70556943_414770579398034_8710103799802363904_n

di Stefano Trucco

Mosca fu fondata sull’alta sponda sinistra del fiume da cui prese il nome. I campi aperti e spesso inondati dell’Oltremoscova, sulla riva destra, gradualmente si riempirono di quartieri di bottai, tessitori, tosatori, carrettieri, soldati, fabbri, interpreti ed esattori, ma la piana alluvionale che si estendeva di fronte al Cremlino rimase una catena di acquitrini e marcite.

Prima di parlarvi di uno dei libri più impressionanti che abbia letto di recente – La casa del governo. Una storia russa di utopia e terrore (Fetrinelli 2018, trad. di Bruno Amato) di Yuri Slezkine, professore americano ma nato e cresciuto in Russia – farò bene a dichiarare alcuni miei pregiudizi letterari.

Alcuni sono piuttosto soggettivi, lo ammetto: per esempio una certa preferenza per l’imponente, per i libri che contengono moltitudini, specie quelli che brulicano di personaggi. Un buon quartetto da camera sarà certo meglio di una cattiva sinfonia a piena orchestra ma a parità di valore preferisco la sinfonia. Oppure il fatto che esistono racconti perfetti ma non romanzi perfetti. L’imponenza accetta – deve accettare – una certa quantità di imperfezione e di eccentricità. Un racconto di Cechov sarà più perfetto di Guerra e pace ma per me il romanzo di Tolstoj, con tutte le sue discutibili teorie e downtime e scene di raccordo, rimane più importante. Importante, imponente e impressionante, proprio come il libro di cui voglio parlarvi.

Altro pregiudizio, un po’ meno soggettivo, è la convinzione che la Storia (ma anche la Filosofia, la Sociologia, l’Antropologia e tutti gli altri rami del sapere) dovrebbe tornare a far parte della letteratura, come era normale in passato, quando Michelet o Gibbon erano un monumento delle loro letterature nazionali tanto quanto Flaubert o Dickens, mentre oggi nessun letterato o giornalista culturale si sognerebbe di mettere sullo stesso piano, per rimanere ai classicisti, Robin Lane Fox con Ian McEwan, Paul Veyne con Emmanuel , Luciano Canfora con Michele Mari. Per non parlare della mia antica ossessione per la gigantesca biografia di Lyndon B. Johnson, 36° Presidente degli Stati Uniti, che Robert Caro sta scrivendo da quarant’anni e che è, appunto, il più grande libro americano degli ultimi decenni ma che in Italia non è mai stato né mai sarà tradotto. Ma pazienza.

Da dire che non è tutta colpa dei pregiudizi dei letterati e del mercato editoriale. A partire dalla fine dell’Ottocento la storiografia ha fatto del suo meglio per diventare una Scienza e quindi il talento letterario (per il quale ancora all’inizio del XX secolo Theodor Mommsen vinse il Nobel per la Letteratura – ah, lo sapevate che Alessandro Barbero vinse il Premio Strega nel 1996?) o anche il puro semplice stile divennero poco importanti se non sospetti. Dicevo di Robert Caro e di come sia per me il più grande romanziere americano di questo scorcio di secolo pur rimanendo uno storico rigoroso. Non solo sa scrivere ma sa anche organizzare il materiale narrativamente, così che la sua biografia di Johnson sa di Balzac e Dostoevskij, come pure di Mark Twain e Theodore Dreiser. Pensiamo invece al suo equivalente italiano, l’altrettanto titanica biografia in molti volumi di Benito Mussolini a opera di Renzo De Felice. C’è molto di discutibile, dal punto di vista interpretativo, nell’opera di De Felice ma non c’è dubbio che si tratti di uno storico vero e che operi sui documenti con scrupolo e metodo. Il problema è che si tratta di un libro quasi illeggibile: De Felice ha uno stile pesante e una notevole incapacità di organizzare il suo materiale che, specie in quelle dimensioni titaniche, lo rende davvero insormontabile.

