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di Eva D’Alberto

In ambito amministrativo, tuttavia, esiste una normativa organica, il Decreto Legislativo del 25 luglio 1998 n. 286 o Testo Unico sull’Immigrazione, che all’art. 2 dispone:

«Allo straniero comunque presente alla frontiera o nel territorio dello Stato sono riconosciuti i diritti fondamentali della persona umana previsti dalle norme di diritto interno, dalle convenzioni internazionali in vigore e dai principi di diritto internazionale generalmente riconosciuti».

Anche il D. Lgs. 286/1998, dunque, è permeato dal riconoscimento dei diritti umani fondamentali. È proprio nel Testo Unico sull’Immigrazione che si trova il molto discusso istituto della protezione umanitaria o concessione del permesso di soggiorno per motivi umanitari. L’art. 5 comma 6 il T.U.I., di fatto ricollegandosi ai principi dichiarati nell’art. 2 del T.U.I., stabiliva che il permesso di soggiorno potesse essere revocato o rifiutato in determinati casi «Il rifiuto o la revoca del permesso di soggiorno possono essere altresì adottati sulla base di convenzioni o accordi internazionali, resi esecutivi in Italia, quando lo straniero non soddisfi le condizioni di soggiorno applicabili in uno degli Stati contraenti salvo che ricorrano seri motivi, in particolare di carattere umanitario o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano», norma modificata dal D.L. 113/2018, altrimenti noto come Decreto Salvini, che ha eliminato quest’ultima clausola di “salvezza”, i seri motivi di carattere umanitario «o risultanti da obblighi costituzionali o internazionali dello Stato italiano».

La giurisprudenza di legittimità ha dettagliato l’istituto della protezione umanitaria, che nella norma non corrisponde a situazioni predefinite o, per usare un termine tecnico, “tipiche”. Una sentenza della Corte di Cassazione, sez. VI – I n. 21903 del 17 giugno 2015, ad esempio, poneva l’accento sulla fonte di rischio presente nel paese di provenienza del richiedente asilo che però sia «sostanzialmente tollerato» o «non efficacemente contrastato», per l’assenza di un effettivo stato di diritto, come una situazione di generale insicurezza, violenza diffusa ed emergenza climatica o igienico-sanitaria, rispetto alla quale quello Stato di provenienza rimanga inerte o sia incapace di intervenire per insufficiente tutela dei diritti umani. Più recentemente la Cassazione, Sez. 1, 23 febbraio 2018 n. 4455, con efficace sintesi, afferma: «in ogni caso, la ratio della protezione umanitaria rimane quella di non esporre i cittadini stranieri al rischio di condizioni di vita non rispettose del nucleo minimo di diritti della persona che ne integrano la dignità, con la conseguenza che la mera allegazione di un’esistenza migliore nel paese di accoglienza non è sufficiente, dovendo comunque verificare che ci si è allontanati da una condizione di vulnerabilità effettiva, sotto il profilo specifico della violazione o dell’impedimento all’esercizio dei diritti umani inalienabili».

Nonostante la discussa abolizione da parte del D. L.113/2018, residuano spazi per l’istanza umanitaria, coincidente con i casi di divieto di espulsione,però tipizzati nel permesso di soggiorno per “casi speciali” all’art. 19 del Testo Unico: «1. In nessun caso può disporsi l’espulsione o il respingimento verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, di sesso, di lingua, di cittadinanza, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali o sociali, ovvero possa rischiare di essere rinviato verso un altro Stato nel quale non sia protetto dalla persecuzione. 1.1. Non sono ammessi il respingimento o l’espulsione o l’estradizione di una persona verso uno Stato qualora esistano fondati motivi di ritenere che essa rischi di essere sottoposta a tortura. Nella valutazione di tali motivi si tiene conto anche dell’esistenza, in tale Stato, di violazioni sistematiche e gravi di diritti umani. 1-bis. In nessun caso può disporsi il respingimento alla frontiera di minori stranieri non accompagnati». La norma, dunque, sebbene operi in presenza di situazioni concrete e contingenti, derivanti dalla materiale presenza dello straniero sul territorio italiano, resta saldamente ancorata alla garanzia costituzionale sancita all’art. 10 comma 2, che ricordiamo sancisce: «La condizione giuridica dello straniero è regolata dalla legge in conformità delle norme e dei trattati internazionali.».

Il dato letterale comune e inequivocabile di “straniero”, quale destinatario della tutela costituzionale così come della regolamentazione amministrativa, costituisce il perno di un sistema di garanzie che sostanziano il requisito della “vulnerabilità” e, di fatto, segnano il «contenuto essenziale» della sfera giuridica soggettiva di ogni persona. Quest’ultima immagine rinvia alla struttura del diritto inviolabile elaborata da Antonio Baldassarre nella voce Diritti inviolabili sulla Enciclopedia Giuridica Treccani, che, insieme alla voce Diritti sociali, rimane un bellissimo esempio di letteratura giuridica. Il significato dell’inviolabilità, secondo Baldassarre, coincide con:

«valori originari, assolutamente primari e perciò intangibili nel loro nucleo assiologico sia da parte di qualsiasi soggetto privato (incluso il titolare) sia da parte di qualsiasi potere costituito (pubblico o privato), compreso quello di revisione costituzionale».

Vi è in tale natura «l’evocazione positivizzata del principio filosofico dell’“eterno dell’uomo” (Scheler), del riconoscimento di un’invariabile base di valori materiali posta come solido fondamento di un modello di convivenza sociale e politica forgiato a misura d’uomo e dei suoi valori imperituri».

Non servono nozioni tecnico-giuridiche per riconoscere come il diritto alla vitasia presupposto ontologico e «contenuto essenziale» di questa immagine di uomo [1].

All’excursus normativo finora svolto, seguono necessariamente delle considerazioni. Si può accettare che l’istituito della protezione internazionale non appaia di immediata comprensione a chi non sia un tecnico, se inteso come un rapporto pubblicistico fra aspettativa di tutela delle libertà democratiche e incapacità dello Stato di provenienza di garantire tali libertà alla persona. Non altrettanto facile è accettare che il diritto alla vita, sancito da una norma vincolante che si radica nella complessa disciplina del diritto di asilo mediante l’art. 2 della CEDU, perda la sua evidenza per la difesa di un livello di benessere già provato da una lunga crisi economica o da un’istintiva paura del diverso.Introdurre le categorie di difesa del benessere e paura del diverso è anch’esso crinale scivoloso che riporta ad accadimenti storici innominabili. Canetti, sempre in Massa e potere, ricorda:

«si può dire che nella nostra civiltà moderna non accada nulla di portata paragonabile a quella dell’inflazione, tranne le guerre e le rivoluzioni. Gli sconvolgimenti che essa produce sono di natura così profonda che si preferisce tacerli e dimenticarli. Forse si teme anche di attribuire al denaro, il cui valore viene artificiosamente stabilito dagli uomini, la facoltà di dar forma a una massa, facoltà che vanno molto oltre la loro destinazione e hanno in sé qualcosa di assurdo e di infinitamente umiliante».

[1]Per completezza nella voce Diritti inviolabili, A. BALDASSARRE elenca le caratteristiche dei diritti inviolabili individuate dalla tradizionale scienza dei diritti umani: «assoluti, originari, indisponibili, inalienabili, intrasmissibili, irrinunziabili e imprescrittibili».

La seconda parte è prelevabile qui.

La prima parte è prelevabile qui.

 

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