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Oggi presentiamo il ventiduesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro meditato e sapiente palinsesto sui Ragionamenti memorabili di Filippo Ottonieri firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in sette puntate)

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CAPITOLO QUINTO

Ragionava spesso di una qualità dell’amor proprio che oggi è detta egoismo, poiché, credo, frequentemente si offriva l’occasione di discuterne e su questo riferirò qualche sua sentenza. Diceva che oggi, se senti lodare la probità di qualcuno o vituperarlo del contrario, da chi abbia avuto a che farci o ne abbia, non ricavi di quel tale altra informazione, se non che, chi biasima o loda è soddisfatto di lui, se lo rappresenta per buono, non lo è, se lo dice malvagio.

Negava che alcuno in questi tempi possa amare senza rivale. E chiestogli perché, rispondeva:

“Perché certo l’amato o l’amata è rivale accesissimo dell’amante.”

“Poniamo – diceva – che tu chieda un piacere a chi non possa soddisfarti senza incorrere nell’odio o nell’opposizione di un terzo; e supponiamo che questo terzo, tu e la persona richiesta, per condizione e potere, siate tutti e tre uguali, poco più o meno. Io dico che verosimilmente la tua richiesta non verrà soddisfatta, pure se gratificartene avesse dovuto obbligarti molto al gratificatore, e rendergli più benevolo te che nemico il terzo, perché dall’odio e dall’ira degli uomini si teme assai più di quanto si spera dall’amore e dalla gratitudine; e con ragione, dal momento che in genere si vede che le prime due passioni operano più spesso delle opposte e sono molto più efficaci, perché chi si sforza di nuocere a quelli che odia e chi cerca vendetta opera per sé, chi cerca di giovare a quelli che ama e chi ricambia i benefici ricevuti opera per gli amici e i benefattori.”

Diceva che gli ossequi e i servigi che si fanno per speranze e progetti di trarne vantaggi di rado conseguono il loro fine, perché gli uomini, soprattutto oggi che hanno più scienza e più intelligenza che in passato, ricevono con facilità e rendono con difficoltà, ma diceva pure che simili ossequi e servigi, prestati da alcuni giovani a vecchie ricche o potenti, ottengono il loro fine, non solo più spesso degli altri, ma il più delle volte.

Le considerazioni che seguono, riguardanti soprattutto i costumi moderni, ricordo di averle udite da lui.

“Oggi nulla fa vergognare quelli esperti del mondo, tranne il vergognarsi, se qualche volta a simili persone accade.”

“La moda ha un potere stupefacente: cioè, benché i popoli e le persone siano tenacissimi in tutte le usanze e ostinatissimi a giudicare, agire e procedere secondo la consuetudine, tuttavia, contro ragione e con loro danno, la moda, se vuole, in un attimo fa loro deporre, cambiare, assumere, usi, modi e giudizi, pure se abbandonino quel che è ragionevole, utile, bello, conveniente per abbracciare il contrario.”
“D’infinite cose che, nella vita comune, o negli individui, sono davvero ridicole, è rarissimo si rida e se qualcuno ci prova, non riuscendo a comunicare il suo riso agli altri, presto smette. Al contrario, di mille cose importantissime o serie si ride continuamente e con grande facilità si inducono gli altri a riderne. Anzi, le cose delle quali si ride di solito, in realtà, sono tutt’altro che ridicole; e di moltissime si ride proprio perché per nulla risibili o non abbastanza.”

“Diciamo e udiamo dire continuamente: ‘i buoni antichi, i nostri buoni antenati’; e ‘persona all’antica’ volendo dire persona perbene e di cui fidarsi. Ciascuna generazione crede, da una parte, che l’umanità nel passato fosse migliore di quella attuale, dall’altra, che i popoli migliorino allontanandosi ogni giorno di più dalla loro origine, verso la quale, se retrocedessero, certo  peggiorerebbero.”

“Certamente, il vero non è bello. Tuttavia, anche il vero spesso può offrire qualche piacere: e se nelle cose umane il bello è da anteporre al vero, se manca il bello, il vero è da preferire a tutto il resto. Ora, nelle città grandi, tu sei lontano dal bello, che non ha più posto nella vita umana, ma sei lontano anche dal vero, perché nelle città grandi ogni cosa è finta o illusoria, quindi in esse, per così dire, non vedi, non senti, non tocchi, non respiri altro che falsità brutte e sgradevoli. Il che, per gli spiriti sensibili, si può dire sia la più grande miseria del mondo.”

“Quelli che non devono provvedere da soli ai propri bisogni, e perciò ne lasciano la cura agli altri, non possono di solito provvedere in alcun modo, o solo con grandissima difficoltà e meno bene degli altri, a un bisogno fondamentale che comunque hanno: occupare la vita, bisogno superiore a tutti quelli particolari ai quali si provvede occupandola, superiore anche al bisogno di vivere. Anzi, il vivere di per sé non è un bisogno, perché, disgiunto dalla felicità, non è un bene, ma per chi vive, il bisogno supremo e primo è condurre la vita con meno infelicità possibile. Ora, da una parte, la vita senza occupazione o vuota è infelicissima, dall’altra, il modo di occuparla con cui la vita diviene meno infelice è quello del provvedere ai propri bisogni.”

Sosteneva che l’uso di vendere e comprare uomini era utile al genere umano e ne adduceva come prova che l’uso d’innestare il vaiolo nacque a Costantinopoli, da dove passò in Inghilterra, e di là nelle altre parti d’Europa, dalla Circassia, dove le epidemie di vaiolo, pregiudicando la vita o la bellezza dei fanciulli e dei giovani, danneggiavano molto il mercato che fanno quei popoli delle loro fanciulle.

Raccontava di sé che, appena lasciate le scuole ed entrato nel mondo, si era riproposto, da giovanetto inesperto e amico della verità, di non lodare mai persona o cosa che non gli paresse davvero lodevole. Ma che, trascorso un anno, in cui, mantenendo quel proposito, non ebbe lodata cosa né persona alcuna, timoroso di dimenticare totalmente, per mancanza d’esercizio, quanto non molto prima aveva imparato sul genere encomiastico o laudativo, aveva rotto il proposito e di lì a poco se n’era distolto del tutto.

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