Morandini oscillanti bompiani verri blog.jpg

di Claudio Morandini

Mentre lavoravo a Gli oscillanti, il romanzo che Bompiani ha pubblicato alla fine di giugno 2019, ho sentito il bisogno di mettere giù alcune riflessioni, per definire meglio la direzione che stava prendendo il libro e il mio personale rapporto – di osservatore, di tutor – con la materia narrata e con i personaggi. Le propongo qui, grazie all’ospitalità dell’amico Giacomo Verri, in due parti: nella prima parlerò della nascita delle idee poi sfociate nel romanzo; nella seconda dello sviluppo dei personaggi principali.

Com’è nata l’idea del romanzo

La prima immagine da cui sono partito è questa: un villaggio all’ombra, in basso, addossato alla montagna sul lato meno esposto al sole, e di fronte a esso, in alto, un villaggio al sole, sul lato nord. È un’immagine che mi è familiare (nella regione in cui abito, envers è detto il versante a sud, che d’inverno è afflitto dall’ombra e dalla brina, e adret quello a nord, che gode di ampia esposizione, e d’estate patisce a volte la siccità). Sono davvero due modi diversi di intendere la vita, come si può notare anche nei volti, nelle abitudini, perfino nelle iscrizioni sulle lapidi nei cimiteri: quelle al sole sono spesso sorridenti arrivederci, quelle all’ombra sofferti epicedi dopo vite di dolore. Ecco, il contrasto tra Crottarda e Autelor – i due paesi immaginari in cui si svolgono le vicende narrate ne Gli oscillanti – non è altro che l’amplificazione, l’estremizzazione di queste differenze.

Nessun villaggio è nella realtà così chiuso alla luce da avere solo poche ore di esposizione d’estate: bisognerebbe abitare in una concavità, nel fondo di una dolina (appunto). Per questo la mia Crottarda è situata in una geografia che è facile immaginare (come certi paesaggi che si sognano, e che solo nel sogno appaiono dettagliatissimi e dotati di un loro senso), ma non “vedere”, o “disegnare”.

Come in certi miei libri precedenti, siamo dentro una geografia sbilenca, flessibile, deformabile come un’anamorfosi (tempi che si dilatano oltre i cicli stagionali, luoghi dalla prospettiva ingannevole: ancora una volta ammetto il mio personale debito con Carla Vasio, che proprio sulla dilatazione di spazi e tempi mi ha insegnato moltissimo). E non c’è solo la geografia di superficie: sotto si irradia tutto un mondo di cunicoli, caverne, passaggi nascosti. È qualcosa che si è fatto strada sempre più nettamente man mano che procedevo nella scrittura: questo senso di sprofondamento, che paradossalmente mi viene ogni volta che si parla di montagna, e che qui caratterizza un’intera comunità, tutta una vallata, ha probabilmente origine in una delle mie prime letture, il Voyage au centre de la Terre di Jules Verne, che si è impresso definitivamente nel mio modo di vedere e percepire e interpretare la montagna – un romanzo di montagna al contrario, in cui si scende invece di salire, e in cui la montagna è percorsa all’interno, non in superficie.

Gli oscillanti è nato anche dall’incrocio di altre suggestioni: per esempio il carattere giocoso, anzi beffardo, della gente di montagna, così poco esplorato dalla letteratura, che predilige invece figure bucoliche o elegiache o eroiche, in ogni caso seriose (ed è una giocosità strana, un po’ folle, talvolta feroce, disperata); o ancora la difficoltà di integrarsi e capirsi tra persone di città e persone di montagna, o tra adulti civili (fin troppo) e adolescenti selvatici, confusi, rozzi, freneticamente vitali.

Il paesaggio umano e fisico de Gli oscillanti è nato da queste idee nell’estate del 2018: e mese dopo mese si è fatto storia, percorso umano, esperienza condivisa.

Il romanzo è, alla fine, una specie di storia gotica che però si ferma prima dell’apparizione, della rivelazione, della mostruosità, dell’epifania, del raccapriccio. Staziona da qualche parte tra il brivido (reale, fisiologico, perché fa freddo davvero, a Crottarda) e il sospetto, tra l’abbandono totale, la pervicace intenzione di conoscere e il desiderio di non spingersi oltre. È un mondo pieno di buchi, anche reali, come le doline che punteggiano il paesaggio della vallata, e anche ingannevole, perché quella non è una vera vallata, ma una gigantesca dolina in cui tutto sta sprofondando – ma in cui non vedremo sprofondare nessuno. È dominato da un radicamento al suolo, alla terra, e da un senso profondo di gravità, che attrae verso il basso, verso l’interno.

