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di Mariolina Bertini

Nella tradizione della detective story l’ambientazione, a volte, è poco rilevante. Che Poirot indaghi sull’Orient Express o sul Nilo, che Miss Marple si aggiri tra i rosai del suo villaggio o ai Caraibi, gli sfondi delle loro imprese sono  privi di consistenza come scenari teatrali; quel che conta è sempre e soltanto l’elemento umano e psicologico. Sin dalle origini del poliziesco, però, si profila anche un filone narrativo che ha caratteristiche opposte: quello che fa presa sul lettore attraverso l’evocazione efficace, complessa e precisa di luoghi e ambienti ben riconoscibili. È a questo tipo di romanzo che pensava Chesterton quando sosteneva che il poliziesco è l’Iliade della moderna metropoli:

A nessuno potrà essere sfuggito che in queste storie l’eroe, ossia l’investigatore, attraversa Londra con qualcosa della solitudine e della libertà di un principe in un racconto del paese degli elfi, e che nel corso di questo interminabile viaggio l’ordinario omnibus assume i colori primitivi di un vascello fatato. Le luci della città cominciano a risplendere come innumerevoli occhi di folletti posti a guardia di qualche segreto crudele che lo scrittore conosce e il lettore no. Ogni svolta della strada è come un dito che lo indica; ogni fila di comignoli pare segnalare confusamente e ironicamente il significato del mistero (…). Non v’è ciottolo nella strada o mattone nel muro che non sia di fatto un simbolo intenzionale, il messaggio di qualcuno al pari di un telegramma o di una cartolina. Il più stretto dei vicoli, in ognuna delle sue svolte e controsvolte, custodisce l’anima di chi l’ha costruito, che magari è già morto e sepolto. Ogni mattone reca un geroglifico altrettanto umano che se fosse un mattone inciso di Babilonia.

È singolare come queste parole di Chesterton, scritte avendo in mente la Londra di Sherlock Holmes, nel 1901, esprimano compiutamente il fascino particolare dell’Ultimo caso dell’agente Evangelos (ed. orig. 2015, trad. di Francesca Cosi e Alessandra Repossi, Parma, Nuova Editrice Berti, 2019, pp. 233, 18 €), che prima di essere la storia di una misteriosa testa mozzata ritrovata in riva al fiume Evros, vicino al confine tra Grecia e Turchia, è la storia del rapporto del non più giovane Evangelos – agente dell’intelligence greca prossimo al pensionamento – con la città di Atene, che custodisce tutte le sue memorie professionali e familiari, tutti i fantasmi di una vita che ha attraversato il regime dei colonnelli conoscendo compromessi e fallimenti, speranze di giustizia e intollerabili delusioni.

L’Atene in cui facciamo la conoscenza di Evangelos è quella del 2010, dunque del momento più oscuro di una crisi economica particolarmente grave. Nicolas Verdan, svizzero di madre greca, ha di quell’Atene un’esperienza diretta che ci trasmette in tutta la sua drammaticità. Quando i giornali annunciano a lettere cubitali il ritrovamento della testa mozzata di uno sconosciuto, in una zona di frontiera teatro di stupri e prostituzione, chi commenta i loro titoli per le strade della capitale greca? Una folla di cui Verdan tenta il doloroso inventario, che cito in forma molto abbreviata:

… i nuovi disoccupati, i pensionati che frugano nella spazzatura, i portuali del Pireo rimasti senza lavoro, gli agenti della Compagnia elettrica che presto saranno licenziati, incaricati di tagliare i fili alle famiglie che non pagano più le bollette, i commercianti che hanno abbassato per l’ultima volta la saracinesca del loro negozio, gli infermieri non pagati, gli eroi della resistenza antinazista che mendicano scarti di pollo sul retro delle taverne, il banchiere che pensa di suicidarsi, i giovani ricercatori di poesia bizantina che non hanno più un soldo per andare a studiare i manoscritti in un’università di Salonicco, i cuochi dell’hotel Grande Bretagne che tengono da parte gli avanzi per i vecchietti del loro quartiere…

È una società messa in ginocchio dalla crisi, quella in cui si muove Evangelos, e Verdan non ne offre certo un’immagine edulcorata. Però anche in questo contesto difficile, Atene resta per Evangelos un oggetto d’amore, con le sue colline cementificate, gli alberghi di lusso degradati, i bar pieni di ricordi degli anni Settanta, i parcheggi e i centri commerciali che hanno cancellato gli orti e gli oliveti della periferia di metà Novecento. Sulle alture di Petroupoli, Evangelos passa spesso la serata nella casetta ormai vuota dove hanno vissuto i suoi genitori e posa sulla città uno sguardo disincantato ma non indifferente:

Prima di entrare in casa, decide di salire sul tetto dalla scala di ferro esterna. Tutte le sere, prima di andare a dormire, in qualunque stagione e con qualsiasi tempo, gli piace andare lassù.

