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MONICA P. – Né io né Daniela, per quanto riguarda la conoscenza della lingua, abbiamo una formazione universitaria. A chi è esterno all’ambiente editoriale potremmo apparire come dei traduttori anomali. Tuttavia, soprattutto nella traduzione letteraria (non tecnica, quindi), una formazione universitaria ha molto meno peso di un orecchio esercitato da anni di letture e di una predisposizione alla narrazione. È superfluo dire che la conoscenza della lingua e della cultura d’origine del testo da tradurre è fondamentale: è la materia prima con cui si edificherà l’opera, materia che è reperibile (allo stato grezzo) nelle immense miniere dei dizionari; ma chi poi di fatto si cimenta con la traduzione letteraria si rende ben presto conto che tradurre significa appunto plasmare del materiale grezzo e attingere dunque ad altre risorse meno scontate, prime tra tutte la padronanza della scrittura narrativa e un uso molto, ma davvero molto critico dei dizionari. L’approccio non passivo alle definizioni del vocabolario dipende dalla dose di fiducia che il traduttore-scrittore può riporre in quell’“orecchio narrativo” che gli consente di “ascoltare” e recepire i dati e i suggerimenti forniti dal dizionario per poi, paradossalmente, NON seguirli, ovvero discostarsene quanto basta per trovare LA parola, con la giusta gradazione di significato e suono. Una concezione del “tradurre” ancor più valida quando ci si imbatte in autori come John Hart, la cui scrittura conserva marcatamente il sapore della cultura di provenienza. Hart fa, sì, scrittura “di genere”, ma rende il genere sinonimo di un’accurata selezione lessicale finalizzata, tra le altre cose, a coinvolgere il lettore a un livello più profondo nello sviluppo, in questo caso, del thriller.

DANIELA P. – In effetti, questo è forse l’aspetto principale di cui un traduttore (ma anche il lettore medio) dovrebbe avere piena consapevolezza. Tradurre un testo, in particolare un romanzo, significa traslarne la natura, intesa in tutti i suoi aspetti (scelte stilistiche e lessicali, ritmo, atmosfere, carattere, psiche ecc.) in una lingua diversa da quella in cui è stato originariamente scritto. In sostanza, si tratta di costruire una nuova impalcatura che si adatti al romanzo, e all’autore, come un abito o, ancora meglio, una nuova pelle. Il fine è trasmettere al lettore straniero, nel mio caso italiano, le stesse impressioni, gli stessi input che il lettore madrelingua (americano, nel caso di John Hart) riceve dal testo durante la lettura. Una sovrapposizione totale delle due esperienze è per forza di cose irrealizzabile, ma al traduttore spetta il compito di renderle quanto più possibile simili. Il lavoro di traduzione, per essere accurato, deve essere prima di tutto onesto: al momento di fare delle scelte si è spesso tentati, per lo più per ragioni di tempo, a optare per quella più semplice, che quasi mai risulta essere quella più calzante.
Come accennato da Monica, essere un traduttore non significa conoscere alla perfezione la lingua d’origine del testo da tradurre. Sia io che Monica ci siamo occupate di archeologia orientale all’università e siamo state costrette a preparare gran parte degli esami avendo a disposizione solo libri di testo in lingua originale. È così che è nato tutto, almeno per quanto riguarda l’inglese che, personalmente, amo. Credo però che per tradurre in editoria sia fondamentale conoscere bene la lingua di destinazione, l’italiano. Dopotutto, tradurre un libro significa ri-scrivere un libro.