Se sembra un’allegoria, è un’allegoria involontaria. È piuttosto una condizione interiore, trasferita all’esterno, nella dimensione corporale e nella geografia.

Gli oscillanti insomma non si spinge troppo nel fantastico, oscilla (pardon) in una zona al limite da realismo e fantastico (quel “realismo largo” che con felice espressione mi ha attribuito Domenico Calcaterra). Questo sfiorare senza spingersi oltre è proprio anche della protagonista: lo vediamo anche nel suo modo di vivere (o di raccontare) i suoi sentimenti. Che cosa accade tra lei e Fausto? Non lo sapremo mai, possiamo solo sospettare che vi sia qualcosa di più della simpatia e della complicità amichevole dipinta da lei con parole quasi sempre prudenti (e, quando sono meno prudenti, virgolettate da una specie di senso di decenza).  La sua reticenza non è incapacità di agire, ma piuttosto pudore nel descrivere. Vuole metterci a parte di qualcosa, ma non di tutto: non è esplicita, mai.

Che la protagonista pensi e rimugini troppo è certo, al punto che potremmo addirittura supporre che molto, se non tutto, di ciò che vive a Crottarda sia frutto di sue elucubrazioni, se non di vere e proprie allucinazioni. Poco importa: per lei ciò che viene sognato, pensato, temuto o sperato accade davvero. In questo non si distingue dai crottardesi, che, come lei dice, sembrano vivere in una sorta di dormiveglia in cui sfumano i confini tra realtà e immaginazione.

Man mano che scrivevo si è imposto un altro tema, che forse è il tema di sempre e di tutti, quello del comunicare. Ne Gli oscillanti si incentra attorno al sistema di segnali sonori con cui i pastori si terrebbero in contatto a grandi distanze. Che sia in realtà un bluff emerge quasi subito, e che i versi che fanno siano scherzi per ingannare gli studiosi o gli stranieri è chiaro dalla metà circa del romanzo. Ma può esserci del vero, in quel caos burlesco? Un fondo nascosto di significato, in mezzo all’arbitrio di suoni senza senso, che sfugge agli stessi pastori? La protagonista sembrerebbe pensarlo – sembra aver bisogno di pensarlo, per non sentirsi totalmente avvolta dall’insensatezza. I suoi strumenti di analisi – strumenti da musicologa, più che da semiologa – non le consentono però di andare tanto più in là della trascrizione.

Esistono comunità isolate che hanno sviluppato davvero un sistema di suoni con cui comunicano a distanza. In una regione della Turchia viene usata una gamma davvero ampia di fischi, con cui si può intavolare una conversazione fatta di domande, risposte, eccetera; lo stesso accade presso una comunità nelle Canarie. Anche altrove, in altre enclave, si sono elaborati linguaggi sonori che gli abitanti padroneggiano con nonchalance. Lo stesso yodel alpino non è solo un abbellimento nel canto, ma ha un valore semantico, di richiamo. Oggi questi codici sono noti, si organizzano dei festival, si girano documentari. Ai tempi de Gli oscillanti, cioè gli anni Ottanta, si trattava ancora di un campo d’indagine sconosciuto, o almeno poco frequentato.

Ora, a differenza di quanto accade presso queste solide comunità di pastori e contadini, orgogliose dei loro linguaggi, i crottardesi fingono, simulano, giocano. Il loro è un gioco via via più disperato con i fondamenti del linguaggio. Fingono di comunicare, anche tra loro, ma non comunicano davvero. La loro condizione preferita sembra essere il silenzio, o almeno il borbottio indistinto, il mugugno, il rumoreggiare delle bocche. Forse non hanno nulla da dire, possono solo fingere di dire qualcosa, e trovare una parvenza di sollievo nel burlarsi di chi crede che vi sia un senso nascosto in ciò che emettono. I loro segnali sono insensati come tante delle azioni che fanno, che restano indizi disseminati che forse non avranno soluzione.

***

Claudio Morandini è nato nel 1960 ad Aosta, dove vive e insegna. È autore di racconti e di romanzi ed è tradotto in diverse lingue. Dopo Le maschere di Pocacosa, libro per ragazzi scritto per Salani, con Bompiani ha pubblicato nel 2019 Gli oscillanti, con cui prosegue la sua personale esplorazione del lato in ombra, folle e paradossale, della vita e della letteratura di montagna.