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di Eva D’Alberto

Nadine Gordimer, scrittrice sudafricana, Premio Nobel nel 1991, ne La figlia di Burger, pubblicato nel 1992, esplora l’incontro con il diverso e le proiezioni che esso suscita, già forma di appropriazione o dominio sull’altro:

«Toccare, nel simbolico abbraccio tra due donne, la viva guancia notturna di Marisa, vedere ingrandito per un attimo il lampo lacustre dei suoi occhi, il rosa ciclamino dell’interno del suo labbro contro i denti dai bordi traslucidi, entrare per un momento nell’invisibile campo magnetico del corpo di una bella creatura e riceverne su di sé l’impronta – un alito che appanna un vetro e subito si dissolve – era come immergersi in un’altra forma di percezione. La miglior approssimazione accessibile a una donna di quella trasformazione del mondo che l’uomo cerca nella bellezza femminile. Marisa è nera, una buona approssimazione quindi, anche del modo bianco di utilizzare l’essere nero come canale per intuire una redenzione dei sensi, come fanno i romantici, o per dare corpo alle paure, come fanno i razzisti».

Iniziato per caso e rivelatosi poi un libro formativo, questo romanzo, ambientato in Sudafrica, negli anni settanta, racconta la maturazione e l’intensa vita di Rosa, figlia di Lionel Burger,avvocato afrikaner e attivista contro l’apartheid, perseguitato dalle autorità perché membro dell’organizzazione clandestina ricostituitasi dopo che il Partito Comunista, da organizzazione legale schierata a fianco della lotta africana per i diritti dei neri, veniva messo fuori legge dal governo sudafricano.Il lettore viene messo di fronte a un conflitto politico e sociale, l’apartheid, in cui il bene e il male sono facilmente riconoscibili. Sappiamo come quel conflitto sia stato superato dalla sua propria idea di “giusto” fissato una volta per tutte nell’abolizione della segregazione razziale, ma nella narrazione della scrittrice sudafricana il conflitto di ieri emerge esponenziale, in tutta la sua elementare tragicità, e consente di riconoscere nel conflitto di oggi un primordiale istinto di conservazione e separatezza, radicalizzato nell’equazione sicurezza uguale libertà. Definitiva la considerazione di Rosa, la protagonista del romanzo, sulla sua classe di appartenenza, la borghesia bianca, in un momento in cui si trova insieme alla sua amica d’infanzia, ragazza di colore:

«Fummo scandalizzate da questo esempio delle abitudini civili che i bianchi erano votati a conservare per resistere alla degradazione nera (è così che reagisco quando mi ritrovo tra quelli della mia specie)».

Che si tratti di migranti provenienti da Asia e Medio-Oriente, attraverso la Grecia e la via Balcanica odi migranti provenienti dal Nord-Africa, quindi dalla Libia, la diversità e il nuovo oggi arrivano prevalentemente dal mare. Sotto accusa sono il Mediterraneo, le sue sponde e le rotte che Alessandro Leogrande, scomparso prematuramente nel 2017, ha raccontato ne La frontiera, Feltrinelli, 2015, nel solco narrativo tracciato da Kapuściński. Tutto ciò che di positivo possono rappresentare le leggi del mare create dagli uomini nel corso dei secoli, inclusa la libertà di attraversarlo dopo aver lascito il proprio paese, sancita all’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo[1], per i migranti si tramuta in un prontuario di sopravvivenza. Immediato il contrasto fra l’asciuttezza di questa lista e tutti i significati e le scelte di senso che essa custodisce e veicola, dalle motivazioni alla base della partenza, alla realizzazione dei propositi finali: la salvezza, una terra amica, un futuro migliore. Propositi che molto assomigliano, nel loro susseguirsi, all’idea dinamica di individuo che svolge la sua personalità nel godimento e nell’esercizio delle libertà democratiche riconosciute dalla nostra Carta Costituzionale. Presupposto ontologico di questa idea di essere umano resta sempre e comunque la vita e il diritto a conservala, come sancisce il precetto normativo dell’art. 2 della CEDU.

