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Fotografia di Antonella Cilento

Ho letto tardi Althènopis, a paragone con i libri che mi hanno cambiato la vita, molti dei quali letti fra i dieci e i tredici anni, l’età in cui ho iniziato seriamente a scrivere.

Ho letto Fabrizia Ramondino quando ormai avevo vent’anni, eppure era un libro, quello suo d’esordio, Althènopis, appunto, che molto aveva a che fare con gli anni della mia iniziazione. A dieci anni, molte volte l’ho già raccontato e scritto, nel 1980, lessi, poiché era libro d’obbligo scolastico, Il mare non bagna Napoli di Anna Maria Ortese.

Il libro sostava in quell’anno di prima media, del terremoto d’Irpinia e della morte di mio nonno, in compagnia di Pavese, Prima che il gallo canti, e di Ignazio Silone che, non lo sapevo, allora, era morto due anni prima.

Nessuno si preoccupava di farci leggere libri adatti alla nostra età, per fortuna.

Certo, qualcuno era purgato: per esempio Silone era intitolato, invece di Pane e vino, Vino e pane e mancava delle scene di sesso che, però, brillavano nella loro assenza.

D’estate, poi, leggevo Agatha Christie e negli anni precedenti avevo saltellato da Salgari a Verne, da Stevenson a Lord Jim, alle numerose letture per “signorine”, che di solito scansavo ma poi, leggendo qualunque cosa mi capitasse a tiro, finii per leggere comunque, da Alcott a Paola Masino, oggi dimenticatissima.

Era però quel racconto di Ortese che lessi per primo, fra tutti il meno difficile a dieci anni, Un paio di occhiali, che mi avrebbe costretto alla scrittura. Perché in quel racconto alla piccola Eugenia mettevano gli occhiali, come era successo a me; perché era molto cecata, come lo ero io, e doveva stare attenta a non scassarli che costavano ottomila lire vive vive, e anche a me erano giunte minacce analoghe; perché, in fine, il negozio di ottica di Eugenia era lo stesso dove andavo anche io, l’Ottica Sacco di Napoli.

De te fabula narratur, dicevano gli antichi e così era successo: gli adulti non erano questo splendore, la gradazione alta della miopia dava nausea, l’infanzia era un fatato inferno.

Era iniziata una strana relazione che metteva insieme le letture adulte e letture d’avventura, letture di fantasia e letture di storia, il fantastico, la memoria, la visione e l’apparizione, tutte linee che Ortese, avrei scoperto negli anni a seguire, aveva praticato e che, in piccolo, a mia misura, mi riguardavano.

Hoffmann, i giapponesi, le linee meno ovvie e più inquiete del quotidiano immaginare erano penetrate nella mia vita, in apparenza così normale, di ragazzina studiosa e silenziosa.

Ci sono date che sono boe dell’esistenza, come nelle narrazioni esistono boe per le vite dei personaggi: il 1980 sarebbe tornato e tornato. Al liceo era solo l’anno d’uscita de Il nome della rosa che, per l’eccessivo successo, certe mie compagne non volevano leggere ma io me lo lessi e mi divertii. Poi sarebbe stato l’anno dell’esordio di Pier Vittorio Tondelli, all’università, quando ottenni su di lui la tesi di laurea: Altri libertini usciva appunto nel 1980. E solo l’anno dopo usciva Althèonopis di Fabrizia Ramondino.

A guardare le uscite di un certo anno si trovano a volte delle sorprese, accostamenti improbabili, segnali, in questo caso, di un’editoria non del tutto piegata (ancora) alle mode di mercato, anche se Altri libertini, in un tentativo di inganno, si vendeva al lettore come “romanzo” invece che raccolta di racconti.

Althènopis è, dopo i romanzi di Ortese, e con tutta l’opera di Fabrizia Ramondino, l’esito più alto della letteratura italiana dell’ultimo Novecento. Parlo di un esito complessivo, di una voce autoriale ma anche di un libro, in particolare, che lessi terrorizzata di ritrovarmi, come mi ero ritrovata nelle pagine di Ortese. A dieci anni ero spavalda e ignara, a venti vedevo già l’orizzonte dei miei limiti.

