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di Stefano Trucco

Oggi la solita pioggia amazzonica sulla Città di Dio. Dalla finestra osservo indios evangelizzati che si aggirano dall’altra parte dello Stradone, sulle pendici del Monte di Argilla, al riparo offerto dal ponte del Nodo di Scambio. Sui marciapiedi vedo pensionati allo sbaraglio sotto l’acqua. Ieri decimo tentativo dell’Azienda elettrica di riparare quattro lampioni rotti da mesi. Non ci riusciranno, perché non lo vogliono veramente. Oppure fanno finta, sono attori, figuranti vestiti d’arancione. Forse questo tratto di Stradone è solo l’allestimento scenico di un reality a bassa intensità, forse la stessa città è solo un esperimento scientifico per testare cosa succede quando non crediamo più a niente e non ci importa niente e ci applichiamo solo al Gratta & Vinci, alla fettina, alle zucchine lesse, mentre piove a dirotto tutti i pomeriggi.

Verso la metà de Lo stradone, il secondo romanzo di Francesco Pecoraro dopo il fortunato La vita in tempo di pace (entrambi per Ponte alle Grazie), ho sentito il bisogno di una pausa, una boccata d’aria.

Così mi sono letto uno dei miei amati romanzi gialli all’antica pubblicati dalla benemerita Polillo, Vacanze in Florida di Tod Claymore, del 1952. Una villa in Florida, personaggi in gran parte facoltosi e schizzati con pochi tratti stereotipati, un investigatore/narratore che è anche il principale sospettato, dialoghi brillanti, indizi, inseguimenti, ritmo e alla fine l’assassino. Perfettamente soddisfacente per un lettore e aspirante scrittore come me, da sempre orientato sul ‘genere’, cioè su narrazioni in cui quel che conta è la ‘storia’, generalmente come variazione minima su un set di situazioni standard, con in più una deliziosa patina di antiquato. Il minimo. Soddisfacente ma anche, ammettiamolo, dimenticabile.

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Così non posso dire del ‘romanzo’ di Pecoraro in cui non c’è, letteralmente, nulla di quanto solitamente chiedo a un romanzo. Per 443 pagine siamo intrappolati nel monologo di un pensionato romano acido e deluso, senza storia né personaggi né dialoghi. Un inferno, e infatti a un certo punto ho avuto un momento di crisi e mi sono dovuto leggere un simpatico giallo usa e getta. Ma penso proprio che il romanzo di Pecoraro me lo ricorderò a lungo. Una descrizione del nostro tempo precisa come uno di quei ritratti fotografici dell’Ottocento in cui, se ingrandisci abbastanza, distingui il riflesso del fotografo nella pupilla del fotografato.

Pecoraro, esattamente come il suo innominato narratore e come Ivo Brandani, il protagonista de La vita in tempo di pace, ripete spesso di essere ‘Novecentesco’ e di far parte quindi di una cultura morente. Parte di quella cultura era la convinzione che il romanzo tradizionale – con i suoi plot, personaggi e dialoghi – fosse morto o morente e che le forme narrative che dovevano sostituirlo avrebbero dovuto, per principio, non dare al lettore quel che il lettore generalmente chiede. La Storia, si sa, ha deciso diversamente, almeno per il momento e di romanzi tradizionali ne escono centinaia ogni giorno in tutto il mondo.

È quasi un peccato che Pecoraro non sia interessato, non creda nel vecchio espediente di inventare personaggi: ne sarebbe venuto fuori come minimo un romanzo di Émile Zola, una di quelle cose così prepotentemente reali da terrorizzare il lettore d’oggi che preferisce ritirarsi nel comfort del dramma borghese o dell’horror.

Ma Pecoraro non l’ha fatto né voleva farlo e ha invece fatto un’altra cosa: un romanzo-saggio, questo regalo non voluto del Novecento, però vivificato da una forte dose di disgusto. O anche un esempio di quel genere fantomatico e affascinante, l’Anatomia.

Lo Stradone è una descrizione, in scala 1:1, della vita e della storia di uno specifico quartiere di Roma, la Valle Aurelia, e la vita quotidiana negli anni del Grande Ristagno in cui tutto sta cadendo a pezzi e l’Apocalisse, di cui verso la fine è mostrato un breve e subito sventato frammento di angosciante plausibilità, diventa una possibile forma di liberazione (nota per i lettori di fantascienza: il romanzo è ambientato nei ‘primi anni Venti’, proprio come La vita in tempo di pace, uscito nel 2014 era ambientato nel 2015). La scelta non è casuale (a parte la possibilità che l’autore abiti proprio lì): il quartiere fu un tempo uno dei pochi distretti industriali della Città di Dio (Roma non viene mai nominata), in cui venivano prodotti mattoni con i forni Hoffman a ciclo continuo, ed anche un’area a forte militanza operaia e comunista, tanto che viene rievocata una possibile visita di Lenin nel 1908.

Oggi invece è desolata serie di palazzi e palazzine in cui le Torri ex-Iacp spiccano come modelli positivi (e per uno che abita al Biscione di Genova-Quezzi è un piacere sentirlo) in cui qualsiasi attività, commerciale o culturale o comunitaria che sia fallisce inevitabilmente, ed una popolazione largamente pensionata, ultimi a godere quel poco di socialdemocrazia che la minaccia comunista era riuscita a estorcere all’Occidente, si riunisce al Bar Porcacci non riuscendo a immaginare altro posto dove andare.

– Il bagno è guasto?

No.

– C’è scritto guasto? 

– Pii clienti nun è guasto.

