Malcolm X Michelone Verri blog

di Guido Michelone

Attraverso le nuove sonorità

Esistono tanti motivi per ricordare il 1965 attraverso le nuove sonorità, in un rapporto più o meno diretto fra musica e politica: per limitarsi all’essenziale e soprattutto ai soli long playing nel jazz Ascension di John Coltrane segna il definitivo passaggio dell’immenso jazzman dal modale alla new thing, The Heliocentric Worlds di Sun Ra presenta invece la new thing in un’ottica avvenirista fra egittologia e fantascienza, Rip Rig And Panic di Roland Kirk mostra il polistrumentismo simultaneo di un eccelso sassofonista non vedente, Maiden Voyage di Herbie Hancock si rivela il miglior modal jazz dai tempi di Kind Of Blue, Chappaqua Suite di Ornette Coleman è una grandiosa colonna sonora – ovviamente in ottica new thing – rifiutata dai produttori discografici;

Passando a sonorità popolari, nel rock Pet Sounds dei Beach Boys rivoluziona il modo di produrre un album pop, Highway 61 Revisited di Bob Dylan sancisce un’epocole svolta elettrica, Rubber Soul dei Beatles inizia ad andare oltre il beat pur inventato da loro stessi, My Generation di The Who segna l’esordio del quartetto su LP presentando un british sound graffiante e rabbioso; nel blues Live At The Regal di B. B. King è un grosso successo tra l’audience bianca, Plays John Mayall di John Mayall è il debutto da solista del maggior bluesman inglese, Out Of Your Heads dei Rolling Stones viene infine salutato come un monumento al rock-blues.

Dando infine un rapido sguardo alla situazione italiana, le ottime vendite di Studio Uno di Mina e di Ciao ragazzi di Celentano (entrambi di fatto antologie) confermano l’amore massivo verso i due cantanti scoperti quasi dieci anni prima dal jazzista Giulio Libano, mentre in controtendenza Canti di libertà di Milva vede per la prima volta un’interprete leggera ‘impegnata’ sulle tradizioni folk sociopolitiche.

In un mondo dove si intensificano i combattimenti in Vietnam e si inaspriscono gli odi razziali negli States con marce di protesta a Selma, Boston, Chicago, Bogalousa, con scontri aperti nel ghetto Watt di Los Angeles e con le violenza del ku klux klan in Alabama, a colpire è soprattutto l’omicidio di Malcolm X il 21 febbraio 1965, mentre tenendo un comizio davanti a 400 persone nell’Audubon Ballroom di Manhattan per l’Organisation for Afro-American Unity, viene freddato con sette colpi di revolver.

Da quel 21 febbraio il leader dei musulmani neri diventa un’icona novecentesca, una mitologia contemporanea, una leggenda planetaria, una figura simbolica, non solo per gli afroamericani, ma anche per chi crede tanto nell’emancipazione pacifica alla Martin Luther King, quanto nella rivoluzione armata come Ernesto Che Guevara: a vario titolo, sono tre capipopolo da accostare l’un l’altro (a parte il comune tragico destino), ma compatibili anche per l’influenza mostrata già in vita sull’evolversi dei rapporti musica/politica.

A Malcolm X viene infatti doppiamente associata da un lato tutta la black music popolare, anche oltre il ventennio rosso, dei testi esplicitamente combattivi (soul e r’n’b, dagli Eighties rap e hip-hoip), dall’altro la new thing quale culmine di una ricerca formale estrema che riflette più o meno inconsciamente il dramma interiore del ‘negro’ schiavo ormai libero come uomo e artista di rivolgersi all’intera società persino in toni di sfida o di minaccia.

Sia su Malcolm X sia attorno alla new thing, da allora a oggi, si versano fiumi d’inchiostro, anche nel rilevare i punti in comune, aiutati in questo da alcuni musicisti che, fin dagli anni Cinquanta, si convertono all’Islam, e dai solisti che, a loro modo, commemorano Malcolm X con singoli brani, interi ellepì, iniziative benefiche, concerti gratuiti, comportamenti sociali.

La Nation of Islam

Qualcuno sostiene che il 1965 resta un anno importante per molto sound innovativo (i citati Coltrane, Sun Ra, ma anche Dylan e Stones) al di là della morte di Malcolm X, perché la musica soprattutto giovanile angloamericana è ormai coinvolta o impegnata via via nella causa per i diritti civili o nella protesta contro gli americani in Vietnam ancora, in altre parole, nella lotta per un mondo migliore. Altri invece ritengono giustamente che Malcolm X sia da inserire nel contesto di islamizzazione degli artisti afroamericani a partire dagli anni Ciqnuanta.