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Alessandro Leogrande ne La frontiera riporta una per una le 28 leggi del viaggio, scritte da due etiopi rifugiati, giunti in Italia e stabilitisi a Roma, numerate in sequenza al capitolo 9 del suo reportage narrato. Fra queste leggi, quelle più significative:

«17. Mantenere viva la convinzione del perché del proprio viaggio»;

«19. Avere immediatamente chiara la risposta a questi perché “perché non potevo più restare”, “perché non posso tornare”, “perché ho cominciato e devo andare fino in fondo”, “perché forse questo tempo passerà”»;

«22. Mantenere viva non la speranza, ché in tante situazioni è persa, ma la capacità di uscire fuori dalle situazioni, passo dopo passo, momento per momento»;

«25. Per chi è timido, pauroso, riservato: sconfiggere la paura di prendersi con determinazione, e anche con rabbia, ciò che gli spetta»;

«26. Diventare saggiamente egoisti per aiutare se stessi, non necessariamente contro gli altri, ma per darsi una chance di sopravvivenza in più».

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Cosa il mare rappresenti per ogni migrante che sia costretto ad attraversalo con mezzi di fortuna, nelle condizioni che ci sono fin troppo note, e cosa possa riservare a chi si imbarchi con aspettative ridimensionate istante dopo istante e misurate sulla propria sopravvivenza, potrebbe richiamare i versi dell’Odissea ma più potente e al tempo stesso più plastico mi sembra un passaggio del grande classico di Hermann Melville, Moby Dick.Il romanzo non ha bisogno di presentazioni. Qualunque presentazione sarebbe insignificante rispetto al nome della Balena Bianca. Accade che uno degli uomini di Acab, il buon Pip, finisca in mare e lì, per sventurate circostanze, venga lasciato solo per diverse ore, per poi essere recuperato dalle lance, ormai privo di senno:

«Ora, quando il tempo è sereno, per il nuotatore esperto nuotare nell’oceano aperto è facile quanto viaggiare in una carrozza molleggiata sulla terraferma. Ma la tremenda solitudine risulta intollerabile. La sensazione di un raggrinzimento così totale del proprio io nel mezzo di una immensità tanto spietata, mio dio, chi può descriverla?»e continua: «Il mare, come per una beffa, aveva tenuto a galla il suo corpo mortale, ma aveva annegato l’infinito del suo spirito. O meglio, non l’aveva annegato completamente: l’aveva però tirato giù, vivo, a prodigiose profondità, dove strane forme dell’intatto mondo primordiale gli erano passate e ripassate davanti agli occhi passivi, mentre quell’avara sirena, la sanità mentale, gli aveva mostrato i suoi tesori ammucchiati; e tra i gioiosi e insensibili esseri eterni, eternamente giovani, Pip aveva visto, segno della divina onnipresenza, gli innumerevoli insetti corallini, onnipresenti come Dio, che dal firmamento delle acque alzavano i giganteschi mondi. Aveva visto il piede di Dio sul pedale del telaio e gli aveva parlato; e perciò i suoi compagni lo chiamavano matto».

Il distacco tecnico-scientifico richiesto dal diritto, anche nella pratica più elementare e quotidiana, così come la distanza storica da eventi e processi culturali, ci restituiscono un tempo in cui il Mar Mediterraneo, oggi interessato dai fenomeni migratori di cui qui si scrive, è stato, prima di ogni cosa, culla di civiltà. Nel 1947 apparve un saggio di Paul Koschaker, giurista tedesco, studioso del diritto romano, tradotto in italiano con il titolo L’Europa e il diritto romano, la cui lettura, secondo alcuni illustri commentatori, sarebbe imprescindibile per chiunque si trovi a studiare il diritto. Venuta a conoscenza del saggio e incuriosita da questa imprescindibilità, sono riuscita a reperirlo presso una biblioteca a me vicina, con mia piacevole sorpresa. Con il timore reverenziale e il rispetto dovuti al diritto romano e alla storia del diritto romano da parte di chi, come me, non ne sia uno studioso né tantomeno esperto conoscitore, la lettura dell’opera di Koschaker si è rivelata un’esperienza strutturante e dunque, sì, effettivamente imprescindibile. La premessa è che l’Europa sia stata innanzitutto il frutto di differenti processi storici e culturali e che, pertanto, rechi in sé la cifra della pluralità e della mutevolezza. Il grande studioso la descrive così:

