Mediterraneo in barca Simenon Bertini Verri blog.jpg

di Mariolina Bertini

Agli inizi del 1934, la Francia vive un momento tempestoso. La morte misteriosa del truffatore Stavisky — un apparente suicidio che mette molti al riparo dalle sue rivelazioni — agita l’opinione pubblica; l’uomo che ha inondato la Francia di falsi certificati bancari ha goduto di mille complicità, anche politiche, e i giornali approfittano dello scandalo per moltiplicare le copie vendute e le edizioni speciali. Il 20 febbraio muore misteriosamente anche Albert Prince, il magistrato incaricato di redigere il rapporto sulle operazioni finanziarie di Stavisky: intorno al suo corpo, ritrovato dilaniato sui binari della ferrovia, si moltiplicano le ipotesi più romanzesche. Il direttore del quotidiano “Paris-soir” ha un’idea che gli pare brillantissima: convoca Simenon, che se ne stava tranquillo a pescare e a scrivere a Porquerolles, e gli offre di condurre, con grandi mezzi e clamorosa pubblicità, un’inchiesta parallela a quella della polizia. Il creatore di Maigret accetta e inizialmente i risultati sono quelli auspicati: il pubblico segue con il fiato sospeso la sua indagine nei locali parigini frequentati da malavitosi e informatori della polizia, ricattatori e personaggi loschi di ogni risma. Benché adotti la tecnica di Maigret, quella di impregnarsi dell’atmosfera nella quale vivono i protagonisti dell’affaire in corso, Simenon si rivela molto meno intuitivo del suo celebre commissario: attribuisce alla mafia l’assassinio di Prince inoltrandosi su piste tanto fantasiose quanto improbabili. Quando le indagini appurano che Prince si è in realtà suicidato, il giornalista-investigatore si trova in una situazione sgradevolissima: da un lato i colleghi e il pubblico ridono a crepapelle del suo scacco, dall’altra qualcuno dei mafiosi che lui ha chiamato in causa indebitamente minaccia di dargli una lezione memorabile.

Come uscire da questa impasse? Il padre di Maigret sarà un mediocre poliziotto, ma è un genio del problem solving: si fa affidare dal settimanale “Marianne”, celebre per le sue caricature politiche, il compito di raccontare ai suoi lettori il Mediterraneo, e parte, il 24 maggio, per una lunga crociera, da Porquerolles alla Tunisia, sul veliero Araldo, con un equipaggio di sei uomini. Il Mediterraneo in barca, eccellentemente tradotto ora per Adelphi da Giuseppe Girimonti Greco e Maria Laura Vanorio (postfazione di Matteo Codignola, Milano 2019, pp. 189, € 16.), si compone dei nove articoli di quel reportage e ci offre una straordinaria varietà di scenari d’epoca, dal porto di Genova agli orti dell’Isola d’Elba, dagli angoli malfamati di Malta agli splendori della Sicilia, dalle correnti turbolente dello stretto di Messina alle lussuose e discrete ville di Hammamet, allora  mecca dei gay di tutto il mondo.

Appassionato di navigazione e di pesca, sull’Araldo Simenon è davvero nel suo elemento. Cent’anni prima di lui, un altro scrittore, Théophile Gautier, aveva affermato: “io sono un uomo per cui il mondo visibile esiste”; Simenon potrebbe sottoscrivere questa orgogliosa dichiarazione, perché ha davvero il talento di far scorrere davanti agli occhi del lettore le immagini che lo colpiscono, superbe, smaglianti, indimenticabili. Valga per tutte l’apparizione, al largo, di un’imbarcazione simile in tutto a una gondola, dall’elegante carena istoriata di arabeschi:

Immaginate di imbattervi, lontano dalle coste del Mediterraneo, in una barca sottile, lunga non più di otto metri, che per lottare contro gli elementi non abbia altra arma che i remi!

Lo scafo è lavorato come un gioiello antico. Ogni decimetro quadrato di legno è scolpito e dipinto come quello delle fregate del tempo che fu.

Il colore dominante è il rosso, un rosso scuro, regale, impreziosito da una modanatura color verde Veronese.

Che potrà mai trasportare, su mari solcati da piroscafi a motore, un’imbarcazione come questa, che pare concepita per gli oziosi andirivieni di un doge?

Otto, dieci uomini che sono partiti dalla Sicilia due mesi fa. Sono pescatori. Sotto le panche, in mezzo alle gambe, tangono stipati i palangari e i tremagli.

Dove vanno?

Dappertutto! A casa loro! Nel Mediterraneo!

Non sono soltanto i pescatori siciliani a sentirsi “a casa loro” nel Mediterraneo. Simenon si compiace di sottolineare che questo mare che gli è tanto famigliare è, all’epoca, “piccolissimo”: i suoi frequentatori abituali, che viaggino per lavoro o per diporto, si conoscono tutti.

Nel Mediterraneo ci si incontra sempre, che sia nella famosa taverna di Atene dove si mangiano i gamberetti arrosto, nel quartiere delle prostitute di Porto Said o negli ombrosi suk di Tunisi.

Le barche, nell’incrociarsi, si fanno dei gran gesti di saluto.

“Buongiorno!” dice il primo, dando fiato alla sirena.

Goodbye!” risponde l’altro.

 E il commissario di bordo spiega ai passeggeri: “È un inglese che va in Australia!”

Ma questa singolare dimensione “domestica” non esaurisce certo il fascino del Mediterraneo: è un fascino fatto anche di varietà e di contrasti, di stratificazioni, di differenze, di incontri. Simenon lo coglie magistralmente in un passo ispirato dagli splendori dell’archeologia siciliana; un passo sul quale vorrei chiudere questa presentazione del libro, perché è  particolarmente rappresentativo dello sguardo del suo autore, capace di spaziare dal passato più lontano al presente e al futuro:

Mi basta alzare lo sguardo per scorgere un tempio greco del X secolo a.C., una chiesa di gusto forse meno squisito ma elaboratissima, costruita nel VII secolo della nostra èra, e una quantità di case del Rinascimento dove i poveri di oggi vivono ancora sotto volte affrescate degne di figurare nei musei.

Che cosa dimostra , tutto questo? Che gli abitanti di questa città hanno lavorato?

Ma neanche per sogno! Tutto questo dimostra che è venuta a lavorare qui gente da fuori, arrivata di propria spontanea volontà o condotta in schiavitù.

Ed è forse questo il segreto del Mediterraneo.

Arrivi da un posto o dall’altro, dalla Gallia o dall’Armenia, dalla Macedonia o finanche dall’Ungheria. Sei giovane e forte, e per di più sei un poveraccio. Allora lavori.

Solo che tuo figlio, o magari tuo nipote, impara a vivere e, invece di lavorare lui stesso, fa lavorare quelli che arrivano a loro volta dalle più remote lande barbariche.

Probabilmente è questo il senso della parola aristocrazia.

Ed ecco perché possiamo dire che tutti gli abitanti del Mediterraneo sono aristocratici.

Annunci