MONICA P. – Altra questione interessante: cosa tradurre? Tutti possono tradurre tutto (in termini di traduttore ideale per quel determinato testo)? Ovviamente no. Si sceglie; in base alla propria predisposizione ad assumere una determinata “voce” nel caso della narrativa e alle proprie competenze nel caso della saggistica. Solitamente sono due i modi in cui viene commissionata una traduzione. Il primo è il risultato di un processo che inizia con lo scouting, cioè l’individuazione e la proposta di un libro ancora inedito in Italia. Se l’editore lo approva, parte la fase della traduzione. Nel secondo caso, è l’editore a proporre un testo al traduttore, illustrandogli brevemente di cosa si tratta. È così che è andata tra noi e John Hart.
Tra i due processi è abbastanza naturale preferire lo scouting, perché offre la rara possibilità di scegliere il testo da tradurre; se lo scouting va a buon fine posso seguire la ri-nascita di un libro che, da semplice lettore, vorrei fosse pubblicato nel mio Paese e nella mia lingua, quello che comprerei vedendolo sugli scaffali di una libreria. Fare scouting significa anche trovare l’editore ideale per un determinato testo, quello che sappia valorizzarlo al meglio e che disponga di una linea editoriale (collane, mission, pubblico di riferimento, altri testi in catalogo) che possa accoglierlo come nuovo membro di una grande (o piccola, a seconda dei casi) famiglia.
D’altro canto però il sistema dell’assegnazione riserva sorprese inaspettate: quando mi capita di tradurre libri selezionati da terzi, soprattutto se si tratta di testi di saggistica, ho l’opportunità di addentrarmi in argomenti che normalmente non avrebbero attirato la mia attenzione, libri che per (presunto) gusto personale non avrei comprato in libreria e che si rivelano invece interessanti; è un po’ come essere invogliati a conoscere persone nuove, magari anche antipatiche (in senso letterale) a prima vista, con cui si finisce poi per diventare buoni amici. Con John Hart, comunque, è stato amore a prima vista: tradurre un thriller con un editore che (come Nutrimenti) sia in grado di valorizzare il genere non capita spesso.

DANIELA P. – Il rito del fuoco (in originale The Last Child) di John Hart è la storia di un ragazzino che, solo contro tutti, è determinato a scoprire chi ha rapito e probabilmente ucciso la sorella gemella, scomparsa ormai da un anno (pura coincidenza? io e Monica siamo gemelle, a riprova del fatto che i retroscena di ogni traduzione sono costellati di aneddoti che hanno un che di fatidico). Si tratta palesemente di un thriller, ma John Hart, cosa per niente scontata, si spinge piacevolmente oltre i canoni di genere. La sfida, con Hart, consisteva appunto nel riprodurne lo stile teso e diretto, il linguaggio talvolta crudo, colloquiale, “da strada”, alternato a una scrittura incredibilmente fine, delicata e di spessore. Di frequente, soprattutto se si tratta di libri di genere, gli editori richiedono una resa in italiano più piatta, scorrevole e accessibile rispetto all’originale inglese. Il più delle volte accade proprio con le traduzioni di autori americani, perché la grande fruizione di opere americane ha innescato in Italia una sorta di caccia alle streghe contro le americanate, per cui proprio l’operazione di trasferimento del “diverso” si traduce in un testo normalizzato ed “epurato” da termini specialistici, imprecazioni, linguaggio parlato, espressioni linguistiche strambe tanto per il lettore italiano quanto per quello inglese/americano (quasi un secondo editing, insomma, atto a non stancare e scandalizzare). Il risultato rischia di essere un libro spersonalizzato, privo delle sfumature e coloriture culturali che consentirebbero al lettore italiano di inquadrare il testo immergendosi a fondo in una realtà diversa dalla propria (basti pensare, per esempio, a come l’attenta e coscienziosa riproduzione del linguaggio dei bambini in It di Stephen King aggiunga notevole valore e personalità al romanzo). Con Nutrimenti il problema non si è ovviamente presentato, ma purtroppo non va sempre così e il traduttore, a meno che non sia un gran nome, non può far altro che rispettare il volere dell’editore (anche perché la traduzione subisce sempre una seconda fase di revisione a opera del redattore).

