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Serena, nata a Roma e splendida trentenne, è un agglomerato caotico di energia e gentilezza: una specie di esplosione colorata che arriva, ti travolge e poi ti lascia con un sorriso leggero a chiederti cosa mai sia successo.

Neomamma e scrittrice, divisa tra il trasloco e le presentazioni in libreria, combatte la stanchezza a suon di risate e non si tira mai indietro, nemmeno quando le propongono un’intervista nel momento più sbagliato del mese, come ho fatto io.

Possiede un Nokia celeste che si limita a telefonare, mandare sms e a funzionare da torcia, quindi non perdete tempo a cercarla sui social. In compenso però potrete trovarla il 20 ottobre al Book Pride di Genova, tra libri e scrittori.

Con La fine dell’estate, pubblicato quest’anno da NN Editore, Serena si è guadagnata la finale e la menzione speciale della 30° edizione del Premio Italo Calvino. Il primo romanzo di questa promettente autrice ha il grande pregio di saper stupire, al di là delle vicende narrate, della scrittura morbida e della tonalità corale. Sono soprattutto le atmosfere sfumate, sospese tra sogno, ricordo e realtà storica, a catturare il lettore pagina dopo pagina, restituendo alla lettura una delle sue più ancestrali dimensioni: quella della memoria.

Il tuo libro sembra avere un’ambientazione storica e geografica ben precisa, la seconda guerra mondiale e la periferia (romana?), per trasformarsi in una sorta di quadro impressionista, in cui tempi e luoghi sfumano e trascolorano. Perché questo effetto?

Dipende tutto proprio dal primo nucleo da cui sono partita. Ho iniziato a riflettere sulla dimensione che assumono, a distanza di anni, eventi delle nostre vite che quando il passato era presente ci sono sembrati enormi. Alla prova del tempo ogni evento cambia di proporzioni, perciò il modo in cui lo ricordiamo contrasta spesso con l’effetto pratico che quel ricordo ha sulle scelte di ogni giorno. Ad esempio, possiamo avere ricordi molto vividi del modo in cui una persona parlava, magari siamo in grado di recuperare perfettamente la qualità della sua voce e il modo in cui quella voce ci faceva sentire. Eppure quella persona non la vediamo da vent’anni e non ha alcun potere su di noi: a dispetto di quanto ci sembrasse immortale il nostro legame, non ha lasciato nella realtà alcuna traccia se non un sentimento del tempo che abbiamo trascorso insieme.

Io sono partita da qui, volevo fare un romanzo sul tempo e sulla memoria.

Per riuscirci ho pensato che il mondo narrativo dovesse funzionare come funzionano i ricordi: quando ci muoviamo in un ricordo vediamo solo alcuni particolari, il resto è sfumato, proprio come dici tu.

Nel romanzo, la materia di questa memoria non sono i miei ricordi, o comunque sono ricordi di seconda mano: sono storie raccontate dai miei nonni riguardo al loro passato, perché quello era un mondo lontano ed epico (immagino che la mia generazione sia piena di gente come me, abbiamo un passato epico che non abbiamo vissuto – gli anni della seconda guerra mondiale – ma di cui lo stesso possediamo un sentimento).

Da una parte mi colpiva la potenza narrativa di quel contesto (la mia contemporaneità è un po’ meno interessante, cioè la maggior parte del tempo quando guardo fuori vedo gente in macchina visto che sto sempre nel traffico).

E poi c’era uno scarto tra quello che loro mi avevano raccontato e quello che avevo studiato o letto riguardo a quel periodo, e la responsabilità di quello scarto è proprio la memoria e la sua trasmissione. Così sono tornata al punto iniziale: cosa perdiamo insieme al tempo che ci attraversa, cosa riusciamo a trattenere.

Il tuo libro racconta storie di bambini che, a causa del momento storico e dell’ambiente in cui vivono, si trovano a dover crescere forse troppo velocemente. Come mai hai scelto di collocare i tuoi personaggi principali in questa fascia d’età?

I racconti che ti dicevo, da cui sono partita, erano tutte storie narrate con una visuale da ragazzini (i miei nonni erano giovani a quei tempi). Quindi mi è venuto spontaneo stare alla stessa altezza. E sempre il discorso sulla memoria mi ha fatto restare su quei binari. Se parliamo di ricordi, è giusto partire dal principio. Quando siamo ragazzini, non più così piccoli da non farci domande, ma ancora abbastanza giovani da non preoccuparci per le risposte, quello che vediamo è più acuminato, ci segna di più. Le prime volte sono più potenti nel generare memoria.

Serena Cover

Forse non si può parlare esattamente di “romanzo corale” nel tuo caso, ma di sicuro ci sono un sacco di storie e personaggi che si intrecciano tra loro e che alla fine costituiscono una sorta di comunità. Con quale intento?