Slezkine ha un talento romanzesco pari a quello di Caro con la differenza che dove l’americano è uno scrittore dell’Ottocento, della grande stagione del romanzo classico, il russo è un romanziere del Novecento, uno scrittore del pieno Modernismo.

L’impressione è che la pubblicazione italiana del libro di Slezkine, cioè il vero Grande Romanzo Russo del nostro tempo, sia passata sotto silenzio, tranne alcune esercitazioni retoriche su i Mali del Comunismo. Del resto, per letterati abituati ormai da anni a una dieta povera di proteine, limitata a romanzi e racconti e, i più avventurosi, graphic novel – insomma, non si esce dai confini dello storytelling – le 1000 e passa pagine di Slezkine possono essere un impegno proibitivo (e anche costosetto, diciamolo), per non parlare del problema dei nomi e patronimici russi, che già abbatté generazioni di aspiranti lettori di Dostoevskij.

Diciamolo, è una lettura impegnativa. Richiede un certo investimento di tempo e attenzione ma direi che ne vale ampiamente la pena.

In nuce La casa del governo è la storia di un palazzo di Mosca, costruito intorno al 1930 sulla riva della Moskva, a breve distanza dal Cremlino e che doveva ospitare la nomenklatura sovietica – ministri, giudici dirigenti industriali, giornalisti, accademici, scrittori, stakanovisti, esploratori artici. La ospitò, infatti, ma pochi anni dopo, durante il Grande Terrore (1935-1938) divenne un’anticamera della fucilazione o del Gulag quando gran parte dei residenti – tutti vecchi Bolscevichi che avevano cospirato sotto lo Zar, fatto la Rivoluzione, combattuto la Guerra Civile e guidato il Piano Quinquennale – venne arrestata, fucilata o mandata ai lavori forzati in Siberia, non senza pubblici processi e sconcertanti ammissioni di colpe inesistenti. Una storia nota, per esempio dal romanzo La casa sul lungofiume di Yuri Trifonov, che vi abitò bambino col padre, Valentin, e che è uno dei protagonisti del libro di Slezkine. Se n’è occupato più recentemente lo storico inglese Orlando Figes in Sospetto e silenzio. Vite private nella Russia di Stalin.

70824410_416766625614520_8887703764098613248_n
Yuri Trifonov e famiglia

La casa c’è ancora, non più privilegiata – i lussi di un tempo sono ormai molto modesti – ma ancora abitata da moscoviti qualsiasi, sicuramente benestanti data la posizione centralissima. È grossa e grigia; non la si può proprio dire bella ma nemmeno veramente brutta. Si vede che c’è un’idea dietro, però sbagliata. Oltre agli appartamenti c’erano un cinema, un teatro, negozi, caffè, palestra, asilo… Comunque, en passant: non dovremmo più parlare di casermoni sovietici ma di casermoni russi dato che hanno continuato imperterriti a costruirli dappertutto anche dopo il 1991. Evidentemente gli piacciono. Dall’altra parte del fiume c’è la candida e nuovissima Cattedrale di Cristo Salvatore. Costruita nell’Ottocento, fu fatta saltare in aria nel 1931, proprio durante l’edificazione della Casa del Governo. Sul posto doveva ergersi il titanico Palazzo dei Soviet, tanto titanico che non fu possibile erigerlo. Al suo posto, la più grande piscina a cielo aperto dell’Urss – non ridete, Mosca d’estate è deliziosa. La Cattedrale venne ricostruita, com’era e dov’era, dopo la fine del comunismo.

Slezkine ha per le mani un materiale altamente drammatico e lo sfrutta in maniera superba, seguendo in dettaglio le vite di decine di personaggi e luoghi lungo decenni incredibilmente drammatici, dallo zarismo ai giorni nostri, anche se ovviamente il vero climax del libro è l’era di Stalin. Si serve di diari, lettere, memorie, verbali d’interrogatorio, interviste, romanzi, film… E foto: il libro è riccamente illustrato, seguiamo nel tempo non solo le vite ma anche i volti dei personaggi e dei luoghi in cui vissero. Ci sono dentro dozzine di romanzi. Ma lo fa in modo, come dire, strano, non ovvio, a tratti esasperante o poco chiaro. Solo alla fine l’architettura del libro si rivela e giustifica.

