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Oggi presentiamo il ventiduesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro meditato e sapiente palinsesto sui Ragionamenti memorabili di Filippo Ottonieri firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in sette puntate)

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CAPITOLO SECONDO

Non riconosceva differenza tra affari e divertimenti e in qualunque cosa fosse stato impegnato, per quanto seria, diceva d’essersi divertito. Solo se talvolta era stato per un po’ senza occupazioni ammetteva di non aver avuto alcun divertimento.

Sosteneva che i piaceri più veri della vita umana nascono dalle immaginazioni false e che i fanciulli trovano il tutto anche nel niente, gli uomini il niente nel tutto.

Paragonava i piaceri che si dicono reali a un carciofo, di cui, volendo arrivare al cuore, bisogna prima rosicchiare e trangugiare tutte le foglie. E aggiungeva che tali carciofi sono rarissimi e che se ne trovano altri, simili da fuori a questi, ma dentro senza cuore e che egli, trovando difficile adattarsi a ingoiare le foglie, per lo più s’accontentava di astenersi dagli uni e dagli altri.

Rispondendo a uno che gli aveva chiesto quale fosse il tempo peggiore della vita umana, disse: “Eccetto quelli del dolore e del timore, tendo a credere che i momenti peggiori siano quelli del piacere, perché la speranza e il ricordo di questi momenti, che occupano il resto della vita, sono migliori e assai più dolci dei piaceri stessi.” E paragonava i piaceri umani agli odori, perché riteneva che questi lascino desiderio di sé più che qualsiasi altra sensazione piacevole; e, di tutti i sensi dell’uomo, riteneva che il più difficile da appagare nella ricerca del piacere fosse l’odorato. E paragonava gli odori all’aspettativa dei beni, dicendo che le cose profumate buone da mangiare, o da gustare in altro modo, di solito superano con l’odore il sapore, perché gustate piacciono meno che a odorarle, o meno di quanto dall’odore ci si aspetterebbe. E raccontava che talvolta gli era accaduto di sopportare con impazienza il tardare d’un bene ch’era già certo di conseguire, non per la voglia di quel bene, ma per timore di diminuirne il godimento avendovi riposto aspettative molto superiori a quello che ne avrebbe poi cavato, e perciò nell’attesa aveva fatto di tutto per distogliersi dal pensiero di quel bene come si fa da quello dei mali.

Diceva altresì che ognuno di noi, da quando viene al mondo, è come quello che si corica in un letto duro e disagiato, dove, sentendosi subito scomodo, si volge su un fianco e sull’altro, cambia posizione continuamente e va avanti così tutta la notte, sempre sperando di poter infine dormire un po’ e a volte credendo di star per addormentarsi, finché, venuta l’ora, senza essersi mai riposato, si alza.
Osservando con altri certe api occupate nelle loro faccende, disse: “Beate voi, se non comprendete la vostra infelicità!”

Non credeva si potessero contare tutte le miserie degli uomini, né deplorarne abbastanza una sola.
Alla domanda di Orazio, come mai nessuno è contento del proprio stato, rispondeva: “Perché nessuna condizione è felice. Non meno i sudditi che i principi, non meno i poveri che i ricchi, non meno i deboli che i potenti, se fossero felici, sarebbero soddisfattissimi della loro sorte e non invidierebbero quella altrui, perché gli uomini non sono più incontentabili di qualunque altra specie, ma non possono appagarsi che della felicità. Ora, essendo sempre infelici, quale meraviglia che non siano mai soddisfatti?”

Osservava che, se uno si trovasse nella condizione più felice, ma senza potersi ripromettere di migliorarla in nulla e per nessuna via, si può quasi dire che sarebbe il più misero degli uomini. Anche i più vecchi hanno progetti e speranze di migliorare in qualche modo la propria condizione, e ricordava un passo in cui Senofonte consiglia chi debba comprare un terreno di acquistarlo fra quelli mal coltivati, perché, dice, un terreno che non può darti più frutto di quello che già dà, non ti rallegra quanto uno che vedessi andare di bene in meglio, e di tutti gli averi, quelli che vediamo accrescersi ci danno molta più gioia degli altri.

Per contro, notava che nessuno stato è così misero da non poter peggiorare e che nessun mortale, per quanto infelicissimo, può consolarsi né vantarsi di essere tanto infelice da non poterlo diventare di più. Benché la speranza non abbia limiti, i beni degli uomini sono finiti; anzi il ricco e il povero, il signore e il servo, in proporzione al loro stato, con le abitudini e coi desideri loro, hanno in genere più o meno lo stesso livello di bene. Ma la natura non ha posto limite ai nostri mali, e la stessa immaginazione quasi non può figurarsi calamità tanto grande che per qualcuno della nostra specie non si verifichi nel presente, o mai si sia verificata, o almeno non possa verificarsi. Pertanto, se la maggior parte dell’umanità non può che sperare l’aumento del bene che possiede, nessuno in questa vita può non aver ragione di timore, e se presto la fortuna non può offrirci più nulla, non perde però mai la capacità di colpirci con danni nuovi e tali da superare la disperazione più grande.

Rideva spesso dei filosofi che credono ci si possa sottrarre al potere della sorte, che disprezzano i beni che si possono conseguire o mantenere e i mali che non si possono evitare, o di cui non ci si può liberare, e li reputano come fossero cosa d’altri e ripongono beatitudine e infelicità solo in ciò che dipende totalmente da loro stessi. Opinione sulla quale, fra l’altro, diceva: “Lasciamo stare che, se mai vi fu chi per gli altri vivesse da vero e perfetto filosofo, nessuno visse né vive in tal modo per sé; e che tanto è possibile non curarsi delle cose proprie più che delle altrui, quanto curarsi delle altrui come fossero proprie. Ma, ammesso che la disposizione d’animo che dicono questi filosofi fosse possibile, che non è, e si trovasse pure vera e realizzata in qualcuno e anche più perfetta di quanto essi dicono, confermata e resa connaturata da un uso lunghissimo, sperimentata in mille casi, forse per ciò la beatitudine e l’infelicità di costui non sarebbero in mano alla fortuna? Non soggiacerebbe alla fortuna quella stessa disposizione d’animo che questi presumono debba sottrarne? La ragione dell’uomo non è continuamente sottoposta a infiniti accidenti, innumerevoli malattie che recano idiozia, delirio, frenesia, furore, scempiaggine? Cento altri generi di pazzia breve o duratura, temporanea o definitiva, non la possono forse turbare, indebolire, stravolgere, annientare? La memoria, conservatrice della conoscenza, forse non si logora e diminuisce continuamente dopo la giovinezza? Quanti nella vecchiaia tornano fanciulli di mente! E quasi tutti a quell’età perdono il vigore dello spirito. Come per qualunque affezione del corpo, pure se si conserva intatta ogni facoltà dell’intelletto e della memoria, il coraggio e la costanza sogliono, quando più, quando meno, languire e non di rado si spengono. Infine, è grande stoltezza ammettere che il nostro corpo è soggetto a cose che non sono in nostro potere e poi negare che l’animo, che dipende dal corpo quasi in tutto, soggiaccia anche ad altro oltre che a sé stesso.”  E concludeva che l’umanità è interamente, sempre e inevitabilmente, in balìa della fortuna.

Chiestogli perché gli uomini nascano, rispose per scherzo: “Per apprendere quanto sia meglio non esser nato.”