MONICA P. – Data dunque la complessità del mestiere, c’è una domanda alla quale, avendo tradotto il testo con mia sorella, devo rispondere spesso: come si fa a tradurre a quattro mani un libro di narrativa? In effetti non è semplice. L’operazione richiede che due persone riproducano esattamente nella stessa maniera e con gli stessi criteri (redazionali, lessicali, stilistici) il romanzo di una terza persona, adeguandosi non soltanto allo stile dell’autore ma, reciprocamente, a quello del “collega”. Ma allora perché mai tradurre in due lo stesso libro? Per quanto mi riguarda, capita principalmente quando un editore approva uno scouting che abbiamo curato sia io che Daniela e che è perciò un progetto comune. È il caso del Cormorano di Stephen Gregory (Elliot 2016), romanzo cui siamo particolarmente affezionate entrambe, e del saggio La nostra invenzione finale di James Barrat (Nutrimenti 2019). L’altra ragione, tuttavia, è il tempo. Benché tradurre con un’altra persona richieda un impegno aggiuntivo volto all’uniformità della traduzione, farlo a quattro mani riduce significativamente i tempi di consegna, che spesso sono brevi. In qualche caso sono stati gli stessi editori a chiederci di collaborare, ma solitamente siamo noi a decidere come organizzarci a seconda degli impegni. L’obiettivo, però, è lavorare al testo singolarmente, così da sviluppare una distinta identità professionale. A me è capitato, per fare un esempio, di collaborare con la casa editrice Wojtek, per la quale ho curato la collana dedicata agli autori stranieri e, nel rispetto della linea editoriale, ho avuto l’opportunità di scegliere i testi che, almeno nella fase di gestazione della neonata casa editrice, avrei tradotto io stessa. Tra questi, vi è Il circo (Wojtek 2019) della scrittrice americana Miranda Mellis, che fu portata per la prima volta in Italia proprio da Nutrimenti, ormai un bel po’ di anni fa: insomma, un’altra testimonianza che “tutto è fatidico”. Per non parlare poi del fatto che, in tempi non sospetti e in modo altrettanto profetico, mi sono occupata proprio della revisione della traduzione di un romanzo di John Hart – poi edito da Casini editore – quando ancora mi limitavo solo alla redazione e la traduzione mi sembrava un obiettivo fuori dalla mia portata. E, adesso che ci penso, fu proprio revisionando Hart che mi dissi che forse valeva la pena di mettersi alla prova con la traduzione letteraria: appena finita la revisione, mi iscrissi al mio primo corso di traduzione. Ebbene, mi ritrovo qui adesso a raccontare la mia esperienza con Il rito del fuoco.

DANIELA P. – Per tradurre a quattro mani Il rito del fuoco di John Hart abbiamo dovuto sviluppare un programma di collaborazione. L’ideale, quando ci si accinge a tradurre un romanzo, sarebbe avere la possibilità di leggerlo tutto in originale prima di cominciare il lavoro. Purtroppo i tempi non lo permettono quasi mai, a meno che non si tratti di un personale scouting. Nel caso di Hart, ho effettuato io la prima stesura dei primi capitoli. Monica li ha letti per farsi un’idea dello stile e del lessico che stavo adottando e procedere di conseguenza. Ha cominciato quindi la sua prima stesura a partire dalla metà del libro (impresa sempre difficoltosa poiché ci si ritrova nel bel mezzo dell’azione senza sapere cosa è accaduto prima). Poi, come sempre accade, per varie ragioni il programma è cambiato e ci siamo alternate nella traduzione di capitoli della prima parte, della seconda e così via. La seconda fase di traduzione consiste nel perfezionamento della resa in italiano. Ma quando lavoriamo insieme dobbiamo affrontare anche una terza e importantissima fase, quella dell’uniformazione del testo: procediamo attenendoci agli appunti presi durante il lavoro precedente (in sostanza, io metto a parte Monica delle mie scelte lessicali e viceversa). Affinché il lavoro sia il più possibile accurato, ciascuna di noi legge più volte (finché c’è tempo) le parti tradotte dall’altra in prima stesura, uniformando, limando, perfezionando il più possibile la resa in italiano nel rispetto dell’originale. Anche un lavoro a quattro mani riserva non poche, piacevoli sorprese: si scopre per esempio che, come nel caso di John Hart, un autore può avere un’impronta stilistica così forte da convogliare, in maniera automatica e fin da subito, le scelte stilistiche di due traduttori diversi verso un “senso complessivo” sostanzialmente equiparabile.

MONICA P. – E insomma, concluderei dicendo che tradurre Hart, trovare le parole giuste per rendere le ambiguità e le polivalenze dei suoi enigmi, è stato un po’ come prendere parte alle indagini del tenente Clyde Hunt e patire la frustrazione del giovane Johnny. Tradurre è anche questo: non solo, come è concesso a tutti i lettori, vivere una realtà alternativa per la durata di cento, duecento, mille pagine, ma addirittura contribuire a costruirla, nella sceneggiatura (stile) e nella scenografia (atmosfere), parola per parola.

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