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di Eva D’Alberto

Quando nell’ottobre del 2005, nello spazio circostante il palco posto al centro di Piazza Dante, mi capitò di scorgere la persona di Ryszard Kapuściński, ormai settantenne, quell’anno ospite del Premio Napoli, tutte le vaste cose che lui aveva conosciuto e descritto mi spinsero a una calorosa stretta di mano seguite da confuse parole di ammirazione e stima, tradotte a fatica dall’interprete di lingua polacca che lo accompagnava, una ragazza dai lunghi capelli e occhi neri bellissimi. Tanta emotività si stemperò in un allegro ringraziamento e in un saluto che erano già un’investitura perché di Kapuściński avrei trovato tracce in ogni successivo incontro letterario per me determinante e negli spazi professionali a venire.

Di migrazioni Kapuściński non è stato certo il primo a conoscere e dunque a scrivere, ma ciò a cui il diritto cerca di trovare sistemazione, oggi come da sempre, il reporter polacco lo descriveva nel suo libro Imperium, pubblicato nel 1993, come la più scontata premessa logicadi un intero sistema giuridico, sei anni prima che uscisse Ebano, nel 1999. In Imperium l’autore racconta una parte di mondo diversa da quella che oggi preme alle nostre frontiere, non narra di Africa ma di ex Unione Sovietica e scrive:

«In principio non pensavo a un grande viaggio. Volevo semplicemente recarmi nel Caucaso dove ero già stato due decenni prima alla fine degli anni sessanta. Quel pezzetto di terra, conquistato dalla Russia e poi inglobato a forza nell’URSS, mi interessava in modo particolare, vista la mia passione per la decolonizzazione mentale e politica del mondo; e lì oltre il Caucaso, si stava appunto svolgendo un processo del genere. Il XX secolo non è stato solo il secolo dei totalitarismi e delle guerre mondiali, ma anche la più grande era di decolonizzazione della storia: sulla carta del mondo compaiono più di cento nuovi stati; interi continenti conquistano, almeno formalmente l’indipendenza. Nasce il Terzo Mondo e inizia la grande esplosione demografica; le popolazioni degli stati sottosviluppati si riproducono a un ritmo tre volte più rapido di quello dei paesi ricchi. Ne derivano problemi a non finire, destinati ad affliggere il XXI secolo. Il medesimo processo di espansione del terzo mondo, che aveva causato il crollo degli imperi coloniali inglese, francese e portoghese, si faceva sentire anche all’interno dell’ultimo impero coloniale del mondo, l’URSS. Alla fine degli anni ottanta la popolazione non russa di questo impero ammontava a circa metà della sua popolazione, mentre l’élite al potere era composta al novantacinque per cento da russi o da rappresentanti russificati delle minoranze etniche. Ormai era solo questione di tempo: si trattava di aspettare che la consapevolezza di questo fatto si trasformasse, per le minoranze in questione, in un segnale di via libera all’emancipazione».

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Questa è la fotografia di un processo storico già filtrato da categorie politiche. Anni dopo, in Ebano, dinanzi a eventi più macroscopici, Kapuściński avrebbe lasciato che la realtà si riversasse nella parola scritta con tutta l’inesorabilità di un continente in movimento:

«La popolazione africana era un gigantesco reticolato che si intersecava, ricoprendo l’intero continente in un moto perpetuo, nell’ondeggiamento continuo delle sue maglie, fitte in un punto e larghe in un altro, come un ricco tessuto o un arazzo multicolore».

Della prima scontata premessa logica e delle seconde inesorabili conseguenze, la Comunità Internazionale sembrava ben consapevole, guardando ad anni appena trascorsi e premunendosi per quelli futuri, quando il 10 dicembre 1948 l’Assemblea Generale delle Nazioni Unite approvava con risoluzione e proclamava la Dichiarazione Universale dei Diritti Umani, estraendo da un fenomeno così prepotentemente reale,il valore giuridico sancito all’articolo 13:«1. Ogni individuo ha diritto alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato. 2. Ogni individuo ha diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio, e di ritornare nel proprio paese».

Per chi si trovi a operare in campo giuridico con un bagaglio di ideali, siano essi il frutto di scelte di parte o l’insieme di esperienze formative sedimentatesi nel tempo, i fenomeni migratori rappresentano un crinale scivoloso, lungo il quale è necessario sacrificare i propri investimenti esistenziali innanzi al corretto e costante esercizio del diritto,onde evitare di confondere la scienza giuridica con la rappresentazione della società,monito meglio espresso da un illustre giurista in un contesto che oggi non mi è più possibile citare.

La letteratura, allora, diviene un utile riparo rispetto al ragionevole esercizio della tutela di diritti soggettivi e al sacrificio delle proprie rappresentazioni diparte della società. Non potranno mai essere riferimenti letterari esaustivi, troppi ve ne sarebbero, primo fra tutti senz’altro l’Enea di Virgilio che porta in spalle l’anziano padre Anchise in fuga da Troia in fiamme. Molti i riferimenti a me sconosciuti, purtroppo. Si tratta piuttosto di predilezioni personali che tornano alla mente ogniqualvolta, nelle cronache e negli eccessi mediatici quotidiani, il diritto fondamentale a spostarsi lungo rotte percorse da secoli dal genere umano, viene contabilizzato nel bilancio dei nostri Stati europei o ridimensionato da contingenti emergenze securitarie. Ci sono istanze rispetto alle quali è difficile sottrarsi e Kapuściński lo ha dimostrato, sempre in Ebano: «La domanda sempre più fondamentale del mondo odierno non è come nutrire la gente visto che, a parte le difficoltà organizzative e di trasporto, il cibo abbonda. La vera domanda è: Che fare della gente? Che fare della presenza sulla terra di tutti questi milioni e milioni di persone, della loro energia non sfruttata, della forza che si portano dentro e che non sembra servire a nessuno? Qual è la collocazione di questa gente nella famiglia umana? Quella di cittadini con tutti i diritti? Di fratelli danneggiati? Di intrusi invadenti?».

