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Oggi presentiamo il ventiduesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro meditato e sapiente palinsesto sui Ragionamenti memorabili di Filippo Ottonieri firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in sette puntate)

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CAPITOLO TERZO

A proposito di qualcosa che gli era accaduto, disse: “Il perdere una persona amata, per qualche accidente improvviso, o per malattia breve e rapida, non è tanto acerbo quanto vedersela distruggere a poco a poco (e questo era accaduto a lui) da un’infermità lunga, dalla quale prima d’essere uccisa, sia mutata di corpo e d’animo e ridotta quasi un’altra da quella di prima. Cosa colma di miseria: perché in tal caso la persona amata non ti si dilegua dinanzi lasciandoti nell’animo, in cambio di sé, l’immagine amabile di com’era stata in passato, ma ti resta negli occhi tutta diversa da quella che avevi amata, sì che tutti gl’inganni dell’amore ti sono strappati con violenza dall’animo. E quando ella poi ti si parte per sempre dalla presenza, l’immagine prima che avevi di lei si trova cancellata da quella nuova. Così, perdi interamente la persona amata, perché non può sopravvivere neppure nell’immaginazione, che, invece di qualche conforto, non ti dà altro che motivo di tristezza. E infine, queste sventure non lasciano alcuna possibilità di sollevarsi dal dolore che recano.”

Lamentandosi uno di non so quale pena, e dicendo: “Se potessi liberarmi da questa, tutte le altre che patisco mi sarebbero leggerissime da sopportare”, rispose: “Anzi, allora ti sarebbero pesanti, ora ti sono leggere”.

Dicendo un altro: “Se questo dolore fosse durato di più, non sarebbe stato sopportabile”, rispose: “Anzi, per l’assuefazione, l’avresti sopportato meglio.”

E in molte cose attinenti alla natura umana si discostava dai giudizi comuni ai più e talvolta anche da quelli dei saggi. Così, per esempio, negava che a chi chiede e prega siano favorevoli i momenti di qualche insolita gioia di quelli a cui porgano richieste o preghiere. “Soprattutto – diceva – quando la richiesta non sia tale da potersi soddisfare da chi ne è pregato o richiesto con solo o poco più che acconsentire, credo che nelle persone, qualunque cosa si chieda loro, la gioia non sia meno inopportuna e avversa del dolore. Perché tali passioni riempiono ugualmente l’uomo del pensiero di sé stesso, in modo da non lasciare spazio al pensiero di altri. Sia, nel dolore, il nostro male, che, nella grande gioia, il bene, tengono intenti e occupati gli animi e incapaci di curare i bisogni e i desideri altrui. Specie dalla compassione, sono del tutto estranei il tempo del dolore, perché l’uomo è tutto volto alla pietà di sé, e quello della gioia, perché allora tutte le cose umane e tutta la vita ci appaiono lietissime e piacevolissime, tanto che le sventure e i travagli paiono quasi immaginazioni vuote o se ne rifiuta il pensiero, troppo in contrasto con la disposizione d’animo di quei momenti. Per tentare d’indurre qualcuno ad agire subito, o a decidere d’agire per il beneficio altrui, i momenti migliori sono quelli di qualche gioia placida e moderata, non straordinaria, non viva; oppure, e anche di più, quelli d’una gioia che, benché viva, non ha un soggetto determinato, ma nasce da pensieri vaghi e consiste in una tranquilla agitazione dello spirito. In tale stato, gli esseri umani sono più disposti alla compassione, più inclini verso chi li prega e talvolta colgono volentieri l’occasione di beneficare gli altri e di volgere quel movimento confuso e quel piacevole impeto dei loro pensieri a qualche azione lodevole.”

Negava pure che l’infelice, narrando o mostrando in qualunque modo i propri mali, riceva di solito più compassione e cura da chi patisce travagli simili. Anzi, costoro, udendo le tue lamentele, o apprendendo della tua condizione, non fanno che considerare dentro sé i loro mali più pesanti dei tuoi. E spesso accade che, quando ti sembrano più commossi per te, t’interrompono narrandoti la loro sorte e sforzandosi di convincerti sia meno sopportabile della tua. E diceva che in tali casi avviene di solito quello che nell’Iliade si legge di Achille, quando Priamo supplichevole e piangente gli sta prostrato ai piedi e, finito il suo lamento pietoso, Achille piange fra sé, non dei mali di quello, ma delle sventure proprie, e per la ricordanza del padre e dell’amico ucciso. Aggiungeva che muove alquanto la compassione l’avere già sperimentato in sé i mali che si odono o vedono essere in altri, ma non il soffrirli in quel momento.

Diceva che la negligenza e la sconsideratezza inducono a commettere infinite cose crudeli o malvagie, che spessissimo non hanno evidenza di malvagità o crudeltà. Come, ad esempio, uno, che si trattenga fuori casa per qualche suo passatempo, lasci i servi allo scoperto a infradiciarsi nella pioggia, non per durezza e spietatezza d’animo, ma non pensandovi o non valutando il disagio di quelli. E riteneva che negli uomini la sconsideratezza sia molto più comune della malvagità, dell’inumanità e simili e che da quella abbia origine il maggior numero delle azioni cattive e che grandissima parte dei gesti e dei comportamenti umani che si attribuiscono a qualche pessima qualità morale non siano in realtà che sconsiderati.

Una volta disse che è meno pesante per il benefattore la totale e manifesta ingratitudine che l’essere ripagato di un beneficio grande con uno piccolo, col quale il beneficato, o per poco giudizio o per malizia, si creda o si pretenda sciolto dall’obbligo e il benefattore o sembri ricompensato, o per educazione gli convenga mostrare di ritenersi tale, sì che venga defraudato anche della nuda e sterile gratitudine dell’animo, che verosimilmente era certo di ottenere comunque, e gli sia tolta pure la possibilità di lamentarsi apertamente dell’ingratitudine, o di mostrarsi, come in effetti è, male e ingiustamente ripagato.

Ho udito riferire come sua anche questa sentenza: “Noi siamo portati e abituati a presupporre, in quelli coi quali ci capita di conversare, molta acutezza e capacità nello scorgere i nostri pregi veri, o quelli che c’immaginiamo di possedere, e nel riconoscere la bellezza o altra virtù d’ogni nostra parola o gesto, e anche molta profondità, grande consuetudine alla meditazione e molta memoria per individuare le nostre virtù e i nostri pregi e per ricordarli sempre, pure se non vediamo in loro queste capacità o non ci diciamo di vederle.”