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Oggi presentiamo il ventiduesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro meditato e sapiente palinsesto sui Ragionamenti memorabili di Filippo Ottonieri firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in sette puntate)

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CAPITOLO PRIMO

Filippo Ottonieri, del quale riporto qui alcuni importanti ragionamenti che ho sentiti in parte da lui, in parte riferiti da altri, nacque e visse quasi tutta la vita a Nubiana, nella provincia di Valdivento, dove morì poco tempo fa e dove non si ricorda che offendesse mai qualcuno con azioni o parole. Fu inviso alla maggioranza dei suoi concittadini, perché pareva trarre scarso piacere da molte cose amate e ricercate dai più, benché non mostrasse di disprezzare o disapprovare chi se ne compiaceva e le ricercava. Si crede fosse realmente, nei pensieri e nella pratica, quel che altri suoi contemporanei affermavano d’essere, cioè filosofo, pertanto sembrò diverso dai più, benché non cercasse e non affettasse di apparirlo. A tale proposito, diceva che la massima originalità di oggi nei costumi, o nelle scelte, o nelle azioni di una qualunque persona civile, rispetto a quella di chi fu reputato originale dagli antichi, non solo è d’altro genere, ma tanto diversa da quella dei contemporanei, che, benché oggi paia grandissima, agli antichi sarebbe parsa minima o nulla, anche nei tempi e presso i popoli antichi più civili o più corrotti. E misurando l’originalità di Jean Jacques Rousseau, che sembrò originalissimo ai nostri antenati, con quella di Democrito e dei primi filosofi cinici, aggiungeva che oggi chiunque vivesse diversamente da noi quanto vissero quei filosofi dai Greci del loro tempo, nell’opinione pubblica non sarebbe considerato diverso, ma proprio non appartenente alla specie umana. E riteneva che la misura dell’originalità nelle persone d’un luogo o d’un tempo qualsiasi permetta di misurare la civiltà degli uomini di quel luogo o di quel tempo.

Nella vita, benché morigeratissimo, si professava epicureo, forse per scherzo più che seriamente, ma condannava Epicuro dicendo che, ai tempi e nella nazione di quello, dagli studi, dalla virtù e dalla gloria poteva trarsi piacere molto più grande che dall’ozio, dalla negligenza e dalle voluttà del corpo, nelle quali invece quegli poneva il bene supremo per l’umanità. E affermava che la dottrina epicurea, del tutto appropriata all’età moderna, fu completamente estranea a quella antica.

In filosofia, amava dirsi socratico, e spesso, come Socrate, s’intratteneva buona parte del giorno ragionando filosoficamente con l’uno o con l’altro, e soprattutto con alcuni suoi familiari, su ogni argomento che gliene offrisse occasione. Ma non frequentava, come Socrate, le botteghe dei calzolai, dei legnaioli, dei fabbri e degli altri simili, perché riteneva che, se i fabbri e i legnaioli d’Atene avevano tempo per filosofare, quelli di Nubiana, se avessero fatto altrettanto, sarebbero morti di fame. Neppure ragionava, come Socrate, interrogando e argomentando di continuo, perché diceva che, malgrado i moderni siano più pazienti degli antichi, non si troverebbe oggi chi sopportasse di rispondere a un migliaio di domande in successione e di ascoltare un centinaio di conclusioni. E in verità di Socrate non aveva che il parlare talvolta ironico e dissimulato. E cercando l’origine della famosa ironia socratica, diceva: “Socrate, nato d’animo assai gentile, perciò con disposizione grandissima ad amare, ma sciagurato oltremodo nell’aspetto, verosimilmente fin da giovane disperò di poter essere amato altro che con sentimento d’amicizia, insoddisfacente per un cuore tenero e appassionato che spesso provi affetti molto più dolci. D’altra parte, benché avesse gran coraggio nel ragionare, pare non fosse abbastanza fornito di quello naturale, né delle altre qualità che, in quei tempi di guerre e di sedizioni, e nella gran libertà degli Ateniesi, erano necessarie per trattare gli affari pubblici della patria, per i quali inoltre il suo aspetto brutto e ridicolo lo avrebbe sfavorito non poco presso un popolo che, anche nella lingua, faceva pochissima differenza tra buono e bello ed era inoltre straordinariamente incline alle canzonature. Dunque, in una città libera e piena di confusione, di passioni, di affari, di passatempi, di ricchezze e di altre fortune, Socrate povero, rifiutato dall’amore, poco adatto ai maneggi pubblici, ma dotato d’ingegno grandissimo, che, aggiunto alle altre condizioni, doveva accrescere straordinariamente lo svantaggio che già le altre sue caratteristiche gli recavano, si pose per ozio a ragionare sottilmente dei comportamenti, dei costumi e delle qualità dei suoi concittadini: nel che usò una certa ironia, come doveva venire spontaneo a uno impedito a prender parte, per così dire, alla vita. Ma la mitezza e la generosità della sua natura, e anche la celebrità che si guadagnò proprio per questi ragionamenti, e che dovette consolare in parte il suo amor proprio, resero quell’ironia non sdegnosa ed aspra, ma pacata e dolce.

Così la filosofia, per la prima volta fatta scendere dal cielo, secondo il famoso detto di Cicerone, fu introdotta da Socrate nelle città e nelle case e, distolta dalla speculazione circa le cose ignote, che l’aveva occupata sino ad allora, fu volta a considerare i costumi e la vita degli uomini, a disputare delle virtù e dei vizi, delle cose buone e utili e di quelle opposte. Ma Socrate all’inizio non si propose di operare questa innovazione, né d’insegnare alcunché, né d’esser detto filosofo, nome che allora si attribuiva ai soli fisici o metafisici, quindi egli, per i suoi interessi, non poteva ambirvi. Anzi, dichiarò apertamente di non sapere nulla e non si propose che di discutere sui casi altrui, preferendo quest’occupazione non solo alla filosofia, ma a qualunque altra scienza e arte, giacché, incline per natura alle azioni molto più che alle speculazioni, si volgeva al discorrere soltanto per le difficoltà che trovava nell’agire. E nei discorsi si esercitò sempre più volentieri con le persone giovani e belle che con le altre, quasi per ingannare il desiderio e compiacendosi d’essere stimato da quelli dai quali avrebbe preferito essere amato.” E poiché tutte le scuole successive dei filosofi greci derivarono in qualche modo dalla socratica, Ottonieri concludeva che l’origine di quasi tutta la filosofia greca, da cui nacque quella moderna, fu il naso rincagnato e il viso da satiro d’un uomo eccellente d’ingegno e appassionato. Diceva pure che, nei libri dei socratici, Socrate è simile alle maschere che nelle commedie antiche hanno nome, abito, indole fissi, ma nel resto variano.

Ottonieri non lasciò scritti di filosofia, né d’altro che non fosse per uso privato. E chiedendogli alcuni perché non filosofasse anche per iscritto come faceva a voce, e non lasciasse i suoi pensieri nelle carte, rispose: “Il leggere è un conversare che si fa con chi ha scritto. Ora, come nelle feste e nei divertimenti pubblici quelli che non sono o non credono di essere parte dello spettacolo ben presto si annoiano, così nella conversazione in genere si preferisce il parlare all’ascoltare. Ma i libri sono come quelle persone che con gli altri parlano sempre e non ascoltano mai. Quindi, perché quel parlare sempre gli sia perdonato dai lettori, il libro deve dire cose molto buone e belle, e dirle molto bene, altrimenti certo verrà in odio qualunque libro, come avviene ad ogni parlatore insaziabile.”

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