«L’Europa è anzitutto un fenomeno culturale, una inconfondibile sintesi di elementi culturali germanici e di elementi culturali classici prevalentemente romani, da cui non si può disgiungere il Cristianesimo, e che nel loro insieme determinarono la situazione culturale delle classi sociali più elevate nei diversi paesi europei, penetrando altresì nelle masse attraverso il Cristianesimo. Essa trovò la sua forma politica nell’impero di Carlo Magno».

Addentrarsi nelle molteplici e complesse implicazioni di questa definizione sarebbe fuori luogo e fuori dalla portata di chi scrive. Ci vuole del rigore e un metodo anche nel cedere a un’innata curiosità e alle proprie rappresentazioni della società. Tuttavia, ricordare che nel fenomeno europeo non c’è nulla di definitivo e immutato ma che, anzi, l’Europa nasce da una forma di moto perpetuo nel tempo, riporta al tema del movimento che qui ricorre sin dall’inizio, che inevitabilmente riguarda l’essere umano e la sua insopprimibile vocazione al progresso[2]. In un determinato momento storico questa idea di progresso ha trovato espressione nell’Antica Roma e nel saggio vi è un’equazione così elementare da essere illuminante, perché secondo Koschaker l’imperium Romanum era prima di tutto l’impero mediterraneo di Roma. Il diritto rappresenta la principale eredità degli antichi romani, insieme alle strade, come ricorda a se stesso l’imperatore Adriano nel capolavoro della Yourcenar, Memorie di Adriano: «Mi era noto ogni miglio delle nostre strade, forse sono il più bel dono che Roma abbia fatto alla terra», strade tracciate su rotte percorse già da secoli. Per un’immediata associazione, che osa superare quel timore reverenziale dovuto all’argomento, all’impero mediterraneo di Roma deve essere corrisposto un diritto mediterraneo di Roma o un diritto romano e mediterraneo. Nell’opera di Marguerite Yourcenar c’è un passo in cui Adriano, perno ideale e politico di questo vasto impero, ne contempla l’armonia meticcia fino a vederla impressa nel volto della persona amata:

«E, nel fondo dell’animo, m’accadeva di ritrovare anche i vasti paesaggi malinconici di Virgilio, i suoi crepuscoli velati di lacrime; inoltrandomi ancor più a fondo, trovavo la tristezza ardente della Spagna, la sua violenza arida; pensavo alle gocce di sangue celta, iberico, fors’anche punico, che avevano dovuto infiltrarsi nelle vene dei coloni romani del municipio d’Itaca; mi tornava alla mente che mio padre era stato soprannominato l’Africano. La Grecia mi aveva aiutato ad apprezzare tutti questi elementi, che pure non erano greci. Lo stesso avveniva per Antinoo: avevo fatto di lui l’immagine stessa di quel paese appassionato del bello: forse, ne sarebbe stato l’ultimo dio. E, tuttavia la Persia raffinata e la Tracia selvaggia s’erano mescolate in Bitinia ai pastori dell’Arcadia Antica; quel profilo delicatamente arcuato ricordava quello dei paggi di Orsoe; il suo viso largo, dagli zigomi sporgenti, era quello dei cavalieri traci che galoppano sulle sponde del Bosforo e la sera erompono in canti rauchi e tristi. Non v’era alcuna formula così completa da poter contenere tutto.».

