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Scritto ben prima dei mesi tragici e surreali che stiamo vivendo, L’oblio di Philippe Forest (ed. orig. 2018, trad. di Gabriella Bosco, Fandango, 2020, pp. 221, € 18) è misteriosamente in sintonia con il nostro presente; quasi una profezia di questa nostra vita in cui la quotidianità più familiare si incrina, va in pezzi e alla fine ci sfugge di mano, lasciandoci interdetti e indifesi, con lunghe giornate vuote in cui sogni e ricordi dilagano e ci sommergono, fuori da ogni nostro controllo.

Di tutti i narratori di oggi, Forest – di cui Gabriella Bosco è da sempre la fedele e sensibile traduttrice – è uno dei più ingannevoli. Ci attira nel suo mondo con una voce cristallina e suadente, che pare voler condividere con noi frammenti d’esperienza tra i più innocui e banali. Ma quando, dopo averlo seguito fiduciosi, ci guardiamo intorno, quel che ci circonda non è né innocuo né banale: siamo in un quadro di Escher o di Magritte, in un labirinto di specchi, in un mondo paradossale in cui realtà e finzione rimandano l’una all’altra senza fine e senza soluzione di continuità. Quel mondo è una metafora della nostra vita, e questo non ha nulla di rassicurante; ma nel momento in cui lo constatiamo, intuiamo la presenza, la vicinanza di moltissimi esseri umani che stanno facendo o faranno la stessa constatazione, e ci sentiamo un po’ meno soli, un po’ meno sperduti.

Il narratore de L’oblio una mattina, al risveglio, si accorge di aver perduto una parola; di averla perduta come ogni giorno perdiamo gli occhiali, il cellulare, le chiavi. Ma gli occhiali, il cellulare, le chiavi, è facile cercarli, perché sappiamo come sono fatti; la parola perduta, invece, è svanita nel nulla e il nostro eroe non ha idea di quale fosse, ne ha dimenticato del tutto forma e significato. Quella perdita, poi, ha aperto una falla minacciosa nella sua mente; ha dato inizio a un vortice in cui forse l’intero linguaggio potrebbe inabissarsi. D’altronde, si dice lui ragionevolmente, non mancano i sintomi di una crisi del linguaggio che investe il mondo intero, sempre più sommerso da sproloqui insensati e gerghi pretenziosi. Forse la salvezza può venire da una pacata riflessione, condotta in un luogo di silenzioso raccoglimento: questa speranza lo conduce in un’isola dalle parti della costa bretone, tranquilla e quasi spopolata nei primi rigori dell’autunno.

Sull’isola, però, i suoi motivi d’inquietudine non fanno che moltiplicarsi. Nella sua camera d’albergo, un quadro quasi bianco, che sembra riprodurre le pallide dune che si vedono dalla finestra, cambia aspetto ogni giorno. È il paesaggio che si rispecchia nel quadro, oppure è il quadro che, con i suoi impercettibili mutamenti, influenza misteriosamente il paesaggio? Che ne è stato del pittore che ha dipinto il quadro ed è poi scomparso per sempre? E le presenze, le ombre che affiorano in quelle immagini mutanti, hanno a che fare con le antiche leggende dell’isola, chiamata “l’isola delle fate”?

Le risposte che il narratore troverà alla fine della sua lunga ricerca – che lo porta a fotografare instancabilmente le dune e l’oceano, ma anche a immergersi nei propri ricordi – non liquideranno i misteri della realtà spiegandoli per filo e per segno, come accade in un romanzo poliziesco; si limiteranno a mostrarceli in una nuova prospettiva. L’oblio, l’oscurità, il vuoto – lo comprendiamo alla fine, insieme al narratore – fanno parte dell’itinerario di ogni esistenza; sono proprio loro a consentire, ad ogni svolta della nostra vita, la nascita del nuovo, l’emergere dell’impensato.

Philippe Forest ha una scrittura essenziale, e non l’appesantisce con citazioni e rimandi espliciti agli scrittori che lo hanno ispirato. Eppure, così come affiorano ombre e macchie nel quadro contemplato dal suo protagonista, nel suo romanzo affiorano innumerevoli echi di autori a lui cari: le metafore perecchiane del cruciverba e del puzzle, la teoria proustiana della memoria involontaria, i paesaggi fantasmagorici delle città di Rimbaud. Grazie al tema della memoria e dell’oblio, a Proust spetta una posizione privilegiata: viene dalla Recherche una delle riflessioni cardine del libro, quella per cui l’oblio protegge dall’usura dell’abitudine i ricordi sepolti nel profondo della nostra mente. E a Proust potrebbe ricondurci anche la conclusione del romanzo, che sfuma il confine tra realtà e finzione, mostrandocele continuamente presenti l’una nell’altra. Per Proust e per Mallarmé, però, la vita vera è la letteratura, e il mondo esiste soltanto per sfociare in un Libro; per Forest è piuttosto l’infinito racconto della letteratura che esiste per sfociare nella vita, per intrecciarsi con lei e condizionare il nostro modo di vederla. Forse l’ultima parola tra queste due ipotesi spetta a Balzac, che in Illusioni perdute fa dire al giornalista Blondet:

In letteratura ogni idea ha il suo diritto e il suo rovescio, e nessuno può arrogarsi il diritto di dire quale sia il rovescio. Tutto è bilaterale nel campo del pensiero. Le idee sono binarie. Giano, il dio bifronte, è il mito della critica e il simbolo del genio.

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