Abitano dentro Althènopis nonne, zie e zii, madri, parenti e affini, ombre, comparse, capostipiti (e ragazzine che sembrano ragazzini), che mi sembrava di conoscere: erano le stesse ombre che mi ruotavano in casa, fra bisnonne, nonne, e zie, e zii.

La geografia della famiglia e la mappa del tempo si muovono in Althènopis come in un caleidoscopio, come capita a Napoli in un libro di frammenti che Ramondino intitolò Dadapolis, raccogliendo le testimonianze di filosofi, scrittori, viaggiatori di ogni epoca passati da Napoli. Una grande città, una sola famiglia messe sotto la lente frazionante e ricombinatoria del caleidoscopio.

Non solo il romanzo tradizionale era spezzettato per luoghi, per geografie camuffate, inventate e al tempo stesso riconoscibili, trasparenti (Itri e Castellammare sotto falso nome, la stessa Napoli detta Althènopis) ma ogni capitolo era segnato da note: dunque oltre ai saggi (o alle tesi d’università) note a margine erano tollerate anche dalla narrativa?

La scoperta mi conquistò, anche perché nelle note scorreva un’altra storia, un contro canto, spesso romanzo nel romanzo, precisazione, chiosa (ci sono voluti tanti anni perché poi ritrovassi qualcosa di analogo seppur diverso in David Foster Wallace).

La prima nota alla sezione intitolata Santa Maria del Mare, capitolo primo dedicato alla nonna, recita: “Le visioni, che sono verità rivelate, come le ossessioni, che sono verità non ancora rivelate, non si possono dimenticare; né però spiegare”.

C’è una qualche sudamericanità celata in queste pagine, un po’ Marquez un po’ Luigi Capuana, un’eternità del narrare che avvicina Proust alla viscerale e alimentare identità mediterranea, che fa di Fabrizia Ramondino non la semplice paladina degli oppressi (come pure il suo impegno politico aveva dimostrato prima del suo esordio e avrebbe proseguito negli anni e nei lavori a venire), né la banale sceneggiatrice di film, attività in cui fu coinvolta quasi controvoglia al principio, ma una seria mangiatrice d’ombre, che dialogava e dialoga con tutti i maestri (e le maestre) che le sue pagine evocano.

“La nonna apparteneva invece a un’epoca in cui si era riusciti a far coincidere l’eternità della storia con quella della vita, sicché la storia trascorreva in progresso – ma di questo si occupavano gli uomini – e la vita terrena in vita eterna – e di questo si occupavano le donne, in preghiera ai capezzali”.

L’ironia feroce con cui era necessario difendersi dai mali della vita, quelli che i bambini intuiscono e subiscono negli adulti (pensando poi di non riviverli da adulti, di non ripetere l’errore che, regolare, torna), mi era familiare. L’aria “mareada” del padre della bambina che ci racconta Althènopis, diventando poco alla volta ragazza e poi donna, l’aria “disgustata” mi era nota: il cibo che dà nausea, il cibo collegato ad obblighi e punizioni, a libertà rubate, la nausea dell’obbedienza.

C’è un capitolo dedicato alle ville e alle ragazzine che le abitano, ambientato d’estate, al mare, che mi causava acuti mal di pancia: la narratrice, che vaga con altri compagni di gioco, quasi tutti maschi, proletari, sporchi, ruzzolanti, sulla spiaggia, osserva ragazzine prigioniere, cui di continuo viene impedito di fare il bagno se non dopo un certo numero d’ore da ogni pasto, asciugate di continuo, rivestite, cambiate, imbacuccate. A casa di queste ragazzine, dove pure la narratrice è invitata a pranzo, non si mangiano zuppe di fagioli e ceci ma pallide mozzarelle e a tavola ci sono candidi, quanto inspiegabili bicchieri di latte.

Se ero stata la bambina cecata di Ortese, di certo ero stata anche la ragazzina circondata da ipocondriache ansie balneari (mangiando si lotta con la morte ma pure facendo il bagno: tre ore, almeno tre ore anche da un minuscolo biscotto), che solo l’età adulta aveva con fatica debellato. Ma ero stata anche più dalla parte della zuppa di fagioli che da quella delle mozzarelle: forse perché avevo una famiglia bifocale, mio padre zuppa di fagioli, mia madre aspirante alle mozzarelle nella porcellana.

