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di Masolino d’Amico

Da «La Stampa» di sabato 16 luglio 1977

John Wilder ha trentasei anni, una moglie mediocre che non gli piace più, un figlio problematico e ostile, un mestiere che non lo appassiona, numerosi complessi — la piccola statura, la cultura approssimativa, la sensazione di aver fallito le occasioni importanti. Perciò beve in continuazione, e regge male l’alcol. Una volta esagera, dà in escandescenze, e un amico lo fa ricoverare al Bellevue, l’ospedale psichiatrico di New York; in seguito a un disguido (è festa, i medici sono in vacanza) viene trattenuto per una settimane a contatto con gli squilibrati del tipo peggiore.

Riemerso dalla fossa dei serpenti, tenta senza troppa energia di riorganizzare la sua esistenza. Frequenta un pacato, incolore psicanalista; su consiglio di questi, partecipa a qualche riunione dell’Anonima Alcolizzati, la nota organizzazione di mutuo soccorso basata sulla pubblica confessione del proprio vizio. Poi, miracolosamente, gli capita una relazione con una ragazza giovane e carina. Rifiorisce: la terapia gli serve ora a giustificare alla moglie le proprie assenze.

La ragazza. Pamela, si appassiona perfino alla storia del Bellevue, e lo convince a trarne un soggetto cinematografico (il cinema è stata l’unica passione, frustrata, della vita di John); procura perfino degli amici entusiasti che ne traggono un filmetto sperimentale; ma sul set John, ingelosito dal cameratismo fra Pamela e gli amici, uno in particolare, perde un’altra volta le staffe e finisce in una clinica. La lavorazione del film si interrompe, Pamele lascia John, che rincasa e riprende il rapporto con la moglie e la routine del lavoro. Ma non dura.

Quando Pamela torna a farsi viva con del denaro suo, e la proposta di tentare l’avventura a Hollywood, John pianta moglie, figlio e professione, e la segue. Ma in California i due non hanno appoggi, si intristiscono girando a vuoto; quando poi la produzione del «loro» film sembra finalmente avviarsi, sbuca come sceneggiatore proprio l’amico di Pamela che già aveva (giustificatamente) ingelosito John in passato. Così John ha una nuova crisi. Beve fino al delirio, si stacca da Pamela, combina varie stranezze; si rende indispensabile ricoverarlo nuovamente in ospedale, e questa volta, a oltranza.

La storia è coerentemente narrata (e tradotta, da Mirella Miotti; Disturbo della quiete pubblica, Bompiani, Milano, 267 pagine); ma cavarne qualcosa è difficile. Forse l’autore, che insiste nel sottolinearne l’ambientazione all’epoca dei mille giorni di Kennedy, ha voluto farne un caso paradigmatico di illusioni infrante, di vittoria del disordine. Chissà. Il messaggio non è chiaro, né sapremmo dire quanto di se stesso egli ha messo nel protagonista, suo coetaneo, alcune vicende del quale sembrano spiegabili solo in chiave personale.

Il personaggio di John Wilder comunque non riesce ad appassionarci, e nemmeno a commuoverci. D’accordo, la società non lo aiuta: i medici sono distratti, gli amici mancano di acume psicologico; ma lui non è certo migliore degli altri, completamente privo di centro etico, in perenne balìa della propria autocommiserazione, e in preda al vizio più fastidioso per i terzi, lettori compresi. Poco caritatevolmente, quando lo vediamo trascinato via dai monatti, non possiamo reprimere una sensazione di sollievo.