Ray Gelato in Giants Of Jive michelone verri blog.jpg

Esistono nella sto ria del pop diversi artisti che legano il proprio nome non solo alla musica, ma pure a una spettacolarità che si protrae nel tempo, grazie a una vis teatralizzante (quasi sempre comico-umoristica) composta da gesti e mimica, con un modo di vestirsi che risulta più costume di scena che capo di abbigliamento: iniziatore in tal senso resta Cab Calloway con papillon, tuxedo, borsalino, esageratamente fuori misura, da clown o da cartoon. Ma anche Ray Gelato, fin dal CD d’esordio (Giants Of Jive, 1989), si presenta in gangster style anni ‘30-‘40, dal gessato al doppiopetto, dai cravattoni sgargianti alle scarpe bicolori, per evidenziare la propria revivalistica appartenenza a un microcosmo estetico-musicale in cui la memoria visiva è già pregnante fin da questa istantanea in bianconero.

Questo disco neo swing di Ray Gelato fa insomma capire un discorso sull’abbigliamento inteso, in questo caso, come moda-jazz e dintorni; e basterebbe, non solo per Gelato, frequentare assiduamente i concerti all’aperto o al chiuso, per osservare il guardaroba dei jazzisti e capire, di conseguenza, se oggi esista una moda-jazz o precipue tendenze vestimentarie tra i diversi musicisti. Da alcuni decenni sembra che ormai l’abbigliamento del solista, dell’accompagnatore, del combo, dell’orchestrona dipenda quasi esclusivamente dal tipo di atteggiamento mentale che ogni jazzman nutre verso la propria immagine davanti a una platea o inconsciamente davanti a uno specchio.

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