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Se la produzione del diritto ha avuto la sua sede privilegiata nell’impero mediterraneo di Roma, costruito con la scoperta di rotte sempre nuove, servito da strade e percorso da genti dalle origini così diverse e se l’Europa è frutto di elementi culturali di questo stesso impero, definiti appunto da Koschaker «elementi culturali classici prevalentemente romani», ancora oggi, nella sua struttura plurale e mutevole, il Vecchio Continente non può prescindere, geograficamente come culturalmente, dal Mar Mediterraneo.

A questi migranti che lo attraversano, il Mare Nostrum, sede privilegiata di reciprocità, non può che continuare a consegnare diritti, primo fra tutti il diritto alla vita e a un nucleo irriducibile di dignità umana. Qualunque resistenza al riconoscimento di questi diritti fondamentali, nel diritto come in letteratura, si mostra essere un impercettibile accidente della Storia.

Ringraziamenti:

Ringrazio l’Università della Terza Età di Popoli che, nell’invitarmi a tenere una lezione lo scorso 7 marzo, mi ha dato l’opportunità di pensare all’accostamento fra diritto e letteratura.

Grazie a Federica Di Lella e Marco Viscardi, presenti con me al Premio Napoli e alla stretta di mano a Ryszard Kapuściński, in quella bella serata del 2005, amici di allora e di oggi. A Federica Di Lella in particolare per l’iniziazione a Elias Canetti.

Grazie a Margherita Interlandi.

Un ringraziamento al C.A.S. “Lapiss” di Penne (PE) per la fotografia del planisfero con la sapiente tessitura delle rotte migratorie.

La prima puntata è prelevabile qui.

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Eva D’Alberto, 2 giugno 1979, avvocato, laureata in legge e specializzata in professioni legali presso l’Università degli Studi di Napoli Federico II, ha conseguito un Dottorato di ricerca in Diritti umani e diritti sociali fondamentali presso l’Università degli Studi di Urbino Carlo Bo.

[1]In un’ordinanza del Tribunale di Lecce del 24/06/2018, si concede la protezione umanitaria a u cittadino della Guinea anche tenuto conto dell’art. 13 della Dichiarazione: «Nel caso in esame, ritiene poi lo scrivente di dover partire dai principi sancito dall’art. 13 della Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo del 1948 che prevede al primo comma il diritto di ogni persona “alla libertà di movimento e di residenza entro i confini di ogni Stato” ed al secondo il “diritto di lasciare qualsiasi paese, incluso il proprio”. Pare evidente che tali norme, seppur si ritenga che non abbiano carattere cogente e che possano comunque essere derogate da norme interne, devono essere tenute in debito conto nella interpretazione delle disposizioni normative, ed in particolari di quelle che poggiano su clausole generali quali i “seri motivi di carattere umanitario” che possono impedire il rientro nel proprio Paese.».

[2]Mi sembra pertinente citare un recente articolo di Gwynne Dyer, L’India fa un passo nel futuro cancellando le leggi contro i gay, apparso su Internazionale, il 18 settembre 2018 in occasione della depenalizzazione dell’omosessualità da parte della Corte Suprema indiana: «È un processo in corso da almeno 250 anni e che potrebbe avere bisogno di almeno altri cent’anni per essere completato, ma la lotta per i diritti dei gay può essere inserita nella categoria delle innovazioni sociali, come la fine della schiavitù, l’ascesa del femminismo e l’abolizione della pena di morte. (…). Il progresso di solito compie due passi avanti e uno indietro, e dovremmo aspettarci almeno altri dieci anni di rallentamenti sulla strada dei diritti umani, o perfino qualche passo indietro (…). Questo cambiamento s’inserisce in un’onda lunga, che comprende l’ascesa della democrazia, la decolonizzazione, la lotta contro il razzismo», https://www.internazionale.it/opinione/gwynne-dyer/2018/09/18/india-omosessuali.

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