fa, i filosofi erano soliti criticare la specie umana, ma in questo secolo fanno tutt’al contrario.

Eleandro Credete che quaranta o cinquant’anni fa, i filosofi, criticando l’umanità, dicessero il falso o il vero?

Timandro Piuttosto e più spesso il vero che il falso.

Eleandro Credete che in questi quaranta o cinquant’anni la specie umana sia diventata l’opposto di prima?

Timandro Non credo, ma questo per il nostro discorso non conta.

Eleandro Perché non conta? L’umanità è forse divenuta più potente o più importante, perché gli scrittori d’oggi siano costretti a adularla o tenuti a riverirla?

Timandro Voi scherzate su cose serie.

Eleandro Dunque, tornando al sodo, non ignoro che gli uomini di questo secolo si comportano male coi loro simili come gli antichi, e che tuttavia gli scrittori, al contrario del secolo scorso, si sono messi a dirne bene. Ma io, che non faccio male a simili né a dissimili, non credo d’essere obbligato a dir bene del prossimo contro la mia coscienza.

Timandro Però, come ogni essere umano, siete obbligato a cercare di giovare alla vostra specie.

Eleandro Se la mia specie a me fa il contrario, non vedo come ho l’obbligo che dite. Ma ammettiamo che l’abbia. Che devo fare, se non posso?

Timandro Non potete, e pochi possono, coi fatti. Ma con gli scritti, potete giovare, eccome!, e dovete! E non si giova coi libri che attaccano continuamente l’umanità, anzi si nuoce moltissimo!

Eleandro Quanto a me, ammetto non si giovi e credo non si noccia. Ma voi credete che i libri possano giovare all’umanità?

Timandro Non solo io, ma tutti lo credono!

Eleandro Quali libri?

Timandro Di più generi, ma soprattutto quelli di genere morale.

Eleandro Questo non lo credono tutti, perché io, fra gli altri, non lo credo, come rispose una donna a Socrate. Se un libro potesse giovare, penso che più di tutti gioverebbero quelli poetici, e intendo poetici in senso ampio, cioè libri in prosa o in versi destinati a muovere l’immaginazione. Ora, io stimo poco quella poesia che, letta e meditata, non lascia nell’animo del lettore un sentimento nobile abbastanza da impedirgli per mezz’ora di concepire un pensiero vile e di commettere un’azione indegna. Ma se il lettore tradisce l’amico più caro un’ora dopo la lettura, non perciò disprezzo quella tale poesia, altrimenti dovrei disprezzare le più belle, le più appassionate e le più nobili poesie del mondo. Escludo, però, da questo discorso i lettori che vivono in grandi città, i quali, pure se leggono attentamente, non possono essere aiutati neanche per mezz’ora, né molto dilettati né commossi, da alcun tipo di poesia.

Timandro Voi parlate, tanto per cambiare, con malignità e fate capire che di solito siete accolto e trattato malissimo dagli altri: perché per lo più questo è il motivo del malanimo e del disprezzo che alcuni nutrono per i propri simili.

Eleandro Veramente, io non dico che gli altri mi abbiano trattato e trattino molto bene, soprattutto, se lo dicessi, mi spaccerei come caso unico, però, neanche mi hanno fatto gran male, perché da loro io non desidero niente, né mi ci metto in competizione, così non mi sono molto esposto alle loro offese. Anzi, vi dico e assicuro, che so e vedo con chiarezza assoluta di non saper fare il minimo di quanto serve a rendersi gradito alle persone, e di essere del tutto incapace di avere rapporti con loro, anzi di essere completamente inadatto a vivere, per colpa della natura o soltanto mia; perciò, se l’umanità mi trattasse meglio di quanto fa, io la stimerei meno di quanto la stimo.

Timandro Dunque, siete ancor più condannabile: perché l’odio e voler vendicarsi, per così dire, essendo stato offeso ingiustamente, avrebbe qualche scusa, ma, a quanto dite, il vostro odio non ha una causa particolare, se non forse un’ambizione insolita e misera di acquistare fama dalla misantropia, come Timone: un desiderio in sé abominevole, e poi estraneo a questo secolo, tutto dedito alla filantropia.