Adesso siamo alla terza domanda e può sembrare che io avessi tutto chiaro mentre scrivevo, invece proprio no! Cioè, una parte di me si raccontava tutte quelle cose articolate che ho detto fin qua, l’altra si accollava tutto il lavoro, ecco: la scelta della coralità deriva dalla parte che ha lavorato senza farsi tante domande. Vedevo due ragazzini e subito ci vedevo intorno una comunità, perché forse è un po’ l’atmosfera che ha più a che fare con i miei ricordi di infanzia, la sensazione della banda, l’appartenenza, la classe a scuola e così via.

Come hai costruito Pietro e Augusto, i due protagonisti della tua storia?

Ho iniziato a pensare la storia dal posto e da loro. Da due amici che hanno un legame così profondo da pensare che durerà per sempre, o anzi nemmeno lo pensano, perché non ha senso porsi il problema. Ma sono giovani, e sono diversi, e quello che ancora non sanno di se stessi e dell’altro sono tutte quelle cose su cui si formerà il loro carattere da adulti. Il romanzo racconta come queste parti ancora indefinite di ognuno di loro prendono forma, creando spigoli e angoli che rendono più complicato starsi vicini.

La fine dell’estate, la fine dell’infanzia, momenti di passaggio. Ma forse, così come le stagioni si ripetono ciclicamente, anche la vita attraversa più di un’estate che poi, come ogni estate, finisce. Secondo te qual è il senso di questo scorrere?

Per me il senso sta tutto in quel discorso sulla memoria, e sul modo in cui le parti più significative della nostra vita resistono alla prova del tempo. È vero che esistono più estati, intese come momenti di passaggio, esistono inverni in cui ci perdiamo e nevicate colossali che sembrano coprire tutto, tramonti che illuminano il paesaggio come se avessimo finalmente tutto chiaro. Il punto per me è cosa resta di questi momenti quando li guardiamo da lontano, dopo anni. Le cose che credevamo di aver imparato erano corrette, e soprattutto quante erano importanti come credevamo? Oppure era solo l’ingenuità del nostro sguardo sul presente?

Terminato questo grosso lavoro, hai scelto di inviare il romanzo al Premio Italo Calvino. Cosa cercavi e cosa hai trovato nel Premio?

Il Calvino mi ha dato tantissimo, e da molto prima della finale. Ho impiegato molto tempo a scrivere il romanzo, perché d’inverno lavoravo e l’estate scrivevo, così ogni anno a giugno ricominciavo con l’obiettivo di finire per la scadenza del Calvino (e non facevo mai in tempo, ma vabbè). In questo modo il Premio è stato il mio motivatore fin dall’inizio. Poi ovviamente la menzione mi ha permesso di arrivare alle case editrici, è una specie di timbro di garanzia che permette agli sconosciuti come me di essere letti. Però non è solo questo, io stessa avevo bisogno di una garanzia, di una risposta. Di qualcuno che provasse che non era tutto solo nella mia testa, che il romanzo esisteva veramente e che potevo pure avere il coraggio di cercare un percorso editoriale.

Il cammino dal manoscritto al romanzo è stato difficile?

Il percorso è stato un po’ lungo perché nel frattempo ho avuto una bimba. La casa editrice è stata molto comprensiva e mi ha dato il tempo di conciliare maternità ed editing: abbiamo lavorato prima con calma, direi per cerchi concentrici, restringendo sempre più il campo d’azione, infine c’è stata una full immersion più impegnativa. Il senso del lavoro è stato liberare il testo iniziale dal rumore di fondo, direi, perché venisse fuori un discorso più limpido. Quindi abbiamo tagliato molte pagine, ma era giusto farlo.

Adesso che il libro c’è, che esiste, guardando indietro a quando lo scrivevi, quali sensazioni provi?

Parlare del romanzo è molto utile per il futuro, per capire cosa sono o non sono riuscita a fare e anche cosa ho ottenuto senza nemmeno rendermene conto: è un’esperienza fertile e ricca. Accanto a questo c’è sicuramente la gioia di andarsene in giro per librerie a chiacchierare di me, di scrittura e di storie. È un po’ come se questa gioia avesse cancellato le parti più difficili del processo di scrittura, i momenti di scoramento, la stanchezza. Ripensandoci ora vedo solo la parte bella, i momenti in cui scrivi, momenti verticali in cui il tempo si espande verso profondità che mettono in pausa il corso delle giornate. È una sensazione stupenda che forse si prova solo poche volte scrivendo, ma è talmente intensa che diventa il motivo ultimo, credo, per cui uno fa tutto questo percorso.

Nel tuo futuro cosa succederà, scriverai ancora?

Vorrei scrivere ancora, certo, per quel discorso del tempo verticale (che chissà se si capisce) a cui vorrei tornare al più presto. Ma non ho ancora individuato il prossimo percorso. Vorrei questo, per il futuro, il tempo e la lucidità per riorganizzarmi, lo spazio per tornare a immergermi dentro la scrittura.

Ritratti dal Calvino, in collaborazione con Premio Italo Calvino
Interviste a cura di Ella May