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di Massimo Scotti

Quando a Napoli le cose vanno bene, di Napoli non si parla mai. Della città che rinasce, cambia in meglio, si trasforma sotto la guida di un sindaco intelligente e onesto come Luigi De Magistris, veniamo a sapere poco o niente. Basta invece che accada una tragedia, assurda come tutte le tragedie e com’è quella di Noemi – inspiegabile, agghiacciante, impensabile – perché ci si accorga di nuovo che Napoli esiste, in un luogo lontano, in un oscuro Oriente immaginario ma italiano, dove la città viene relegata da una mentalità nordista e oscurantista.

Quando aveva scoperto che sarei andato a lavorare a Napoli, verso la fine degli anni Novanta, un docente di filosofia (oggi stimato rettore) mi aveva detto: “Scotti, mi raccomando, per strada tenga sempre la valigetta dalla parte del muro”. Non avevo nemmeno capito, al momento: voleva che salvassi la mia valigetta dai ladri. Ma tanto io non ci passavo nemmeno, da Napoli. Appena sceso dal treno correvo in taxi a Mergellina o al Molo Beverello, per imbarcarmi alla volta di Capri, dove studiavo, ringraziando dentro di me il taxista che prendeva enormi tangenziali e scalava colline, pur di tenermi lontano, e protetto, dalla città avvolta nella sua leggenda nera fatta di pericoli, orrori, criminalità, quotidiani delitti. Facevo di tutto per non accorgermi degli scorci affascinanti che vedevo a distanza, voltavo in fretta le spalle – con tutta la fretta che potevo – alla città su cui il mare si appoggiava, ma come provvisoriamente, per diventare subito spazio aperto, sull’aliscafo, che portava verso un’isola fatta solo di meraviglie, accuratamente separata dagli spaventi urbani.

Quando mi era capitato finalmente di risiedere a Napoli, a poco a poco, molto guardingo e molto furtivo, avevo iniziato a fissarla negli occhi, sempre con paura (una paura indotta dalle troppe dicerie arcane) ma anche con uno stupore senza limiti. Mi avevano detto che dal punto in cui mi trovavo, molto in alto, c’era un percorso tortuoso per scendere in centro, ma sulla cartina vedevo invece una strada semplice e diretta, fra l’altro tutta in discesa. Così una sera, appena dopo il tramonto, ero passato per piazze animate, piene di gente allegra e desiderosissima di fornire indicazioni. Mi fermavo, di continuo, per entrare in grandi chiese aperte, stipate di capolavori: statue, dipinti, affreschi, e specialmente, la cosa che ricordo di più, le sculture di grandi tendaggi di pietra, morbidi e immobili, spalancati da figure umane, anche loro di pietra, angeli, arcangeli, santi, dame e gentiluomini barocchi. Avrei capito solo molto più tardi di aver sfidato gli spazi proibiti dei Quartieri Spagnoli, uno degli inferni immaginari più temibili fra i tanti immaginari inferni cittadini.

In seguito, negli anni, un’impavida amica di nome Ida mi avrebbe portato spesso a cena nelle pizzerie dei Quartieri, dove si pagava ancora con le monete tanto i prezzi erano umani; a tarda serata le porte si chiudevano e i clienti più affezionati potevano assistere allo spettacolo delle barzellette raccontate dal gestore, in partenopeo strettissimo, assolutamente incomprensibili quanto irresistibili anche per chi non ci capiva niente.

Da quegli anni lontani (ormai ne sono passati venti) non ho più smesso di apprezzare, scoprire e rimpiangere Napoli. Da quando non ci vado più tanto spesso mi rimane un’incredibile nostalgia, soprattutto per quel ritmo che mi prendeva appena sceso dal treno e fino al ritorno non mi abbandonava mai. Un posto energico (a volte fin troppo), una città già in movimento prima che ti svegli e che si addormenta sempre dopo di te la notte, percorsa da idee sempre mutevoli e sempre brillanti, essenzialmente greca, si direbbe, a giudicare dallo spirito filosofico e teatrale innato in chi ci abita, ogni volta sorprendente: lo sentivo, lo intuivo, ma me lo ha spiegato bene Giuseppe Campolieti. Una delle tante sere in cui andavo via, controvoglia, avevo trovato la sua Breve storia della città di Napoli all’aeroporto di Capodichino, con la sua gouache azzurra in copertina, una vera consolazione per chi, quella sera, la città non voleva proprio lasciarla.