Eleandro Sull’ambizione non vi rispondo, perché ho già detto che dal prossimo non desidero nulla, e se questo vi pare incredibile, benché sia vero, dovete almeno credere che non è l’ambizione a farmi scrivere cose che oggi, come proprio voi dite, recano infamia, e non lode, a chi le scrive. Dall’odio verso la nostra specie, poi, sono così lontano, che non soltanto non voglio, ma non posso odiare neppure chi mi offende, anzi sono del tutto incapace di odio e ad esso impenetrabile, che poi non è piccola parte della mia grande incapacità di comportarmi nel mondo. Ma di questo so giustificarmi, perché sono persuaso che, di solito, chi si convinca che procurare dispiaceri o danni a chicchessia gli rechi comodo o piacere, offenda non per far male ad altri, che non è mai il fine ultimo di un’azione, di un pensiero, ma per far bene a sé: un desiderio naturale e che non merita odio. Inoltre, per ogni vizio o colpa che vedo in qualcuno, prima di sdegnarmene, mi esamino, immaginando come miei i presupposti e le circostanze appropriate a quel che vedo; e, poiché mi trovo sempre o macchiato o capace degli stessi difetti, non riesco a irritarmene. Riservo sempre l’adirarmi per quando veda una malvagità che non possa essere nella mia natura, ma finora non ne ho viste. Infine, la convinzione della vanità delle cose umane mi riempie sempre l’animo, così non mi decido a dare battaglia per nessuna di loro, e l’ira e l’odio mi paiono passioni molto più grandi e forti di quanto non si addica alla fragilità della vita. Vedete che differenza tra l’animo di Timone e il mio! Timone, che odiava e fuggiva tutti gli altri, amava e blandiva solo Alcibiade, come causa futura di molti mali alla loro patria comune. Io, senza odiarlo, avrei fuggito più lui che gli altri, avvertiti i cittadini del pericolo e incitati a provvedervi. Alcuni dicono che Timone non odiava gli uomini, ma le belve in sembianza umana. Io non odio né gli uomini né le belve.

Timandro Ma neanche amate qualcuno.

Eleandro Sentite, amico mio. Sono nato per amare, ho amato, e forse con tanto trasporto quanto può trovarsene in anima viva. Oggi, benché non sia ancora, come vedete, in età fredda per natura, forse neppure tiepida, non mi vergogno a dire che non amo nessuno tranne me stesso, per necessità di natura e meno che posso. Tuttavia, sono solito scegliere di soffrire io, e ci sono preparato, piuttosto che provocare sofferenza agli altri. E di questo, per poco che sappiate di me, credo possiate essermi testimone.

Timandro Non ve lo nego.

Eleandro Cosicché, io non smetto di procurare agli uomini, per quanto riesco, anche prima che a me stesso, il più grande, anzi, il solo bene che sono arrivato a desiderare, cioè di non soffrire.

Timandro Ma confessate formalmente di non amare neppure la nostra specie?

Eleandro Sì, formalmente. Tuttavia, come, se dipendesse da me, farei punire i malvagi, anche se non li odio, così, se potessi, farei ogni bene alla mia specie, anche se non la amo.

Timandro  Bene, ammettiamolo. Ma dunque, se non ingiurie ricevute, non odio, non ambizione, cosa vi induce a scrivere come fate?