Il lungo monologo è interrotto dai dialoghi dei clienti del bar, ascoltati presumibilmente dall’asociale narratore, un uomo che i lettori/recensori di Amazon, se mai lo leggessero, direbbero che non è ‘likeable’ o ‘relatable’. È un intellettuale progressista, uno storico dell’arte che, fallita la carriera accademica, entra al Ministero (le pagine sulla vita nel servizio pubblico sono molto, molto taglienti), si lascia corrompere giusto perché lo fanno tutti, finisce anche brevemente in galera ai tempi di Mani Pulite, e ora, pensionato senza amici né apparentemente alcuna relazione familiare, sfoga il suo torrenziale malumore sul mondo.

La capacità di osservazione di Pecoraro è stupefacente ed è ciò che, per me, rende il romanzo degno di essere letto: basterebbero le due pagine da antologia su cosa è rimanere in attesa sulla barella nel corridoio d’ospedale mentre i piedi si raffreddano. Il romanzo in effetti è una lunga serie di pezzi di bravura su tutti gli argomenti possibili e immaginabili: dall’architettura degli ingressi delle palazzine anni Sessanta alle code nei negozi di alimentari, dalle librarie novecentesche abbandonate sulle bancarelle che segnalano la morte di un intellettuale a tutte le varietà di scritte lasciate dai ‘writer’ su ogni superficie esistente, dalle tipologie di lavoratori immigrati al fatto che i cani prediletti dai pensionati sono sempre più piccoli, oltre che all’epica storia delle avanguardie operaie dello Stradone o dell’abitato che lo precedette, la Sacca, e di cui il Narratore piange, per quanto ne è capace, la fine. Di tanto in tanto si tenta di sfuggire alla quotidianità nella cosmologia, nell’antropologia, in un gran numero di scienze umane e naturali, che collegano l’immensamente grande all’immensamente piccolo, tipo i diversi tipi di tramezzini al bar, e ci fanno respirare, anche se non esce da un tono di materialismo nichilista che ad altri (ma credo proprio non a Pecoraro, che ogni tanto infila pure qualche bestemmia) potrebbe suggerire una via di fuga religiosa.

Il romanzo di Pecoraro può dare di tanto in tanto una certa sensazione di soffocamento ma mai di noia.

(en passant: Lo Stradone assomiglia a La Vita in tempo di pace, entrambi sono immensi monologhi di un uomo deluso, ma La Vita ha sia un maggior respiro internazionale – il suo protagonista è un ingegnere e lavora in tutto il mondo – sia una maggiore presenza di vera e propria narrazione di eventi con tanto di personaggi e dialoghi; Lo Stradone è quindi un tentativo di asciugare ancor di più la forma-romanzo)

La nostalgia per le speranze rivoluzionarie perdute è l’altro aspetto del romanzo che in teoria dovrebbe infastidirmi ma che invece oggi mi attira. Per il Narratore, come per Ivo Brandani e come, immaginiamo, per Pecoraro stesso, il fallimento storico del marxismo in tutte le sue accezioni (ma anche di tutte le altre filosofie e pragmatiche novecentesche, razionaliste, illuministe e in definitiva Rinascimentali) segna la fine di qualsiasi possibilità di intervenire razionalmente sul reale, segna la fine, in un certo senso, di una storia propriamente umana. La fine è vicina. Ora, da non marxista quale sono, questo punto di vista, che non è certo solo di Pecoraro, mi ha sempre infastidito: guardate che non sta scritto da nessuna parte che le cose dovessero andare così, che ci fosse una qualche necessità storica che andassero così, è un film che vi siete fatti voi, non la realtà.

Però ci sono due cose: la prima è che un punto di vista teorico, anche sbagliato, è necessario a un artista per descrivere il suo mondo. Il punto di vista può passare di moda e cadere nell’oblio o persino nella dannazione, ma l’opera resterà, e Pecoraro artista lo è sicuramente. In futuro, se qualcuno vorrà sapere com’era l’Italia all’inizio del XXI secolo non avrà molto di meglio che i libri di Pecoraro (come, per l’Italia di fine Novecento, bisogna ricorrere a un altro dei grandi burberi della nostra letteratura come Aldo Busi, ai suoi romanzi degli anni Novanta come Vendita galline km.2, Suicidi dovuti e Casanova di se stessi). La seconda è il fatto che anch’io sono novecentesco, e anch’io, da non marxista, sento questa perdita di controllo e fine della storia incarnata dal ritorno delle fantasie fasciste. Magari la leggo come una ‘crisi mimetica’, seguendo René Girard, ma i sintomi sono quelli.

– Se tu vai a fa’ ‘na denuncia ar commissariato, ar poliziotto je rode er culo. Stanno lì a fa’ gnente. Pijano poco, è vero, ma pe’ fancazzo è troppo.

Riassumendo: l’aspetto che più mi ha colpito è la capacità di osservazione del reale, di fronte a tanta narrativa, italiana o americana, che cita la realtà fisica solo come l’ennesimo effetto speciale all’interno di narrazione fermamente inserite nel media landscape. Pecoraro non si rifugia nello storytelling e se questo pare chiudere ogni porta alla speranza, pazienza, per una volta accontentiamoci di una mappa precisa. Soprattutto perché, secondo me, Pecoraro riesce a far sì che la sua Valle Aurelia, un luogo estremamente specifico, un luogo che non potrebbe essere nessun’altro, sia al tempo stesso tutti i luoghi, almeno del nostro Occidente.

Non il romanzo che consiglierei a chiunque ma adatto agli esprits forts, nella speranza che un giorno qualcuno riesca nuovamente ad abbinare a una simile capacità di mimesi della realtà anche una pari capacità di metamorfosi in personaggi che vi possano vivere dentro.

 

 

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