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Oggi presentiamo il ventiduesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. Un altro meditato e sapiente palinsesto sui Ragionamenti memorabili di Filippo Ottonieri firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in sette puntate)

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CAPITOLO SESTO

Usava farsi leggere ora un libro ora un altro, per lo più di scrittori antichi; e interpolava man mano la lettura con qualche suo detto, quasi annotazioni a voce, su questo o quel passo. Leggendogli dalle Vite dei filosofi di Diogene Laerzio che, interrogato Chilone su cosa differissero i colti dagl’incolti, aveva risposto: “Nelle buone speranze”, Ottonieri disse: “Oggi è l’opposto, perché gl’ignoranti sperano e i sapienti non sperano nulla.”

Similmente, sentendo, dalle stesse Vite, l’affermazione di Socrate per cui al mondo vi sia un solo bene, la conoscenza, e un solo male, l’ignoranza, osservò: “Della conoscenza e dell’ignoranza antica non so, ma oggi rovescerei questo detto.”

Nello stesso libro, trovato il seguente dogma della setta degli Egesiaci: “Il sapiente, qualunque cosa faccia, farà ogni cosa a suo proprio beneficio”, disse: “Se tutti quelli che si comportano così sono filosofi, venga pure Platone e attui la sua repubblica in tutto il mondo civile.”

Lodava molto una sentenza di Bione di Boristene, citata dal medesimo Laerzio, secondo cui i più travagliati di tutti sono quelli che cercano le felicità maggiori, e che, al contrario, i più beati sono quelli che più possono e sogliono nutrirsi delle felicità minime, che, una volta passate, possono riprendere e assaporare a loro piacimento nella memoria.

Riferiva alle varie età delle nazioni civili quel verso greco che, tradotto, suona: “I giovani fanno, i maturi consultano, i vecchi desiderano”, osservando che all’età presente non resta che il desiderio.
A un passo di Plutarco, così riportato da Marcello Adriani il giovane: “Molto meno avrebbero tollerato gli Spartani l’insolenza e le buffonerie di Stratocle, che aveva persuaso gli Ateniesi a sacrificare come vincitori, e poi, quando essi, appreso della rotta, si sdegnavano, aveva detto: – Quale ingiuria vi feci, dacché seppi tenervi in festa e in gioia per tre giorni? –, “Ottonieri aggiunse: “Potrebbe rispondersi molto a proposito così a chi si lamenta della natura, soffrendo che essa, per quanto può, tenga celata la verità agli umani con molte apparenze vane, anche se belle e piacevoli: – Quale ingiuria nel tenervi lieti per tre o quattro giorni? –” E in altra occasione affermò potersi riferire alla nostra specie, circa gli errori che le sono propri, quel che scrive Tasso del fanciullo indotto con inganno a prendere la medicina: “e da l’inganno suo vita riceve”.

Essendogli letto un passo dei Paradossi di Cicerone che, tradotto, suonerebbe: “Forse le voluttà rendono la persona migliore o più lodevole? E c’è forse qualcuno che sia lodato o si vanti del goderle?”, commentò: “Caro Cicerone, non oso dire che i moderni divengano migliori o più lodevoli a causa delle voluttà, ma più lodati, sicuramente. Anzi, devi sapere che oggi quasi tutti i giovani si propongono e seguono, come solo cammino di lode, quello che porta alle voluttà. Delle quali non solo, una volta ottenute, si vantano e ci costruiscono racconti infiniti con amici ed estranei, con chi vuole e con chi non vorrebbe udire, ma oltre a ciò, ne desiderano e se ne procurano moltissime non per le voluttà in sé, ma come motivo di lode e di fama, e come materia di cui gloriarsi; moltissime poi se ne attribuiscono o non ottenute, o neppure cercate, o del tutto inventate.”

Notava che Arriano, nella sua storia delle imprese di Alessandro Magno, scrive che, nella battaglia d’Isso, Dario collocò i soldati mercenari greci all’avanguardia dell’esercito, Alessandro i suoi mercenari greci nelle retrovie, e riteneva che da questa sola circostanza già si sarebbe potuto prevedere l’esito della battaglia.

Non criticava, anzi, lodava e amava che gli scrittori ragionassero molto di sé stessi, perché diceva che in questo sono quasi sempre e quasi tutti eloquenti, e hanno di solito lo stile buono e appropriato, pure contro il carattere del tempo o della nazione o loro proprio. E non deve meravigliare, perché coloro che scrivono sulle cose proprie hanno l’animo fortemente preso e occupato dalla materia, non mancano mai di pensieri e di sentimenti da essa suscitati nel loro animo, né presi da altri, né bevuti da altre fonti, né comuni e triti. E con facilità si astengono da ornamenti solo frivoli o non adeguati, da grazie e da bellezze false, o che hanno più apparenza che sostanza, da affettazione e da quanto non è naturale. E riteneva completamente falso che i lettori di solito si curino poco di quanto gli scrittori dicono di sé: prima, perché tutto quello che realmente è pensato e sentito dallo scrittore stesso, e detto in modo naturale e appropriato, genera attenzione e fa effetto, poi, perché mai si rappresentano o trattano le cose altrui con più verità ed efficacia delle proprie. Ora, tutti gli esseri umani si assomigliano fra loro nelle qualità naturali, negli accidenti e in ciò che dipende dalla sorte. E le cose umane, quando vengono riferite a sé stessi, si percepiscono molto meglio e con più sentimento di quando riguardano gli altri. E, a conferma, ricordava, tra l’altro, l’arringa di Demostene per la Corona, dove parlando di sé l’oratore si supera in eloquenza; e Cicerone, che quasi sempre fa lo stesso quando parla di sé, e in particolare la sua Miloniana, che è tutta meravigliosa, ma nel finale, dove l’oratore introduce sé stesso, è meravigliosissima. Come, nelle orazioni di Bossuet, dove il passo più bello ed eloquente è quello in cui l’oratore, nel chiudere le lodi del Principe di Condé, fa riferimento alla propria vecchiezza e alla morte vicina. Tra gli scritti di Giuliano imperatore, che in tutti gli altri è sofista spesso intollerabile, il più sagace e lodevole è la diceria che s’intitola Misopogone, cioè contro la barba, dove risponde alle canzonature e alle maldicenze dei cittadini di Antiochia contro di lui. In tale operetta, a parte gli altri pregi, non è molto inferiore a Luciano, né per grazia comica, né per quantità, acutezza e vivacità di umori, laddove in quella dei Cesari, che pure imita Luciano, è sgraziato, povero di facezie, e inoltre debole e quasi insulso. Tra gli italiani, d’altronde quasi privi di scritture eloquenti, l’apologia che Lorenzino de’ Medici scrisse a giustificazione propria è un esempio di eloquenza grande e perfetta in ogni parte. Anche Torquato Tasso non di rado è eloquente nelle prose dove parla molto di sé, e quasi sempre eloquentissimo nelle lettere, dove non tratta, si può dire, che dei suoi casi.

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