Nadia Terranova un'idea di infanzia bertini verri blog

di Mariolina Bertini

La prima volta che ho preso in mano un volumetto della Piccola biblioteca di letteratura inutile dell’editore Italo Svevo sono stata colpita e divertita – come tutti, credo – dal fatto che non si poteva leggerlo senza usare il tagliacarte.  Con le sue pagine intonse, quel piccolo libro mi riportava agli anni Cinquanta, a certi volumi  della biblioteca di mio padre, dagli ampi margini bianchi ,  protetti a volte da una sovraccoperta di carta velina. Quando mi sono familiarizzata con le peculiarità di quella collana così riconoscibile, ideata da Giovanni Nucci, ho imparato ad apprezzarne l’eleganza,  che non è dovuta soltanto alla splendida grafica di Maurizio Ceccato, ma anche alla costante imprevedibilità dei testi scelti  e alla cura impeccabile con la quale vengono presentati. Così non li ho più persi di vista, quei librini  ruvidi e preziosi, che accanto alle pagine di Caproni Sulla poesia  (2016) ospitano le taglienti riflessioni di Alfonso Berardinelli (Non è una questione politica, 2017), la voce accorata di  Lisa Ginzburg sul mondo degli espatriati  (Buongiorno mezzanotte, torno a casa, 2018), le sorprendenti pagine di diario di Elvio Fachinelli (Grottesche, 2019) e molto altro.

Un’idea di infanzia di Nadia Terranova (Libri, bambini e altra letteratura, Piccola biblioteca di letteratura inutile, Italo Svevo, Trieste-Roma, 2019, pp. 103, € 13,50) non poteva trovare una sede editoriale più in sintonia con la sua ottica non convenzionale e con il  suo linguaggio insieme rigoroso e quotidiano, agli antipodi di ogni paludato accademismo.

Chi segue la stampa quotidiana e i suoi supplementi sa che è molto difficile che oggi si parli di libri per ragazzi senza scivolare nello snobismo o nel moralismo. L’atteggiamento snobistico è quello di chi tende a demonizzare l’intrattenimento e a guardare dall’alto tutto quel che non è ispirato alle mode culturali più recenti.  Quello moralistico si è naturalmente aggiornato rispetto al moralismo ottocentesco o primonovecentesco, che proponeva testi miranti a far accettare le disuguaglianze sociali (“ Sia scarsa la mensa, sia logoro il sajo/ si addoppian le forze del buon operajo”) e a esaltare l’ubbidienza come madre di tutte le virtù;  continua però a vedere nella letteratura un mero strumento per trasmettere , soprattutto alle nuove generazioni, contenuti edificanti,  come la condanna del bullismo, del razzismo, della devastazione dell’ambiente,  della sottovalutazione della creatività femminile.   Quella di Nadia Terranova è una delle rare voci sulla letteratura per bambini e giovani adulti  in cui  non c’è traccia né di snobismo né di moralismo. Sin dalle prime pagine, l’autrice di Un’idea d’infanzia  mette in chiaro i propri presupposti:

La letteratura per ragazzi significa soprattutto libertà, e gli adulti che non hanno smesso di leggerla sono più liberi degli altri; hanno meno barriere, non hanno paura di essere etichettati né di etichettarsi.

La prima libertà è quella che spetta agli autori,  la libertà, per esempio, con cui il grande Maurice Sendak racconta e disegna con “infinito divertimento” l’avventura del piccolo Max che, punito dalla mamma per essersi travestito da lupo e aver combinato in quell’abito rovinose monellerie, evade Nel paese dei mostri selvaggi che lo nominano loro re, sino al momento in cui, stanco di danze scatenate, torna a casa attirato dal profumo della cena.  Nel 1963, al suo primo apparire – ricorda Nadia Terranova – il capolavoro di Sendak fece scandalo e ancora oggi i recensori della nuova traduzione proposta da Adelphi si sono ritenuti in dovere di addomesticarne, con rassicuranti interpretazioni psicoanalitiche, il testo “liberatorio, esilarante, ipnotico”.