Slezkine inizia descrivendo in dettaglio il quartiere prima della Rivoluzione, e i suoi abitanti, alcuni dei quali seguiremo fino alla fine. Poi però partono 40 pagine sul concetto di messianesimo in politica. Nel cosiddetto Periodo Assiale, in tutta l’Eurasia, in regioni senza contatti fra di loro o quasi, sorsero quasi contemporaneamente una serie di figure – Buddha, Confucio, Lao Tze, Zarathustra, i profeti ebraici, i filosofi greci – i cui differenti messaggi avevano una cosa comune: il mondo non era come avrebbe dovuto essere. Così cominciarono a nascere movimenti religiosi il cui obiettivo era raddrizzare un mondo fuori squadra, con tutti i mezzi leciti e illeciti. E tutti si trovarono a affrontare gli stessi problemi: cosa succede quando il Paradiso in Terra non si realizza?  Quando il Giorno Vero si rivela un episodio e non la fine dei tempi?  Quando la Casa Eterna comincia a mostrare i segni del tempo? Quando la Palude si rivela più forte? Per Slezkine il bolscevismo fu uno dei tentativi più radicali di creare il Paradiso in Terra e si può definire a tutti gli effetti una setta religiosa. La metafora della Casa e della Palude innerva tutto il racconto.

Armato di questa convinzione, l’autore provvede a descriverci il corso della Rivoluzione, della successiva Grande Delusione, poi della Seconda Rivoluzione (il Piano Quinquennale e la Collettivizzazione delle campagne) e il Grande Terrore. Ma lo fa concentrandosi sulle vite dei rivoluzionari, sulle loro avventure, sui loro stati d’animo, sui loro dilemmi e piccole corruzioni, sulle loro vite sentimentali, sulle loro vacanze, sulle loro famiglie, sulle loro vanità, sulle loro letture – soprattutto da quando, verso la metà del libro, tutti i personaggi finiscono per ritrovarsi nella Casa del Governo. Veniamo a sapere tutto di loro, le loro abitudini, i loro gusti in fatto di arredamento, soprattutto le loro idee sul matrimonio e l’educazione dei figli. Li seguiamo nelle loro dacie in campagna ma anche nelle loro visite di lavoro in villaggi spopolati dalla collettivizzazione forzata, dei loro viaggi all’estero da cui tornano carichi di regali, dei loro dubbi e delle loro manovre per fare carriera… Finché, e ce lo aspettavamo da un bel po’, non finiscono per morire quasi tutti nel Grande Terrore, uno dopo l’altro, accusando fieramente gli altri di tradimento un attimo prima di essere arrestati a loro volta…

69618748_383304075714265_7826049769070919680_n

Slezkine quasi non entra nel territorio di Solženicyn e Šalamov, vediamo ben poco del Gulag. In parte perché i suoi protagonisti vennero in gran parte fucilati, in parte, credo, per il motivo letterario di non mettersi in competizione con i due giganti.

Seguiamo la Vecchia Bolscevica che, sprofondando sempre di più nell’arcipelago concentrazionario scrive lettere sempre più disperatamente positive e ottimiste alla nonna a cui sono rimasti in custodia i figli; il giovane che, dopo l’arresto del padre, accetta di entrare a servizio della NKVD e sorvegliare i suoi amici e che un giorno fuggirà negli Stati Uniti; leggiamo pagine e pagine del ragazzo inconcepibilmente serio e idealista per cui tutto nella vita è degno di essere registrato nel suo diario e che morirà al fronte contro i nazisti; l’altro, un terrificante cameo di poche righe, che morirà calpestato dalla folla durante i funerali di Stalin, l’uomo che fece uccidere i suoi genitori; leggiamo i tentativi sempre più disperati di uno scrittore di produrre il tipo di romanzo grato al regime, fallendo ogni volta…

(Ecco, nella Casa del Governo veniamo a conoscere un mucchio di romanzi e racconti e poesie sovietiche – lunghi e dettagliati riassunti e citazioni – che a volte non paiono affatto male e a volte fanno autentico orrore. Ma visto che s’è deciso di ‘perdonare’ i vari Pound, Céline, Hamsun e Drieu La Rochelle non si capisce perché non fare lo stesso per i vari Serafimovic, Ostrovsky, Leonov e i ‘compagni di strada’ occidentali come Feuchtwanger o Barbusse – tutta gente condannata senza essere stata letta. Panico morale?)

