Keith Jarrett in The Carnegie Hall Concert michelone verri blog.jpg

Nell’ormai ultracinquantennale carriera, il pianista di Allentown, dopo gli anni ‘giovanili’ dalle capigliature afro e dal guardaroba più o meno hippy (ridotto via via a jeans e maglietta oppure chinos e polo), trova un arguto significativo compromesso, soprattutto durante le piano solo improvisations in prestigiosi teatri, tra l’abito da sera del concertismo classico-moderno e un vestire semi-casual, ispirato soprattutto a praticità e comodità. Tutto questo spiega l’uso delle snaker e delle t-shirt scure (accoppiata tipicamente sportiva) accanto a camicie e pantaloni di colore nerofumo, che simboleggiano invece il legame accademico. Nella foto al pianoforte la mise – che fa scuola, in quanto adoperata da tantissimi artisti – forse inconsapevolmente riprende quella dei cantanti francesi (Yves Montand in primis) degli anni ’40-’50: e Keith Jarrett è un po’ come la sua musica, pronta a tutte le stagioni.

E, in tal senso, per semplificare, in questo del 2006 e altri dischi Keith Jarrett è alla fine il jazzman che dà il ‘giusto peso’ al modo di vestirsi quando suona in pubblico, assai diverso da chi invece non ne dà affatto, fregandosene di ciò che indossa mentre lavora (o, meglio, quando ‘crea’ grazie all’empatia di un uditorio). Non si tratta di moda, per Keith non è un discorso su quali capi scegliere e vestire, bensì su come relazionarsi nei confronti dell’abito che fa o non fa il ‘monaco’ (l’artista Jarrett in questo caso).

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