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Oggi presentiamo il ventitreesimo testo del progetto di riscrittura delle Operette morali di Giacomo Leopardi. L’ultimo intelligente palinsesto sul Parini o della gloria, firmato da Alba Coppola, italianista specializzata in Letteratura del Rinascimento. (Poiché il testo dell’Operetta è molto lungo verrà suddiviso in diverse puntate)

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CAPITOLO PRIMO

Giuseppe Parini fu, per quanto possiamo ricordare, tra i pochissimi italiani a coniugare l’eccellenza nella scrittura, la profondità dei pensieri, la vasta conoscenza teorica e la prassi della filosofia contemporanea: ormai tutte così necessarie alla letteratura, che non si comprenderebbe come potessero esserne separate se non ne vedessimo in Italia esempi infiniti.
Fu anche, com’è noto, singolarmente puro, pietoso verso gli infelici e verso la patria, fedele agli amici, d’animo nobile e resistente alle avversità della natura e della fortuna, che travagliarono tutta la sua vita povera e umile, finché la morte lo trasse dall’oscurità. Ebbe numerosi allievi, ai quali insegnava prima a conoscere gli uomini e quel che li riguarda, poi a dilettarli con eloquenza e poesia. Tra gli altri, a un giovane straordinariamente incline, per natura e passione, ai buoni studi ed eccezionalmente promettente, suo allievo da poco tempo, parlò un giorno come segue.
“Tu cerchi, o figliuolo, la sola gloria, a cui, si può dire, chi è di nascita modesta, oggi può pervenire, quella a cui a volte si arriva attraverso la cultura e gli studi delle buone dottrine e delle buone lettere. Innanzitutto, non ignori che questa gloria, pure non trascurata dai nostri sommi antenati, rispetto alle altre fu tenuta in poco conto, e hai visto bene in quanti luoghi e con quanta insistenza Cicerone, suo appassionato e felicissimo seguace, si scusi coi suoi concittadini del tempo e della cura che poneva per procurarsela, ora adducendo che gli studi delle lettere e della filosofia non lo rallentavano minimamente rispetto alle faccende pubbliche, ora che, costretto dall’iniquità dei tempi ad astenersi dalle occupazioni più importanti, con quegli studi impegnava dignitosamente l’ozio. E sempre anteponeva alla gloria dei suoi scritti quella del suo consolato e di quanto aveva fatto a beneficio della repubblica. E in effetti, se il soggetto principale della letteratura è la vita umana, il primo intento della filosofia è ordinare le nostre azioni e senza dubbio l’agire è tanto più degno e più nobile del meditare e dello scrivere, quanto il fine è più nobile del mezzo e quanto le cose e i soggetti contano più delle parole e dei ragionamenti. Anzi, nessun ingegno è creato dalla natura per gli studi, né l’uomo nasce per scrivere, ma soltanto per agire. Perciò la maggioranza degli scrittori eccellenti, e soprattutto dei poeti illustri del nostro tempo, come, ad esempio, Vittorio Alfieri, furono dapprincipio straordinariamente inclinati alle grandi azioni, dalle quali, per essere inadatti i tempi, e forse anche ostacolati dal proprio destino, si volsero a scrivere cose grandi. In realtà, non sono adeguati a scriverne quelli che non hanno disposizione e valore per compierne. E puoi facilmente accorgerti quanti pochi in Italia, dove quasi tutti sono d’animo alieno da opere egregie, acquistino fama duratura con gli scritti. Io penso che l’antichità, specie romana o greca, si possa ben rappresentare come la statua che era ad Argo di Telesilla, poetessa, guerriera e salvatrice della patria, raffigurata con un elmo in mano, intenta a guardarlo compiaciuta, mentre sta per metterlo in capo, e ai piedi ha alcuni volumi, da lei quasi dimenticati, come piccola parte della sua gloria.
Ora, tra noi moderni, esclusi di solito da ogni altro percorso che conduca alla fama, quelli che si mettono sulla via degli studi manifestano con tale scelta la massima grandezza d’animo oggi possibile, e non devono scusarsi con la loro patria. Pertanto, quanto alla magnanimità, lodo sommamente il tuo proposito. Ma, giacché questa via, in contrasto con la natura umana, non può essere  percorsa senza danno del corpo, né senza moltiplicare in vari modi l’infelicità naturale dell’animo, perciò, reputo conveniente, e dovuto al mio ruolo e al grande amore che meriti e che ti porto, mostrarti, in base a quanto ho appreso dall’esperienza o dalla riflessione, non solo certe difficoltà che si frappongono a conseguire la gloria cui aspiri, ma anche il frutto che ne trarresti se la conseguissi, affinché tu misuri  l’importanza, il valore del fine, la speranza d’ottenerla, e i danni, le fatiche, i disagi che derivano dal ricercarla (te ne parlerò specificamente in altra occasione), perché tu possa con piena consapevolezza valutare e decidere se ti conviene perseguirla o dedicarti ad altro.”