Foschini Il vento attraversa le nostre anime bertini verri blog.jpg

di Mariolina Bertini

Nel 2008, con Il cappotto di Proust, fortunata detective story intessuta di fatti rigorosamente autentici, Lorenza Foschini era rimasta ai margini della biografia del romanziere. Ci aveva accompagnati nella Parigi in cui, dopo la sua morte, da un lato nasceva per lo scrittore della Ricerca una sorta di culto, che induceva collezionisti e antiquari a dar la caccia a manoscritti e reliquie varie, dall’altro l’ottuso perbenismo di alcuni familiari (in particolare della cognata Marthe) condannava alla distruzione montagne di lettere e abbozzi che avrebbero potuto contenere rivelazioni compromettenti sulla sua omosessualità. In quel libretto, fitto di storie portate per la prima volta alla luce, Proust restava sullo sfondo, immobile e lontano come un’icona; nel nuovo libro di Lorenza Foschini (Il vento attraversa le nostre anime. Marcel Proust e Reynaldo Hahn. Una storia d’amore e d’amicizia. Mondadori, Milano 2019) occupa invece, insieme all’amico musicista Reynaldo Hahn, il centro del racconto. Insieme a lui entriamo nella serra belle époque della pittrice Madeleine Lemaire, percorriamo le spiagge della Bretagna battute dalle tempeste e, in una delle scene più suggestive, ascoltiamo Reynaldo cantare canzoni popolari e un’aria di Gounod su una gondola che solca i canali addormentati di Venezia in una notte di primavera del 1900. Quello che ci propone Foschini, questa volta, è un’immersione nel mondo di Proust, nella sua vita, attraverso una ricostruzione, come quella del libro precedente, scrupolosamente documentata in ogni particolare. Oggetto della ricostruzione, il complesso legame di Proust con  Reynaldo Hahn, cui lo unisce, tra il 1894 e il 1896, un amore tormentato e in seguito un’amicizia fatta di complicità e di allegria, di profondissima tenerezza, di reciproca, affettuosa ammirazione.

Quando, nel 1956, Philip Kolb, lo studioso americano che dedicò tutta la sua vita alla corrispondenza di Proust, pubblicò un corposo volume con le lettere del romanziere a Reynaldo, e qualche rara risposta di Reynaldo a Marcel, fu subito evidente che aveva aggiunto un tassello fondamentale alla biografia dello scrittore. Non erano lettere come le altre: per quell’amico che condivideva il suo senso dello humour e il suo sguardo ironico e perspicace sui luoghi comuni e le successive infatuazioni del mondo intellettuale contemporaneo, Proust si improvvisava disegnatore e caricaturista. E se il suo talento grafico restava modesto e infantile, ne compensava le insufficienze la brillantezza inesauribile dei testi che affiancavano i disegni: un’esilarante “commedia umana” in cui la quotidianità dello scrivente, e la vita mondana e culturale della Parigi del tempo erano tradotte in un linguaggio inventato alla Queneau, fitto di deformazioni, di arcaismi burleschi, di pirotecniche invenzioni verbali. Per i biografi quella corrispondenza era una straordinaria miniera, per gli appassionati di Proust una lettura esaltante. Proprio da questa lettura è partita Lorenza Foschini per ricostruire la storia di un dialogo che attraversa l’intera vita di Proust e per riportarne pazientemente e affettuosamente in luce il contesto storico e culturale.

Nel maggio del 1894, quando Proust e Reynaldo Hann si incontrano nel salotto di Madeleine Lemaire, la pittrice che illustrerà due anni dopo il primo libro di Proust, I Piaceri e i giorni, il futuro autore della Ricerca  ha ventitré anni e Reynaldo ne ha venti. È nato a Caracas, da un intraprendente ebreo tedesco – che laggiù ha costruito strade, ferrovie e anche, racconta Foschini, “il teatro dell’opera che si è inaugurato con l’Ernani” – e da una venezuelana cattolica, di origine basca. La numerosa famiglia Hahn – Reynaldo è il minore di dieci tra fratelli e sorelle – si è però trasferita a Parigi dal 1877 e la Francia sarà sempre per il musicista l’amatissima patria d’elezione, di cui  conoscerà a fondo tanto la tradizione letteraria quanto il patrimonio musicale.

Se negli anni che seguono il 1918 e il premio Goncourt a All’ombra delle fanciulle in fiore Reynaldo sarà l’amico meno noto di uno dei più celebri romanzieri d’Europa, nel 1894 le cose stanno molto diversamente. Reynaldo, che si è esibito come enfant prodige del canto, a soli sei anni, nel salotto della principessa Mathilde, è già una celebrità nei salotti parigini. Allievo di Massenet che lo stima enormemente, riscuote grande successo mettendo in musica poesie di Verlaine e di Hugo. Marcel Proust invece è ancora l’autore sconosciuto di articoli,  brevi racconti e versi che circolano soltanto nella cerchia dei suoi amici. Ascoltiamo Lorenza Foschini raccontarci il loro primo tête à tête, il 24 maggio del 1894:

Due ragazzi si guardano, si osservano nella serra di Madeleine Lemaire: uno bello, vigoroso, proveniente da un mondo lontano, conosce e parla perfettamente quattro lingue, ha già viaggiato in lungo e in largo per l’Europa e assaporato la soddisfazione e il peso del successo; l’altro segnato da una salute fragile, mai uscito se non raramente dal suo Paese, parla solo francese, ed è ancora alla ricerca di un suo futuro. Entrambi di origine ebrea, per parte di madre Marcel e di padre Reynaldo. Entrambi omosessuali. Due aspetti fondanti le loro fondazioni, indissolubili e determinanti nelle loro esistenze come nella loro arte: nella società del tempo sono già avvertiti come duplice condanna.

