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Oggi presentiamo il ventiduesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro meditato e sapiente palinsesto sui Ragionamenti memorabili di Filippo Ottonieri firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in sette puntate)

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CAPITOLO QUARTO

Osservava che talora gli uomini indecisi sono estremamente perseveranti nei loro propositi contro qualunque difficoltà, e questo proprio per la loro indecisione, giacché, per deporre la scelta fatta, dovrebbero decidere nuovamente. Talora sono prontissimi ed efficacissimi nell’attuare quel che hanno deciso, perché, temendo d’indursi da un momento all’altro ad abbandonare la decisione presa e a tornare nella travagliatissima perplessità e sospensione d’animo precedente alla decisione, affrettano l’attuazione e vi adoperano ogni loro forza, stimolati più dall’ansia e dall’incertezza di riuscire a vincersi, che dall’oggetto dell’impresa e dagli altri ostacoli da superare per conquistarlo.

Diceva a volte, ridendo, che le persone abituate a comunicare di continuo agli altri i propri pensieri e sentimenti, esclamano, pur essendo sole, se una mosca le morde, o se un vaso si rovesci o sfugga loro di mano; e che invece quelle abituate a vivere dentro sé stesse e a contenersi, pure se si sentono cogliere da un’apoplessia in presenza d’altri, non aprono bocca.

Stimava che buona parte degli uomini, antichi e moderni, reputati grandi o straordinari, conseguissero questa reputazione soprattutto per il prevalere di qualche loro qualità sulle altre e che uno in cui le qualità dello spirito siano bilanciate e proporzionate fra loro, seppure straordinarie o grandissime, difficilmente possa fare cose degne dell’uno o dell’altro titolo e apparire ai contemporanei o ai posteri grande o straordinario.

Distingueva nelle attuali nazioni civili tre generi di persone. Il primo, di quelle in cui la natura propria, e in gran parte anche la comune natura umana, sia stata mutata e trasformata dall’arte e dagli usi della vita cittadina. Di questo genere diceva essere le persone adatte agli affari privati o pubblici, a partecipare volentieri ai rapporti sociali convenienti e a riuscire gradite a coloro con cui convivono o che frequentano in qualche modo, insomma, quelle adatte a vivere la vita associata secondo l’uso odierno. E questo solo genere, parlando in linea di massima, diceva riscuotere nelle dette nazioni la stima degli uomini. Il secondo genere di persone diceva essere quello in cui la natura non è mutata abbastanza dalla condizione nativa, o perché non coltivata, o perché, per grettezza e insufficienza, poco adatta a ricevere e a conservare le impressioni e gli effetti dell’arte, della pratica e dell’esempio. Questo genere diceva essere il più numeroso dei tre, ma disprezzato sia da sé stesso che dagli altri e degno di poca considerazione: consistere, insomma, nella gente che ha o merita il nome di volgo, in qualunque livello e condizione sia stata collocata dalla fortuna. Il terzo genere di persone, incomparabilmente inferiore di numero agli altri due, disprezzato quasi quanto il secondo, e spesso anche più, diceva essere di coloro la cui natura, per sovrabbondanza di forza, ha resistito all’arte del nostro vivere attuale, l’ha esclusa e respinta da sé e ha assorbito così poco, che a tali persone non basta per gli affari e per saper trattare gli altri e neppure per riuscire piacevoli o eleganti nei rapporti sociali. E suddivideva questo genere in due specie: l’una del tutto forte e gagliarda, disprezzatrice del disprezzo che le è portato da tutti, e spesso più lieta di questo che se fosse onorata; diversa dagli altri non soltanto per natura, ma anche per volontà e di buon grado; lontana dalle speranze o dai piaceri della frequentazione sociale, solitaria nel mezzo delle città, perché non fugge gli altri meno di quanto ne è fuggita. Di questa specie aggiungeva esservi pochissime persone. Nella natura dell’altra diceva essere mescolata alla forza una forma di debolezza e di timidezza che porta a combattere con sé stessi, perché chi appartiene a questa seconda specie desidera sia frequentare gli altri, che diventare per molti versi uguale o simile alle persone del primo genere, e soffre della disistima altrui e di apparire da meno di persone che le sono smisuratamente inferiori d’ingegno e d’animo, ma, per quanta cura e diligenza vi ponga, non riesce ad addestrarsi all’uso pratico della vita, né a rendersi in società tollerabile a sé e agli altri. E diceva essere stati tali negli ultimi tempi, ed essere all’età nostra, pure in misure diverse, non pochi ingegni tra i maggiori e più fini. E quale esempio insigne recava Jean Jacques Rousseau, e, fra gli antichi, Virgilio, del quale, nella Vita latina attribuita a Donato grammatico, riferisce Melisso, pure grammatico, liberto di Mecenate, che quel poeta sommo fu lentissimo nel parlare e poco diverso dagl’incolti. E che ciò sia vero e che Virgilio, proprio per la meravigliosa finezza d’ingegno, fosse poco adatto a frequentare le persone gli pareva si potesse dedurre con probabilità sia dall’artificio sottilissimo e faticosissimo del suo stile e dal carattere proprio della sua poesia, che dal secondo libro delle Georgiche, in cui, verso la fine, il poeta, contro l’uso dei Romani antichi, soprattutto di quelli di grande ingegno, si dichiara desideroso della vita oscura e solitaria, e lascia intendere che, più che inclinato, vi è forzato dalla propria natura e che l’ama più come rimedio o rifugio che come bene. E poiché, in genere, le persone di questa e dell’altra specie, non sono tenute in pregio, se non alcune dopo morte, e quelle del secondo genere, sia vive che morte, sono tenute in poco o nessun conto, riteneva potersi affermare con sicurezza che ai nostri tempi la stima dell’umanità si ottiene in vita solo discostandosi e modificandosi di gran lunga da come si è naturalmente. Oltre a ciò, giacché nei tempi attuali nella società civile sono più le persone del primo genere, la cui natura è a mezzo fra le altre due, concludeva che anche da questo, come da altri mille segni, si può apprendere che oggi l’uso, il maneggio e il potere delle cose sono quasi del tutto in mano ai mediocri.