Dopo il culmine del capitolo sul Grande Terrore, che non assomiglia a nulla se non alla ‘Parte dei delitti’ del romanzo di Roberto Bolaño 2666, uno potrebbe pensare che debba finire lì. No, perché a quel punto viene la sezione più affascinante. Stalin aveva detto che le colpe dei padri non dovevano ricadere sui figli e, incredibilmente, questo fu esattamente ciò che accadde, con pochissime eccezioni. I figli diventarono bravi cittadini sovietici, combatterono e morirono in guerra, misero su famiglia, scrissero romanzi o diressero fabbriche e non pochi fecero in tempo a vedere la fine del comunismo. Le scene in cui alcuni genitori tornano dal Gulag dopo il 1953 e non sanno né capiscono più nulla e non hanno nulla da dirsi con i figli che li trattano da estranei sono strazianti – come dicevo, non entriamo nel Gulag ma scene come queste bastano e avanzano.

Infine, Slezkine decide di tirare le fila e si capisce il perché dell’enfasi su certe cose – la famiglia, l’educazione, le letture – rispetto a altre che magari sarebbero parse più importanti. Ed è sconcertante.

Perché il Bolscevismo è finito come è finito, perché la Casa Eterna è affondata quietamente nella Palude e oggi non ne è rimasto nulla a differenza di altre religioni che si sono in un modo o nell’altro adattate alla Palude?

Il problema col Bolscevismo è che non è stato abbastanza totalitario.

Eh, scusi? Può ripetere?

Sì, perché malgrado tante chiacchiere e discussioni negli anni Venti su nuove concezioni rivoluzionare della famiglia, della donna, del sesso, finì per accettare la famiglia tradizionale. Perché la gente – i Vecchi Bolscevichi stessi, le loro mogli e madri e figlie -, nella sue case moderne e luminose, continuava a accumulare samovar e soprammobili e tappeti, il famoso ‘byt’. Perché il lusso delle stazioni della metropolitana di Mosca ricorda gli architetti italiani di San Pietroburgo. Perché i figli, così studiosi e idealisti e fiduciosi nel regime, non si sognavano affatto di studiare Marx o Lenin, ma si perdevano in Puškin, Goethe, Tolstoj, in questo incoraggiati dal regime: lo stesso Stalin regalava Robinson Crusoe al figlio.

70451346_446430429304649_6990334023297925120_n

Così dopo la vittoria nella Grande Guerra Patriottica, dopo la morte di Stalin, dopo la breve fiammata di ottimismo krusceviano, la tensione cadde del tutto e l’Urss si trascinò stancamente fino al 1991 quando evaporò nel nulla perché non aveva veramente drenato la Palude e la Palude aveva vinto alla fine e c’erano di nuovo le cattedrali, anche se ovviamente quei settant’anni sono parte della Russia di oggi e i palazzi e i simboli del regime, specie le statue di Lenin sono ancora ovunque.

Infine, dopo questo lungo e impressionante viaggio, passiamo le ultime pagine in compagnia di Yuri Trifonov, uno di quegli scrittori sovietici che nessuno legge più ma che probabilmente ne valgono la pena, uno che nella Casa del Governo aveva vissuto e ne era stato scacciato e che finisce per ricomparire in tutti i suoi romanzi.

La dimora di Trifonov, quale che sia il suo specifico tempo e luogo, rimarrà sempre la Casa sul lungofiume – perché il fiume continua a scorrere, e gli esuli dall’infanzia continuano a essere trascinati dalla corrente, o a nuotare controcorrente, spingendosi con le mani, giorno dopo giorno, anno dopo anno.

Pubblicità