Eleandro  Più cose. In primo luogo, l’intolleranza di ogni finzione e ipocrisia, alle quali mi piego a volte nel parlare, ma negli scritti mai, giacché spesso parlo per necessità, ma non sono mai costretto a scrivere, e se scrivessi quel che non penso, non mi darebbe gran piacere spremermi il cervello sopra le carte. I saggi ridono di chi scrive latino, oggi che nessuno parla quella lingua e pochi la comprendono; io non vedo come non sia ugualmente ridicolo questo continuo dare per scontati, scrivendo e parlando, sia certe qualità umane che ciascuno sa ormai non trovarsi in nessuno, che certi enti razionali o fantastici, adorati già tanto tempo fa, ma ora considerati, dentro sé, nulla, da chi li nomina e da chi li sente nominare. Che si usino maschere e travestimenti per ingannare gli altri o per non essere riconosciuti non mi pare strano, ma che tutti si mascherino e si travestano allo stesso modo, senza ingannarsi l’un l’altro e riconoscendosi perfettamente fra loro, mi sembra una bambinata. Si tolgano le maschere, restino coi loro vestiti: non faranno meno effetto di prima e saranno più a loro agio. Perché, questo fingere sempre, benché inutile, e questo mostrarsi sempre una persona diversissima da quella che si è, non si può fare senza disagio e gran fastidio. Se gli uomini dallo stato primitivo, solitario e selvaggio, fossero arrivati alla civiltà moderna con un salto e non per gradi, crediamo forse si troverebbero nelle lingue i nomi delle cose dette prima, e nelle nazioni l’uso di ripeterli in continuazione e di farvi mille ragionamenti sopra? In verità, quest’uso mi pare una di quelle cerimonie o pratiche antiche, totalmente estranee ai costumi attuali, che tuttavia si mantengono per consuetudine. Ma io, che non so adattarmi alle cerimonie, non mi adatto neppure a quell’uso e scrivo nella lingua moderna e non in quella dei troiani. In secondo luogo, nei miei scritti non cerco tanto di mordere la nostra specie, quanto di dolermi del fato. Nulla credo sia più evidente e palpabile dell’infelicità senza scampo di tutti i viventi. Se questa infelicità non è vera, tutto è falso, e allora tralasciamo questo discorso e qualunque altro, ma se è vera, perché non dev’essermi neppure permesso dolermene apertamente e liberamente, e dire, “io soffro”? Ma se mi dolessi piangendo, e questa è la terza causa che mi muove, infastidirei gli altri e a me stesso molto e senza frutto. Invece, ridendo dei nostri mali, trovo qualche conforto e tento di recarlo ad altri per la stessa via. Se non ci riesco, sono però certo che ridere dei nostri mali sia l’unico vantaggio che se ne possa cavare, e anche l’unico rimedio: i poeti dicono che la disperazione ha sempre un sorriso sulle labbra. Non dovete pensare che io non compatisca l’infelicità umana, ma non vi posso rimediare con nessuna forza, nessun’arte, nessuna industria, nessun patto, pertanto stimo assai più degno dell’uomo, e di una disperazione magnanima, ridere dei mali comuni invece che sospirarne, piangerne e strepitarne con gli altri, o incitarli a fare lo stesso. In ultimo, devo dire che desidero il bene comune della mia specie quanto voi e quanto chiunque altro, ma non lo spero per nessuna via, non so dilettarmi e nutrirmi di certe buone speranze, come vedo fanno molti filosofi di questo secolo. E la mia disperazione, intera, continua, fondata su un giudizio fermo e su una certezza, non mi lascia spazio per sogni e immaginazioni liete sul futuro, né forza d’intraprendere qualcosa per vederli realizzati; e sapete bene che l’uomo non tenta quel che sa o crede non dovergli riuscire e, se vi si dispone, agisce di mala voglia e con poca energia, e che scrivere in modo diverso o contrario all’opinione propria, pure falsa, non è mai apprezzabile.

Timandro Ma bisogna pure cambiare il proprio giudizio se è diverso dal vero come il vostro!

Eleandro Io giudico, quanto a me, di essere infelice, e in questo so che non m’inganno. Se gli altri non lo sono, me ne congratulo con loro con tutta l’anima. Sono anche sicuro di non liberarmi dall’infelicità prima di morire e se gli altri hanno diversa speranza per sé, me ne rallegro ugualmente.

Timandro Tutti siamo infelici e tutti lo sono stati, e credo non vogliate vantarvi di affermare una novità. Ma la condizione umana si può migliorare di gran lunga nel futuro, come è già indicibilmente migliorata da quella passata. Voi mostrate di non ricordarvi, o di non volervi ricordare, che l’umanità è perfettibile.

Eleandro  Perfettibile, lo crederò sulla vostra parola; ma perfetta, che conta più di tutto, non so quando dovrò crederlo, né sulla parola di chi.

Timandro  Non è giunta ancora a perfezione, perché le è mancato tempo, ma non si può dubitare che stia per giungervi.

Eleandro Né io ne dubito. I pochi anni trascorsi dal principio del mondo ad oggi non potevano bastare e non se ne deve trarre giudizio sull’indole, il destino e le capacità umane. E poi si sono avute altre faccende da sbrigare … Ma oggi non ci si occupa che di perfezionare la nostra specie.

Timandro Certo! Con cura suprema in tutto il mondo civile! E considerando la quantità e l’efficacia dei mezzi, ambedue aumentate di recente in modo straordinario, si può credere che l’effetto si debba davvero conseguire fra più o meno tempo: e questa speranza avvantaggia non poco le imprese e le operazioni utili che promuove o genera. Perciò, se in passato fu dannoso e reprensibile, nel presente è dannosissimo e abominevole ostentare questa vostra disperazione e inculcare negli uomini l’ineludibilità della loro miseria, la vanità della vita, la debolezza e piccolezza della loro specie e la malvagità della loro natura. Tutto ciò non può dare altro frutto che prostrarli, spogliarli della stima di sé, primo fondamento della vita onesta, utile, gloriosa, e distoglierli dal procurarsi il bene.