Già nel 1930 infatti Wallace Fard Muhammad fonda a Detroit la Nation of Islam (NOI) quale movimento afroamericano autoproclamatosi “setta islamica militante”, con il teologo Elijah Muhammad a lanciare la teoria dell’afroislamismo, secondo cui i discendenti delle vittime del mercato schiavista devono riabbracciare le tradizioni e la religione predominante del loro paese di origine, ovvero l’Islam, ignorando però che gli schiavi africani da tribù pagane o animiste vengono venduti ai bianchi da califfati o predoni arabi di fede maomettana. Per ripristinare uno status originario la NOI ha come obiettivo una nazione esclusivamente nera filo-islamica da creare all’interno degli States, benché dall’11 Settembre 2001 il movimento oggi guidato da Louis Farrakhan (discepolo di Malcolm X) è in crisi, ma già dai tempi di Malcolm X sospettato di averlo fatto uccidere per le posizioni concilianti assunte proprio dopo un pellegrinaggio alla Mecca dove vive in tende assieme a musulmani di pelle chiara e abbandona il razzismo all’incontrario delle primissime posizioni.

Piaccia o meno, la NOI trova molti adepti fra i personaggi in vista tra gli anni Cinquanta e Sessanta, il più famosi dei quali resta il pugile Cassius Clay, chiamato poi Mohammed Alì; uno dei primi jazzmen a convertirsi, già nel 1948, è il flautista Yusef Lateef, mutando il nome originario (William Emanuel Huddleston) in quella circostanza, recandosi quindi ben due volte alla Mecca come pellegrino, avvicinandosi alla new thing negli ultimi anni di Malcolm X, redigendo nel 1975 la tesi di dottorato Una panoramica dell’istruzione occidentale e islamica, vietando addirittura l’uso di alcool durante le proprio esibizioni nei night-club quale segnale di zelo religioso.

Risultano soprattutto i missionari del piccolo movimento Ahmadiyya che, fuori dal Pakistan, trovano diversi adepti tra noti solisti durante i Fifties: alcuni come Fritz Jones (Ahmad Jamal), Edmund Gregory (Sahib Shihab), William Henry Langford, (Hasaan Ibn Ali), e il sudafricano Dollar Brand (Adbullah Ibrahim) da allora a oggi si firmeranno sempre con il nome arabo; altri quali Art Blakey (Abdullah Ibn Buhaina), Mustafa Daleel (Oliver Mesheux), Talib Daoud, Dakota Staton (Aliya Rabia), McCoy Tyner (Sulaiman Saud) manterranno in pubblico l’anagrafe originaria.

Si vocifera inoltre che a pregare l’Islam, vi siano addirittura John Coltrane (che per primo sposa una musulmana), Dizzy Gillespie (nella cui band agiscono molti convertiti), Charlie Parker (ovvero Abdul Karim) e Pharoah Sanders (la cui opera contiene parecchi riferimenti mediorientali). In America, all’epoca circolano liste di jazzmen musulmani variabili tra i 75 e i 125, soliti esibirsi nei club di proprietà di altri islamici, molti dei quali provenienti dai Caraibi. E forse non sono nemmeno in pochi i jazzisti a leggere nel 1953 sulla rivista «Ebony», un articolo dove si dichiara che “l’Islam abbatte le barriere razziali e dota i suoi seguaci di obiettivi e dignità”: in breve, l’Islam si conferma religione ufficiosa del bebop e dell’hard bop.

Negli anni Novanta, quando la Nazione dell’Islam organizza, assieme alla NAACP, la Milion Man March su Washington (16 ottobre 1995), il musulmanesimo nero riesce a contare sull’appoggio di nuovi artisti come Ice Cube, King Sun, KMD, Movement X, Queen Latifa, Poor Righteous Teachers, Prince Akeem, Sister Souljah e di Tribe Called Quest. Anche Five Percenters, costola della NOI, ha l’appoggio dei rapper Grand Puba, Big Daddy Kane, Eric B. & Rakim, Lakim Shabazz, mentre l’Islam normativo vanta i Soldiers of Allah.

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