Il successivo riferimento a Elias Canetti e al suo capolavoro Massa e potere viene da sé. L’autore dal mistero di tanta forza vitale ricava le leggi della massa, astratte e universali, con una prosa chiara e lineare:

«Il mare è molteplice, è in movimento, ha una sua profonda coesione. (…) La stretta coesione delle onde esprime ciò che anche gli uomini sentono pienamente nella massa: un’arrendevolezza verso gli altri, come se si fosse loro, come se non si fosse più appartati; una dipendenza cui non si sfugge, e una sensazione di forza, uno slancio, ottenuti proprio dall’essere tutti insieme. Non si sa nulla della peculiarità di tale coesione fra gli uomini. Anche il mare non la spiega, bensì la esprime.».

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Quello di Canetti è un richiamo che va al di là della sua produzione letteraria. Vissuto tra Zurigo, Vienna e Londra, la madre dello scrittore discendeva da una famiglia ebraica sefardita di origine italiane, livornese per la precisione, stabilitasi poi in Bulgaria, mentre il padre era un commerciante ebreo di lontane origini spagnole, i cui avi furono cacciati dalla penisola iberica nel 1492, data estremamente significativa. Che gli avi di Canetti siano sopravvissuti soprattutto a quest’ultimo esilio e abbiano resistito ai secoli, fino a rivivere nell’opera scritta del Premio Nobel, è una dimostrazione dell’inesorabilità del moto perpetuo del genere umano attraverso il tempo e lo spazio.

La prova a cui vengono chiamati l’Europa e l’Occidente, comunque lo si intenda, non è forse proprio quella di rapportarsi a nuove forme di “massa”, legittimando tutti questi esseri umani come individui, unici e irripetibili, ben oltre la definizione, ormai superata, di Terzo Mondo? Per secoli, millenni questa nostra parte di mondo ha narrato a se stessa la propria superiorità, ma uno scrittore geniale eccepisce: «La spedizione di Alessandro è a malapena menzionata dagli autori indiani. Eppure quell’ambizioso credeva di aver fatto qualcosa di memorabile», Henri Michaux, Passaggi, Adelphi 2012.

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Nel disorientamento generale, le fonti del diritto internazionale, europeo e nazionale rappresentano una bussola indispensabile, a cominciare dalla Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo, dichiarazione di principio, connotata da una funzione meramente esortativa e non vincolante per il diritto interno. Si tratta però di espressioni di volontà condivisa nate, appunto, per mantenere ferma la rotta e indicare la giusta direzione. Alla Dichiarazione si sono aggiunti in seguito il Patto relativo ai diritti economici, sociali e culturali e il Patto relativo ai diritti civili e politici, entrati in vigore nel 1976, fonti di diritto internazionale con valore vincolante e cogente. Il soggetto posto al centro della Dichiarazione Universale è sempre “l’individuo”.

Provo quindi a soffermarmi su alcuni articoli della Carta Costituzionale sperando di fornire alcuni strumenti di comprensione. L’ordinamento italiano si conforma al complesso delle fonti sovranazionali sulla base del dettato dell’articolo 11 della Costituzione: «L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; consente, in condizioni di parità con gli altri Stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo» e del primo comma dell’articolo 117: «La potestà legislativa è esercitata dallo Stato e dalle Regioni nel rispetto della Costituzione, nonché dei vincoli derivanti dall’ordinamento comunitario e dagli obblighi internazionali».Il diritto di asilo viene riconosciuto nella Dichiarazione Universale all’articolo 14, ma soprattutto, lo si trova sancito dalla nostra Costituzione all’articolo 10, con carattere cogente e vincolante: «L’ordinamento giuridico italiano si conforma alle norme del diritto internazionale generalmente riconosciute. La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali. Lo straniero, al quale sia impedito nel suo paese l’effettivo esercizio delle libertà democratiche garantite dalla Costituzione italiana, ha diritto d’asilo nel territorio della Repubblica, secondo le condizioni stabilite dalla legge. Non è ammessa l’estradizione dello straniero per reati politici».

La formula “libertà democratiche garantite dalla Costituzione” rimanda all’idea di individuo disegnata all’articolo 2 della nostra Legge Fondamentale: «La Repubblica riconosce e garantisce i diritti inviolabili dell’uomo, sia come singolo, sia nelle formazioni sociali ove si svolge la sua personalità, e richiede l’adempimento dei doveri inderogabili di solidarietà politica, economica e sociale», enunciazione programmatica di cui, in dottrina, i commentatori evidenziano forza e funzione maieutica che la sottraggono a qualunque asettica solennità. Non è rivolto ai “cittadini” bensì a qualunque persona, prescindendo da nazionalità e cittadinanza, quello stesso “individuo” posto al centro della Dichiarazione universale dei diritti dell’uomo. Dovendo necessariamente semplificare, il programma della Costituzione si basa su un’idea essere umano in evoluzione con tutte le sue espressioni universali e civiche. Lo svolgimento della personalità qui tutelato e promosso, a ben pensarci, evoca una forma di movimento che molto somiglia a un’idea di progresso.

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