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Marinella Savino è una donna minuta, biondissima, sempre gentile e sorridente, riservata al punto di apparire quasi scostante. Dietro agli occhiali scuri è quasi impossibile indovinare il colore del suo sguardo; a volte l’ho immaginato meravigliato, simile a quello di un bambino, altre volte mi è sembrato di percepirlo agitato come acqua in tempesta. La verità è che non l’ho mai visto e chissà se lo vedrò mai.

Molto abile a svicolare dalle domande dirette, lascia invece trasparire qualcosa se la si lascia parlare in libertà; ciò che si intravede allora è una grande forza, una passione sempre accesa e la voglia irriducibile di andare avanti, nonostante tutto e tutti. Lei non lo sa, ma più di una volta ho avuto voglia di abbracciarla, sorridendo.

Leggere i suoi scritti rischia di fare il medesimo effetto, potenziato dal potere di una scrittura diretta e morbida allo stesso tempo, capace tanto di accarezzare quanto di portare il freddo.

Il suo manoscritto, intitolato La sartoria di via Chiatamone, è arrivato in finale alla 31° edizione del Premio Italo Calvino ed è stato pubblicato a gennaio dalla casa editrice Nutrimenti. È un libro da attraversare senza fretta, riga dopo riga, parola dopo parola, intriso di sentimenti fragili e coraggiosi. Una lettura che ci restituisce la memoria di un tempo passato, un pezzo di quella storia che, in un modo o nell’altro, ha formato le radici più nascoste e più vitali di tutte le nostre famiglie.

Il tuo è per molti aspetti un romanzo intriso di sensibilità femminile, quindi partiamo da lei, Carolina, la protagonista. Hai avuto un modello particolare a cui attingere?

Il personaggio è ispirato a mia nonna paterna. Le ho dato un altro nome, ma è la storia di un pezzo di vita di mia nonna. Volevo raccontare la storia di una donna unica, ma come tante, fondamentale per la salvezza della propria famiglia in un periodo terribile del nostro Paese e del mondo intero. “Carolina non era bella. Era un tipo, si direbbe oggi. Un tipo decisamente non facile, turbolento, indocile. Renitente a qualsiasi costrizione da sempre. Di modi spicciativi, poco incline alla dolcezza e refrattaria alle buone maniere. Temperamento, a tratti, davvero terribile, nascosto, senza volere, da un’apparenza delicata e indifesa. Bionda, con gli occhi azzurri disegnati su un viso diafano. Occhi vispi, non sciacquati, agitati come un mare incazzato.” Credo, sia il ritratto essenziale di Carolina. Una donna forte, che però saprà avere dolcezze insospettabili, quando la vita la metterà alla prova.

Ma Carolina non è l’unica anima femminile del romanzo. Si può dire che l’altra immensa anima femminile, altrettanto protagonista, sia quella di Napoli?

Napoli è la città di tutta la mia famiglia. La mia città di nascita e di formazione. Sono andata via quando avevo vent’anni ma la porto dentro ovunque io vada; se sei napoletano, ti puoi adattare, altrove, ma non puoi mai dimenticare da dove vieni. Resti monco per sempre della tua città.

Nel romanzo Napoli è lo sfondo storico, culturale e sociale nel quale si muovono Carolina e la sua famiglia. Inutile dire che il romanzo non sarebbe stato lo stesso senza quello sfondo. Colori, sapori, odori, luoghi… Sono l’essenza stessa della storia. Un DNA imprescindibile.

Il terzo ingrediente della storia è la guerra, che condiziona tutte le scelte di Carolina. Perché hai scelto proprio la guerra – e perché proprio questa guerra – per raccontare la tua protagonista?

Ho scelto la guerra – proprio questa guerra – perché è ciò che mia nonna ha vissuto.

Quando ho deciso di mettere su carta la sua storia, volevo soprattutto evidenziare un particolare che mi aveva sempre colpito: sia mia nonna che mio padre parlavano della guerra con estrema naturalezza. Una specie di abitudine all’orrore, che li rendeva vagamente impavidi ai miei occhi. Credo fosse l’averla vissuta sulla pelle. Volevo riuscire a raccontare questa terribile naturalezza. Farne un racconto di quotidianità. Un resoconto del giorno per giorno. Entrare dalla porta della quotidianità per filmare un periodo eccezionale. Non so se ne sono stata capace, ma quello avevo in mente.

Tutto quello che Carolina fa è finalizzato a salvaguardare i suoi affetti. Cos’è per lei la famiglia? E per te?

La famiglia è tutto il mondo di Carolina. Don Arturo, Annuccia, i bambini sono il suo tutto. La famiglia e il lavoro. È una donna semplice, abbastanza figlia del suo tempo. La sua emancipazione sta nel credere nella propria capacità di donna e lavoratrice, nella propria capacità di non arrendersi mai e di essere trascinante per tutti coloro che ha intorno. Il lavoro è fondamentale, per lei. L’ha resa libera e benestante rispetto alla sua famiglia d’origine e libererà dalla fame della guerra tutti quelli che ama. Come sono io? Diciamo che, oltre a somigliarle molto fisicamente, ho il suo non facilissimo carattere, a quanto mi dicono a casa.

Non si può parlare di Napoli, in qualunque epoca storica, senza parlare di quel linguaggio che tu hai saputo riproporre, seppur italianizzato, conservandone inalterato il sapore locale e popolano.