Poi c’è la libertà delle vacanze che si aprono, alla fine della scuola, come “una prateria lunga tre mesi”, le cui “ore calde”, per gli adolescenti, “non passano mai”. Davvero, come consigliano gli insegnanti ben intenzionati, quelle ore calde vanno sempre consacrate a capolavori imprescindibili, al Giardino dei Finzi-Contini, a Se questo è un uomo? Nadia Terranova che, a differenza di molte professoresse, ricorda bene le proprie esperienze di lettura infantili e adolescenziali, non ne è affatto sicura. A volte, ci suggerisce, è un romanzo “rosa”, come quelli di Giana Anguissola, ricchi di sapienza psicologica e di humour rassicurante, a offrire a una giovanissima lettrice quel che le serve per affrontare le svolte di un’età difficile; a volte possono essere i polizieschi che hanno per protagonista la diciottenne Nancy Drew a soddisfare la fisiologica sete di avventura di un  pubblico  minorenne avido di storie sempre nuove; a volte è la fortunata serie del Diario di una Schiappa a rassicurare, con la medietà del protagonista Greg, i ragazzini qualsiasi con la felpa qualsiasi che si riconoscono in lui. Non che la letteratura per ragazzi sia una notte in cui tutte le vacche sono nere e tutti i libri si equivalgono: Nadia Terranova ha un senso molto vigile della qualità, lo dimostrano le pagine nelle quali fa le sue scelte tra i “libri silenti” – cioè tra gli albi in cui le immagini non sono accompagnate da un testo –, e la sua attenzione alle incursioni nella letteratura per ragazzi di autrici come Magda Szabó o Ada Gobetti. Ma è consapevole di quel misterioso margine di imprevisto da cui dipende a volte l’importanza di un libro per un lettore in formazione; margine al quale ha dedicato pagine illuminanti nel suo recente Fuori da noi (cose, piante, città)  la scrittrice-editrice Giovanna Zoboli.

Questa libertà un po’ anarchica nella quale spaziano, per Nadia Terranova, le scelte di autori e lettori, non sarà il terreno ideale per i fraintendimenti, per le letture abusive, per le interpretazioni tendenziose o troppo soggettive? Certo che lo è, ma non è detto che sia un male. L’autrice ce lo  spiega con un esempio che è tra le pagine più notevoli del suo libro: l’esempio della sua lettura di Pinocchio.

È una Nadia alquanto delusa quella che, approdata in quarta ginnasio, si vede assegnare dalla professoressa d’italiano non la lettura di un libro “da grandi”, ma quella di una favola: Pinocchio. La favola si rivela più interessante del previsto, perché è ricca di colpi di scena, ma non seduce particolarmente la sua giovane lettrice. Alla fine, la professoressa chiede ai suoi studenti di pronunciarsi sul finale del racconto – la trasformazione del burattino riottoso in un bravo bambino – e di valutare se la morale della storia sia ancora attuale (siamo nel 1991). Desiderosa di compiacere l’insegnante, Nadia si schiera a favore dell’attualità di quel finale ottimistico; cambiando le carte in tavola, l’insegnante legge allora alla classe il finale originario scritto da Collodi, quello in cui Pinocchio muore impiccato, invocando l’aiuto del babbo suo creatore. Per la futura scrittrice è uno choc, ma uno choc salutare:

… Che Pinocchio morisse come Cristo, rivolgendo le ultime parole a un genitore che non avrebbe potuto liberarlo dalla condanna, mi sembrò terribile e potentissimo. Ripensai a tutto il libro con un altro sguardo. Ripensai anche a me in modo diverso: perché avevo risposto con tanta superficialità a una domanda profonda, e avevo avuto paura di indagare dentro di me? (…) Fu quello il mio primo, vero giorno della nuova scuola.

Qualche anno dopo, Nadia scoprirà che molti editori di Pinocchio, non paghi del finale edulcorato imposto all’autore dal suo pubblico, hanno messo in circolazione versioni ridotte, dalle quali sono state eliminate tutte le parti considerate “impressionanti” (N.d.r.: qui la più recente edizione dell’originale testo di Collodi). Pinocchio è stato vittima della stessa “interpretazione distorta dell’ascolto dei bisogni dei bambini” che porta molti adulti a  mettere al bando le fiabe più truculente, le storie di orchi, di streghe  e di draghi nelle quali “la paura fa parte della vita”. Si ritiene più educativo incoraggiare la celebrazione di Halloween, dove la paura, confinata in un suo ghetto festoso, viene allegramente esorcizzata. Ma così va perso il ruolo più prezioso delle fiabe terrificanti: quello di fornire ai bambini una sorta di “dizionario” delle emozioni più temibili e inquietanti. Potremmo dire, per concludere, che su questo tema le riflessioni di Nadia non sono troppo lontane da quelle che Chesterton, nel 1909, opponeva ai suoi contemporanei, preoccupati di difendere il candore e la fragilità dell’infanzia dalla violenza delle fiabe tradizionali:

Le fiabe non suscitano la paura nei bambini, in nessuna forma; le fiabe non danno al bambino l’idea del male o del brutto e cattivo; queste idee sono già insite nel bambino, perché fanno parte del mondo reale. Le fiabe non danno al bambino la prima idea dell’uomo nero. Quel che le fiabe danno al bambino è la prima, chiara idea della possibilità di sconfiggere l’uomo nero. Il bambino è a conoscenza del drago, fin dal primo momento in cui lo riesce ad immaginare. Quel che la fiaba fornisce al bambino è un San Giorgio che uccida il drago.

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