La verità è che Althènopis mi parlava davvero da vicino ogni volta che rompeva lo schema borghese delle madri: “I nostri re e le nostre regine interrompevano spesso le loro regali funzioni per andare a cacare, e giù allora risate degli ascoltatori (…) nei letti delle principesse c’erano le pulci, la nostra Biancaneve aveva i pidocchi, e non quindi perché pensosa si grattava il capo”.

Ecco perché Althènopis mi piaceva, perché mi ricordava mio padre che, agitando l’indignazione di mia madre, recitava Idillio ‘e mmerda di Ferdinando Russo: “Nu juorno na cacata sulitaria, mmeza annascosta dint’ ‘a nu sentiero, c’ ‘o sole ‘e luglio e c’ ‘o profumo ‘e ll’aria, s’annamuraie d’ ‘o strunzo ‘e nu pumpiero”.

E poi c’era la morte, compagna fedele dell’infanzia: vecchi che si ammalavano e morivano, vecchi che s’intestardivano in una vita d’apparenze…

La zia Callista, pittrice milanese, che tiene il marito relegato in uno stanzino:

Amava la zia Callista trasformare le case in regge. Perfino a Milano dipinse in oro e celeste le porte del suo appartamento anni ’30 sito di fronte alla Stazione Centrale; e aveva quell’appartamento un terrazzo che la zia trasformò in loggia althenopea, dipingendo in rosso borbone i muri che lo cingevano, prima grigi di smog, e infiammandone i parapetti di gerani (…) Ché la zia callista avrebbe voluto trasportare la Milano operosa degli anni ’50 sul Mediterraneo e al tempo del Rinascimento. D’altra parte, con l’ausilio della tecnica, tutto pareva possibile nella Milano di quegli anni. A queste due qualità bastava aggiungere il gusto. E a questo compito la zia Callista si sentiva chiamata.

Tanto la zia Callista ha una volontà di ferro, quanto suo marito, lo zio Giobatta, grigio nell’aspetto, si rinchiude nel ferro dei suoi chiodi, nello stanzino degli attrezzi e dei francobolli, in una vita separata stile Luigi XVI (Callista come una borghese e althenopèa Maria Antonietta?), per sfuggire alle angherie invadenti della moglie.

Ma la galleria dei parenti è tutta indimenticabile e struggente: lo zio Chinchino, ricco ed eclettico, obeso ed esotico, che anche sul letto di morte chiama un burattinaio ad animare gli scheletri d’argento delle sue vetrine. Lo zio Chinchino che fa credere ai suoi ospiti di sniffare cocaina e invece gli offre polveri per starnutire; o appronta cazzi di marzapane da far succhiare alle amiche.

L’esorcismo della morte che la memoria esercita è potente, catartico, in Althènopis.

Si ferma, o si affatica, solo nei capitoli finali del ritorno a casa, quando la narratrice visita le stanze della madre, nuova geografia adesso più intima, meno distante, fatta di oggetti e abitudini, di numerosi addii.

Succede con alcuni libri e con taluni racconti o romanzi (che so, con Babel’, con Cechov e Maupassant, con Bulgakov, per fare solo esempi sommi) che gli anni passino e rientriamo fra le pagine trovando nuove parti di noi, che prima c’erano ma invisibili, come se invecchiando, a poco a poco, ci avverassimo nei libri che da bambini o da ragazzi tanto ci avevano colpito, e allora non sapevamo bene il perché (o credevamo di sapere e invece). Succede sempre con Althènopis, a me, e anche con tutti gli altri libri di Fabrizia, che ho incontrato una sola volta mentre era ancora fra noi, le ho letto accanto, in una manifestazione napoletana, ma lei, purtroppo, poco seguiva di quel che le dicevamo, degli inutili complimenti, dell’ammirazione, dell’onore che ci faceva a sedersi su una sedia vicina a noi.

Comunque, si sarebbe fatta una bella risata, ne sono sicura, ci avrebbe sfottuto.

E avrebbe avuto ragione.

 

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