Di fronte a lui, sulla cresta lunga dell’Imetto, dove lampeggiano le antenne militari, il paesaggio si confonde, stagliandosi contro il cielo sul quale alcune strisce di ovatta spandono le prime tracce sanguigne del giorno.

Il tempo volge al bello. A Nord della pianura centrale dell’Attica, quell’immensa carriola carica di schegge di marmo, il cranio calvo del Pentelico svela al sole il suo versante orientale.

Lontano da Atene, indagando sulla testa mozzata ritrovata nei pressi del confine turco, Evangelos si trova in contatto con una realtà ancora più degradata e più oscura: quella del bordello Eros in riva al fiume Evros, in una no man’s land dove il cinismo degli agenti di Frontex, incaricati dalle autorità europee di controllare i flussi migratori provenienti dalla Turchia, si scontra ogni notte con la disperazione di stranieri in fuga alla ricerca della salvezza. È sullo sfondo di questo luogo infernale che Evangelos comincia la sua ultima inchiesta; un’inchiesta che – per volontà dei suoi superiori – dovrebbe concludersi con l’insabbiamento, per non portare alla luce gli interessi economici che stanno dietro alla progettata costruzione di un muro irto di filo spinato lungo il confine greco-turco.

Ma Evangelos, pur non avendo la stoffa dell’eroe, non è il tipo da chiudere gli occhi davanti alla corruzione e all’ingiustizia. Sui luoghi dove è stata trovata la famosa testa, coglie immediatamente l’atmosfera gravida di orrore che circonda il bordello-fienile tollerato dalle autorità e frequentato anche dagli agenti di Frontex:

… Nessuno avrebbe potuto fare a meno di notare quella scritta rosa, Eros, Eros sull’Evros, un neon rosa sopra un grosso cubo di cemento e mattoni a un solo piano, due finestre sigillate dalla parte del fiume, una terrazza al primo piano ma senza ringhiera, una grande porta scorrevole dal lato della strada, un ingresso scavato su un fianco con una porta bianca di alluminio e, ben visibili di lontano, le quattro lettere ammiccanti sul tetto, Eros, a meno di un chilometro dalla frontiera, unica esalazione colorata nella fitta bruma delle paludi.

Per chiarire il mistero dell’uomo decapitato, Evangelos deve compiere una sorta di discesa agli inferi, partendo proprio dalle “finestre sigillate” di questo cubo di cemento, dentro il quale le ragazze vengono avviate a prostituirsi tra botte e torture. Nel bordello sono state trovate, incongruamente, anche corone d’edera intrecciate. Questo rinvenimento, associato alla testa mozzata, fa scattare all’improvviso la memoria di Evangelos; le ragazze del bordello sono scomparse, ma d’un tratto l’anziano agente ha l’impressione di vederle in tutt’altro contesto:

… è in quel momento che, in mezzo al fracasso notturno, intravede le corone d’edera sulla fronte delle donne che ballano. Dipinte di nero sulla superficie dei vasi, portano una corona d’edera in testa, le vede in una teca del Museo archeologico di Atene, su una ceramica con figure nere, è la danza delle Baccanti: tre coppie e due satiri intorno a una donna, lanciati in una sfrenata danza-inseguimento. Scene di danza per rappresentare le Baccanti che fanno a pezzi Penteo, scene di danza per raccontare la morte di Orfeo, donne dai capelli sciolti che indossano una corona d’edera…

Qualcuno, travestendo da Baccanti le disgraziate ragazze straniere del bordello e drogandole, ha riportato in vita il mito delle fedeli di Dioniso che in preda all’ebbrezza sbranavano a mani nude le loro vittime. Ma il filo che lega la tragedia antica (pensiamo alle Baccanti di Euripide) alla moderna tragedia delle giovani stuprate e drogate nel bordello sull’Evros, non sarà sufficiente ad Evangelos per chiarire il mistero della testa mozzata; dovrà addentrarsi anche nei retroscena dell’affarismo e della politica per cui la costruzione del muro lungo il confine è un’occasione di lauti guadagni. Un tema di grande attualità; anche se L’ultimo caso dell’agente Evangelos si svolge nel 2010, evoca purtroppo scenari oggi tutt’altro che superati, e non soltanto in Grecia.