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di Ippolita Luzzo

Comincia con un lancio degli ortaggi. Il popolo non apprezza il suo racconto e lui, Marco Polo, reagisce dicendoci: “A giorni ero atteso in una delle corti più blasonate d’Italia, dove sarei stato accolto come un re d’Oriente, altro che ortaggi! Da lì ripartirò, signori miei, poiché non c’è sviluppo che non sia già in potenza…” Non c’è sviluppo che non sia in potenza, signori miei… e mi innamoro di questo personaggio all’istante, come se attraverso lui riscattassi ogni potenza non ancora in atto, come diceva Aristotele. Poi ve la posso raccontare con Pamuk e La valigia di suo padre, per dirvi della gioia che nasce nel leggere romanzi e seguire l’eroe nelle sue peripezie, vere o false, non ci importa più, basti che ci meravigli, come fine in noi, diceva Aristotele, noi conosciamo mentre ci stupiamo. Sappiamo che il personaggio ci sta raccontando un prodotto della sua fantasia ma ciò che conta sono le capacità descrittive a farcele sentire vere e divertenti, in senso lato.
Sorrido e mi diverte questo affabulatore che racconta di corte in corte le sue mille e più avventure in Asia, lo vediamo ragazzo insieme al padre mentre nel deserto sta andando verso i tartari, popolo terribile a sentire i racconti di chi incontrano sulla strada. Popolo che mangia le orecchie dei nemici, dopo averle fatte in gelatina! rido scrivendo«Questi sono i tartari» aggiunse l’altro avvicinando col piede un ciocco alla fiamma.
«Una cosa buona però ce l’hanno» fece il più anziano.
«Ah, sì?» intervenne Ibn. «Cosa?».
«Il sistema postale» rispose il forestiero con un sorriso beffardo. «Hai voglia di scherzare?» fece Ibn.
«Tutto il loro vasto impero è coperto da una fitta rete di stazioni postali in modo da far viaggiare veloci gli ordini del khan. A ogni stazione un cavaliere attende l’arrivo della staffetta, che si fa precedere da un rumore di sonagli appesi alla cintola. In un solo giorno un dispaccio dell’imperatore è capace di coprire duecentocinquanta miglia».” I racconti contengono sorprese, eppure noi sappiamo di Marco Polo, abbiamo letto Il Milione, Le città invisibili di Calvino quasi io le ho imparate a memoria, costringendo i miei alunni  a fare altrettanto, ma farei lo stesso come questo conte: “Ma prima di andarvene, fece il conte, trattenendomi per un braccio, ditemi: come conquistaste il cuore del Gran Khan? Di questo sono soprattutto curioso. Dicono che nessuno prima di voi sia riuscito in una simile impresa.
Mio signore, mi chiedete di volare direttamente al cuore della storia. Ma come potrei non accontentarvi? Il pudore mi vieta di essere io a parlarne. Vi leggerò pertanto ciò che scrisse mio padre al riguardo.
Tirai fuori una lettera gualcita e, dispiegatala, presi a leggere: “Rido ancora perché ovvio che il segreto non si saprà ma avremo altre digressioni e continueremo la lettura incuriositi. Viaggeremo con lui e seguiremo l’immaginazione, uno dei maggiori poteri dell’umanità. L’immaginazione ci darà il filo del racconto, l’inizio, il centro e la fine, tra tortuosità sorprendenti “Il viaggio di andata, feci io, durò tre anni e qualche mese, mio signore. E lo compimmo tutto per via di terra, se si eccettua la traversata da Venezia ad Acri; e da lì lungo una pista carovaniera fino a Trebisonda, come ho accennato. Poi, invece di piegare verso Ormuz, prendemmo in direzione di Baku e di Samarcanda. Molte le terre che attraversammo. La Grande Arminia, di cui vi ho parlato. La Giorgia, ricca di cavalli. La Turcomannia, e infinite province dai nomi oscuri. Da ultimo il Catai, cui ho dedicato il mio umile libro detto Il Milione. Questo, il viaggio d’andata. Dei viaggi che compii per conto di Cubilai khan e del viaggio di ritorno… lasciate che vi racconti tutto nel dettaglio questa sera e le sere che seguiranno; finché avrete la bontà di ospitarmi a corte. Ora, se permettete…” Sembrano Le mille e una notte, sembra Sherazade, sembra mia nonna narrare ogni sera storie lunghissime e che non finivano mai. Chi racconta ha già il potere di tenere incatenati tutti alla storia e questa è la bravura di Gianluca Barbera, del quale voglio leggere anche Magellano, suo precedente libro e atto teatrale interpretato in questi giorni da Cochi Ponzoni, a Milano, con successo. Poco importa se è un Marco Polo in crisi di identità, infatti a furia di narrare la sua storia lui perde i confini fra il vero e il falso e come succede spesso non sa più chi lui sia. “A dir la verità chi potrebbe dire con sicurezza chi lui sia? : “Sono giunto a dubitare perfino di me, della mia identità; e parecchie notti ho sognato di non essere me stesso, Marco, di averlo incontrato su una pista carovaniera e di essergli stato accanto così a lungo da finire per credermi lui, dopo la sua morte per mano dei predoni. E di prenderne il posto, per tenerlo in vita, e con lui la sua storia, che mai potrà essere dimenticata. Ma chi può dire cosa è vero e cosa è falso. Io meno di tutti; perché ciò che importa è la storia: e quella deve durare in eterno”. Sono stupefatta di come i libri giungano a casa come un segno del riscatto, della risposta a un periodo di letargo e oggi Marco Polo mi sveglia dal letargo, dall’umiliazione di vivere in una piana infelice e mi porta nel Catai con Gianluca Barbera. Vi pare poco? Evviva la letteratura, evviva la risorsa umana dello scrivere, del raccontare e del creare quel che un giorno a nostra volta racconteremo nel Regno Della Litweb. La felicità si chiama Marco Polo, chiunque lui sia.

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