Eleandro Io vorrei mi dichiaraste apertamente se ritenete che quello ch’io credo e dico sull’infelicità umana sia vero o falso.

Timandro Voi vi armate al solito vostro e, se vi confesso che dite la verità, pensate di averla vinta. Ma io vi rispondo che non ogni verità è da predicare a tutti, né in ogni tempo.

Eleandro Per cortesia, rispondete anche a un’altra domanda: queste verità, che io dico e non prèdico, nella filosofia sono principali o accessorie?

Timandro  Io credo siano la sostanza di tutta la filosofia.

Eleandro Dunque, s’inganna molto chi dice e prèdica che la perfezione del genere umano sta nel conoscere il vero, che tutti i suoi mali provengono dalle false opinioni e dall’ignoranza, e che sarà felice quando ciascuno o la maggioranza conoscerà il vero, e soltanto secondo quello organizzerà e condurrà la vita. E così dicono quasi tutti i filosofi antichi e moderni. Secondo voi, invece, le verità che sono la sostanza della filosofia devono nascondersi alla maggior parte dell’umanità. E credo ammettereste facilmente che debbano essere ignorate o dimenticate da tutti, perché sapute e ricordate nocciono sicuramente: come dire che la filosofia si debba estirpare dal mondo. Io non ignoro che l’ultima conclusione della filosofia vera e perfetta è che non si deve filosofare. Se ne deduce che la filosofia, prima è inutile, dal momento che, per non filosofare, non serve essere filosofo, poi è dannosissima, perché quell’ultima conclusione s’impara soltanto a proprie spese e, pure imparata, non si può mettere in pratica, perché gli esseri umani non possono dimenticare le verità conosciute, ed è più facile abbandonare qualsiasi altra abitudine che quella di filosofare. Insomma, la filosofia, che in principio spera e promette di rimediare ai nostri mali, alla fine si riduce a desiderare invano di rimediare a sé stessa. Posto tutto ciò, domando perché si debba credere che l’età presente sia più vicina e disposta alla perfezione delle età passate. Forse per la maggior conoscenza del vero, che si vede essere contrarissima alla felicità umana? O forse perché oggi alcuni sanno che non bisogna filosofare, senza che però riescano ad astenersene? Ma difatti i primi uomini non filosofarono e i selvaggi se ne astengono senza fatica. Quali altri mezzi nuovi o migliori di quelli degli antenati abbiamo noi per avvicinarci alla perfezione?

Timandro Molti e di grande utilità, ma esporli richiederebbe un ragionamento infinito.

Eleandro Lasciamoli da parte per ora: e tornando al fatto mio, dico che, se nei miei scritti, o per sfogo dell’animo, o per consolarmene col riso, e non per altro, ricordo alcune verità dure e tristi, tuttavia, non tralascio, negli stessi scritti, di deplorare, sconsigliare e rimproverare lo studio del misero e freddo vero, la cognizione del quale è fonte di indifferenza e infingardaggine o di bassezza d’animo, di iniquità e disonestà nell’agire e di perversione di costumi; al contrario, lodo ed esalto le opinioni che, benché false, generano atti e pensieri nobili, forti, magnanimi, virtuosi e utili al bene pubblico o privato; le immaginazioni belle e felici, pure se vane, che danno pregio alla vita; le illusioni naturali dell’animo e infine gli errori antichi, diversi assai dagli errori barbari, i quali solamente, e non quegli altri, sarebbero dovuti cadere per opera della civiltà moderna e della filosofia, che, secondo me, superando i limiti (come è proprio e inevitabile alle cose umane), non molto dopo averci sollevati da una barbarie, ci hanno precipitati in un’altra non minore della prima, benché nata dalla ragione e dal sapere e non dall’ignoranza, eppure meno efficace e manifesta nel corpo che nello spirito, meno gagliarda nelle opere, e per dir così, più nascosta ed interiore. Ad ogni modo, io credo, o piuttosto tendo a credere, che gli errori antichi, necessari al buono stato delle nazioni civili, siano, e ogni giorno di più diventino, impossibili da rinnovare. Circa la perfezione dell’uomo, io vi giuro che se fosse già stata conseguita, avrei scritto almeno un tomo in lode del genere umano. Ma, poiché non mi è toccato vederla, e non m’aspetto che mi tocchi, sono disposto ad assegnare per testamento una buona parte dei miei beni, affinché, quando il genere umano sarà perfetto, ogni anno gli si componga un panegirico e lo si declami in pubblico. E inoltre gli sia rizzato un tempietto all’antica, o una statua, o quello che sembrerà adatto.

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