Distingueva poi tre stati della vecchiaia, paragonata alle altre età dell’uomo. Nei princìpi delle nazioni, quando per costumi e usi tutte le età furono giuste e virtuose e mentre l’esperienza e la cognizione degli uomini e della vita non ebbero come caratteristica prima di allontanare gli animi dall’onesto e dal retto, la vecchiaia fu più venerabile delle altre età, perché, insieme alla giustizia e a simili pregi, allora comuni a tutte, concorreva in essa, come è naturale vi si trovi, maggior saggezza e prudenza che nelle altre. In seguito, al contrario, corrotti e pervertiti i costumi, nessuna età fu più vile e abominevole della vecchiaia, incline a sentimenti cattivi più delle altre età per la più lunga consuetudine, per la maggior conoscenza e pratica delle cose umane, per gli effetti dell’altrui malvagità, più a lungo e in maggior numero sopportati, e per quella freddezza che la vecchiaia ha per natura e al tempo stesso impotente a operare il male, se non con calunnie, imbrogli, perfidie, astuzie, simulazioni, in breve con le arti malvagie più abiette. Ma, dopo che la corruzione delle nazioni ebbe superato ogni limite, e che il disprezzo dell’onestà e della virtù precorse negli uomini l’esperienza e la cognizione del mondo e del tristo vero, anzi, per dir così, l’esperienza e la cognizione precorsero l’età, e l’uomo già nell’infanzia fu esperto, addottrinato e corrotto, la vecchiaia divenne, non dico venerabile, ché da allora in poi ben poche cose meritarono questo titolo, ma più accettabile delle altre età. Perché il fervore dell’animo e la gagliardia del corpo, che in passato, favorendo l’immaginazione e la nobiltà dei pensieri, non di rado erano state in parte origine di costumi, di sentimenti e di opere virtuose, furono solamente stimoli e ministri del malvolere o del male operare e diedero spirito e ardore alla malvagità: che, nella vecchiaia, fu mitigata e sedata dalla freddezza del cuore e dalla debolezza del corpo, cose che per altro verso inducono più al vizio che alla virtù, oltre che la stessa grande esperienza e conoscenza delle cose umane, divenute del tutto inamabili, fastidiose e vili, invece di volgere i buoni alla cattiveria, come in passato, acquistò forza di diminuirne e talvolta di spegnerne l’attaccamento nei malvagi. Per cui, sui costumi, parlando della vecchiaia rispetto alle altre età, riteneva che nei primi tempi fosse come è al buono il migliore, nei tempi corrotti, come al cattivo il pessimo, nei seguenti e peggiori, di nuovo al contrario.