Ho cercato di mantenere il più possibile l’impronta della parlata napoletana. Ho cercato di ragionare e di esprimermi da napoletana quale sono. Il problema era riuscire a farmi comprendere anche fuori da Napoli. Il napoletano è conosciuto ‘a orecchio’, più che nella sua trascrizione fonetica. Insieme all’editor ho scelto di trascriverlo quanto più parlato possibile per far sì che anche il lettore di Trieste, ad esempio, potesse “leggerlo” nella sua pronuncia più facile. Ho preferito sacrificare la trascrizione fonetica, più esatta, a favore di una comprensione più immediata. E, devo dire, sono contenta di questa scelta. I lettori mi scrivono spesso evidenziando questo aspetto.

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Scrivendo questa storia hai avuto momenti di stop e di dubbio oppure è andato tutto liscio? Cosa ti ha convinto di più e cosa ha funzionato di meno?

Come ho già detto, la storia viene dalla somma dei miei ricordi di bambina e dai racconti di mio padre. Non è nata nella mia mente come storia già bella e pronta. Partivo dall’idea di voler mettere insieme questi ricordi per non consegnarli all’oblio. Ho provato a buttare giù prima il secondo capitolo… Mi mancava, in un certo senso, la “voce”, che è arrivata con l’incipit, dopo aver scritto il secondo capitolo. Da allora, pagina dopo pagina, un fiume in piena. Sono stata travolta da un pezzo di storia della mia famiglia e ho potuto vederlo come in un film. A livello personale, è stato un po’ come avere la possibilità di vivere un tempo che ovviamente non avevo vissuto. I racconti di mio padre hanno preso consistenza quasi materica. Ci ho impiegato meno di un anno a scriverlo. Ho scritto ogni giorno. Mi sono costretta alla sedia perché sono anarchica per carattere e non sto mai ferma un momento. Faccio così anche adesso, mi impongo di scrivere almeno un’ora al giorno. Mi autodisciplino. Cosa mi ha convinto di più? Cosa ha funzionato di meno? Non ne ho la più pallida idea!

E infine il Premio Italo Calvino. Come mai la scelta di inviare il manoscritto?

Sai, al Calvino ero di casa, ormai. Avevo inviato altri due romanzi. Con il primo, silenzio assoluto, con il secondo era arrivata una segnalazione. Al terzo mi sono detta che era il caso di mandarlo lo stesso. Come tutti, nutrivo una flebile speranza, una specie di sogno nascosto, ma non credevo proprio di arrivare in finale né di essere pubblicata con questo libro che, peraltro, è un po’ lontano dalle tematiche delle altre cose che ho scritto.

La famosa telefonata di Marchetti l’ho ricevuta, come tutti i finalisti, ma non ho risposto. Rispondo poco al telefono e, in quei giorni, c’era un Marchetti omonimo, agente immobiliare, che mi telefonava e mandava mail a tutte le ore per avere una mia casa in vendita. Ero ad Atene e non rispondevo al telefono per godermi la vacanza. Ad un certo punto, vedo una mail a nome Marchetti e stavo per cestinarla quando mi sono accorta che il nome di battesimo era diverso. E infatti non era l’onnipresente agente immobiliare, era il presidente del Calvino! Ma ormai era fatta. La telefonata l’ho fatta poi io a lui, dopo giorni che mi cercava, così ho saputo di essere in finale. Ero con mia figlia. Ci siamo guardate negli occhi e… Ho lanciato un urlo. Poi mi sono ricomposta e ho chiamato mio marito che mi ha detto: – Faccio io i biglietti per Torino, che tu sei capace di dimenticartene! –

Il suo ultimo regalo per me.

Cosa ti ha dato il Premio Italo Calvino, al di là della pubblicazione?

Moltissimo. Ovviamente, è il premio per eccellenza per gli esordienti. La prima grossa vetrina. Grazie al Calvino è arrivata la pubblicazione. Tuttavia, ciò che fa la differenza è la cura, l’affetto e la capacità di affiancarti in un momento fondamentale di questa nuova esperienza. Un traguardo a cui arrivi, portata per mano da persone competenti. Io mi sono sentita e mi sento così. E mi è piaciuto molto.

La tua prima esperienza con l’editing: è stata come te lo aspettavi? Cosa hai imparato?

Ho pubblicato con Nutrimenti. Un sogno. Una casa editrice di qualità, guidata da persone eccellenti. Mi hanno affidata a un’editor, Monica De Caro, brava, paziente, di grande spessore umano. È stato come me lo aspettavo nei sogni più belli. Sono stata rispettata in ogni mia necessità, guidata e sgridata nelle mie testardaggini di scrittrice che non molla quella parola o quella frase nemmeno sotto tortura. Cosa ho imparato? Che, in fondo, fidarsi un po’ degli altri, quando sono assolutamente competenti, non è poi così sbagliato; neanche per me, che tendo a non fidarmi nemmeno di me stessa.

Si dice che quando un libro viene pubblicato smetta di appartenere all’autore e inizi ad appartenere ai lettori. Quale sarà il ricordo che porterai sempre con te del tuo primo romanzo?

Eh, sì… La sartoria di via Chiatamone, ormai, appartiene ai lettori. Giusto così.

Il ricordo che ne porto è un ricordo molto privato, legato a una persona che non c’è più, il compagno della mia vita, che aspettava di leggerlo su carta. Così non è stato.

Spero per il romanzo che sia letto ancora da molti, che tanti leggano la storia di Carolina e ne traggano il meglio, quello che sia il meglio per loro.

Oggi lo guardo ancora, tenendolo di fronte. Quando gli volterò le spalle perché avrò scritto e (mi auguro) pubblicato altro, un po’ mi mancherà.

Ma la vita è andare avanti. E io ho i piedi veloci.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May

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