Non so quante volte avrò già raccontato queste cose, forse troppe, ma non fa niente. Mi ritornano in mente tutte insieme ogni volta che sento parlare di Napoli da gente che non c’è mai stata, giornalisti distratti, ma non solo. È incredibile come se ne parli sempre alimentando, magari senza volerlo, la nebulosa inquietante in cui è sperduta, e forzatamente tenuta a debita distanza.

Voglio proprio fare un po’ di retorica, adesso, e usare immagini alla Salvator Rosa. L’Italia è percorsa oggi da ombre ben più nere, un cielo cupo di odio la sovrasta, lampi lividi di violenza si rincorrono, tuonano parole orripilanti, eppure il peggio viene caparbiamente mantenuto chiuso tutto laggiù nella città che diventa, in modo ricorrente, il capro espiatorio, quando le cose non vanno bene altrove, quando i pericoli veri sono altrove.

Non che siano irreali, a Napoli, i pericoli. Le sparatorie non sono irreali. Tutt’altro. Ma trovo sempre stupefacente l’insistenza su un tipo uniforme di notizie, e l’attenzione limitata che si devolve invece a fenomeni non allineati, inconsueti, che rappresentano eccezioni, al momento, e potrebbero diventare invece regole nuove, in futuro, quando le cose saranno cambiate, per una volta non in peggio.

Un fenomeno piuttosto singolare si è verificato durante l’ennesima, e recente, manifestazione contro la violenza. Tutti giustamente parlano di Noemi, la cui vicenda ha suscitato orrore, e per la quale non possiamo fare altro che pregare, sperando che sia presto fuori pericolo. Ma pochi, veramente troppo pochi hanno notato una sorta di miracolo, un avvenimento che dovrebbe essere osservato, analizzato e seguito con la massima attenzione: il figlio di un boss che parla apertamente, e clamorosamente, esprimendo il suo disprezzo per la camorra.

Tutti i non camorristi esprimono disprezzo per la camorra. Ma non tutti i figli della camorra hanno questa opinione, e men che meno il coraggio di esprimerla: il coraggio che ha avuto Antonio Piccirillo, figlio del boss Rosario. Ha usato pubblicamente parole chiare e nette: “La vita dei camorristi fa schifo. Hanno menti piatte. Conducono un’esistenza stupida. Sono dei falliti”. Anche se “falliti di successo”, come dice suo padre, non sappiamo se ponendo l’accento sul concetto di successo o di fallimento. “La verità su queste persone non la racconta nemmeno Gomorra”. C’è altro, dice Antonio Piccirillo, e nelle poche parole che sono state diffuse dalle sue interviste si può scoprire una sintesi non banale. “Non fate figli, allora, perché soffriranno e basta”. “Io e mio fratello non saremo mai solo Antonio e Saverio, saremo prima ancora i figli di”. “Per me mio padre è stato sempre una povera persona”. Eppure “è chiaro che bisogna amare i propri genitori, è una cosa naturale, ma la stima non c’entra, quella deve venire da altro”.

Quel poco che sappiamo di vite simili ce lo hanno raccontato proprio Gomorra o La paranza dei bambini: l’idea che facciano schifo, come dice Antonio Piccirillo, promana da due tipi di considerazioni – una, estetica, per lo squallore ossessivo degli ambienti in cui quelle esistenze si trascinano; l’altra, etica, per lo stato di segregazione, di chiusura costante, di infamia, di assenza di libertà morale in cui versa la gente di camorra, anche quando non è in carcere.

I protagonisti o le comparse della malavita (“Mala vita”, dice Piccirillo, “è proprio giusto il termine”), i boss come le baby-gang, spendono i soldi rubati, o conquistati mediante una sequenza interminabile di crimini, solo per circondarsi di cose sfarzosamente ridicole, con cui stipano le loro case-bunker dove possono irrompere da un momento all’altro le bande rivali. Non hanno scelta, sono costretti a seguire leggi da branco, codici tribali a cui devono sottostare forzatamente anche le loro famiglie. Appaiono disperatamente infelici e instancabili artefici dell’infelicità per gli altri. “Fate vedere i ragazzini che piangono, quando sono arrestati. Fate vedere che non hanno prospettive, che non sanno fare niente.” Non mostrateli come piccoli eroi freddi e impassibili, intende dire Antonio, perché è quello che gli altri vedranno e li spingeranno a sceglierli come modelli. Suo padre gli diceva, un tempo, che forse non era diventato anche lui camorrista “perché non aveva trovato persone affascinanti”. Sappiamo quanto sia ambiguo, e minaccioso, nella cultura del Mediterraneo, il concetto di “fascino”. Ma Antonio Piccirillo ha negato, acutamente, il fatto che possa esistere un qualunque tipo di fascino nella camorra.

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