Due ragazzi di appena vent’anni che non immaginano come, in questa sera di primavera, sia nato qualcosa che riempirà per sempre le loro vite.

Nell’estate del  ’94, ospiti  ancora di Madeleine Lemaire, al castello di Réveillon, Marcel e Reynaldo “vivono come in un sogno, lontani dalla realtà, in quell’euforia dell’innamoramento che precede l’amore”. Le discussioni su Wagner, ammirato da Marcel e detestato da Reynaldo, si alternano alle passeggiate tra i castagni del parco; annotando uno dei “momenti d’essere” condiviso con l’amato, un pomeriggio Reynaldo annota su un foglio di carta da musica: “Le sei di sera/ Il vento passa attraverso le nostre anime”. Un altro periodo di intensa felicità sarà, circa un anno dopo, quello del soggiorno in Bretagna, nella selvaggia Beg-Meil, che Proust evocherà nel prologo del suo incompiuto romanzo Jean Santeuil.

In uno dei racconti che Proust scrive in questo periodo, La fine della gelosia, la sofferenza (per altro immotivata) del gelosissimo protagonista è descritta con grande efficacia. Il giovane Honoré, al momento di andare a letto, cerca di cacciar via dalla sua mente l’immagine  dell’amata Françoise tra le braccia di un altro:

…Non era ancora apparsa, quell’immagine, ma la sentiva presente, già ben pronta e, irrigidendosi contro di lei, riaccendeva la candela, leggeva, si sforzava, con il senso delle frasi che leggeva, di riempirsi il cervello senza tregua e senza lasciare alcun vuoto, perché l’immagine orribile non avesse un momento o un interstizio per infiltrarvisi.

Ma, d’un tratto, se la trovava davanti; era entrata, e ormai non poteva più farla uscire. La porta della sua attenzione, che teneva chiusa con tutte le sue forze, sino a sfinirsi, era stata aperta di sorpresa; ora si era richiusa, ed egli avrebbe passato tutta la notte con quell’orribile compagna.

Ed è proprio la gelosia, questa malattia del desiderio che Proust conosce meglio di chiunque altro, a distruggere lentamente il rapporto d’amore tra Marcel e Reynaldo. Marcel, straziato da misteriose gelosie retrospettive, tortura l’amato con ossessive richieste di totale sincerità; Reynaldo, più pragmatico, è geloso, non senza motivo, del giovanissimo Lucien Daudet, il figlio minore dello scrittore Alphonse, con cui Marcel condivide irresistibili crisi di fou rire e lunghe visite al Louvre. Alla fine della loro relazione, il più straziato dei due sarà, suggerisce Foschini, Reynaldo, incline a una melanconia che si trasforma, nei periodi più difficili, in vera e propria depressione. Se negli anni successivi, quando il loro rapporto rinascerà in forma di fedele, duratura, affettuosissima amicizia, le lettere di Proust daranno tanto spazio al registro comico e scherzoso, sino a trasformarsi in graphic novels ante litteram, sarà proprio perché lo scrittore si sforzerà sempre di riscuotere l’amico dalla sua tristezza, di divertirlo, di distrarlo, di farlo sorridere.

 Il libro di Lorenza Foschini che ci racconta tutto questo è articolato in capitoli brevi, ognuno riferito a una data e a un luogo ben precisi. Questa struttura corrisponde, mi pare, a una scelta meditata: quella di esplicitare che il racconto del biografo non può mai restituire quel flusso continuo dell’esperienza che Bergson definiva durée, ma deve accontentarsi di giustapporre all’infinito frammenti che non sempre si incastrano armoniosamente tra loro. Ogni biografia di Proust, con i suoi vuoti e i suoi fermo immagine, viene così a somigliare un poco a quella collezione di fotografie di Paul Nadar – tratte da un’opera intitolata Le Monde de Proust – che Roland Barthes studiava e annotava alla vigilia della sua morte, in vista di un seminario che avrebbe voluto tenere al Collège de France. E ogni biografia di Proust, inevitabilmente lacunosa, come d’altronde tutte le sue corrispondenze epistolari, torna sempre ad affascinarci, per le ragioni che proprio Barthes annotava nel gennaio del 1980:

Proust, ce ne accorgiamo sempre più (…) , è l’ingresso massiccio, audace dell’autore, del soggetto scrivente, come biografologo, nella letteratura; l’opera, che non appartiene al genere biografico (Diari, Memorie), è interamente tessuta di lui, dei suoi luoghi, dei suoi amici, della sua famiglia; non c’è altro, alla lettera, nel suo romanzo (…).

L’innovazione del rapporto vita/opera, la posizione della vita come opera si rivelano a poco a poco, retrospettivamente, come un vero spostamento storico dei valori, dei pregiudizi letterari. Oggi in Proust sono l’intensità, la forza biografica che seducono e trascinano (biografie, album iconografici…).  Spostamento del mito proustiano verso l’apoteosi del soggetto biografico. Quel che io ho chiamato Marcellismo, diverso dal Proustismo.

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