Chevaller david

di Guido Michelone

David, hai origini valsesiane. Ci racconti un po’ questa parte della tua vita?

Sono nato vicino a Parigi, ma mia madre è di Borgosesia. Lei cantava, ed è andata a lavorare in Svizzera, e poi in Francia, dove ha incontrato mio padre, musicista anche lui (compositore e arrangiatore). Da piccolo, venivo ogni estate dai miei nonni, e poi da mia zia, a Valbusaga. Ci stavo quasi tutta l’estate, e così ho imparato a parlare italiano. Ricordo numerose gite, al Sacro Monte di Varallo, a Scopello, sul monte Tovo, sul monte Fenera, eccetera. Ho continuato a venire in Valsesia il più spesso possibile fin quando ho incominciato a lavorare.

E ora torni spesso a Borgosesia? Quali contatti hai?

Ormai, purtroppo, vengo molto più raramente, ma è sempre un piacere. In un certo modo, è la mia seconda casa. Mi ci sento bene e ho tanti ricordi. Ma non ho più tanti contatti. Mio cugino Pietro, naturalmente, che è stato quasi come un fratello quando eravamo bambini. Il suo amico Massimo Giuseppe Bianchi, diventato un ottimo pianista classico, mia zia Maria-Teresa. Mio cugino Massimo vive ormai a Milano. Suo fratello Giovanni lavora in Inghilterra. Rimangono tanti ‘fantasmi’. Persone che non ci sono più.

Hai un desiderio da esprimere in merito alla ‘tua’ Valsesia e a Borgosesia in particolare?

Mah, non saprei. Probabilmente, mi piacerebbe che non cambiasse troppo. Vorrei potere ritrovare i posti come me li ricordo, ma lo so bene che una tale cosa non è possibile. Il mondo cambia, non c’è ragione che la Valsesia non cambi anch’essa.

David, ci parli brevemente della tua carriera musicale dall’infanzia fino a oggi?

Sono nato in una famiglia di musicisti, come dicevo. Sono cresciuto fra lezioni, concerti e sedute di registrazione. E mi sembrava normalissimo, perché non avevo visto altro. Ho iniziato a studiare chitarra classica a 7 anni. Durante l’adolescenza, pur frequentando il Conservatorio, ho comnciato a suonare la chitarra elettrica, improvvisando e scrivendo brani. Ho messo in piedi la prima band al liceo e dopo il diploma ho deciso di fare della musica la mia professione. Ho creato diversi gruppi per poter suonare la mia musica, incontrando tanti musicisti, molti dei quali mi hanno pure coinvolto nei loro progetti. Ho suonato con gente famosa come Laurent Dehors, Patrice Caratini, Jean-Marie Machado, Yves Robert, Denis Charolles, John Taylor e tanti altri. Ma da tempo ormai mi concentro soprattutto sula compagnia musicale che ho creato, ovvero la SonArt.

Ma hai qualche ricordo particolare della tua infanzia da musicista in erba?

Probabilmente il suono del gruppo di mia madre che prova in salotto quando ero nella culla. Oppure il pianoforte di mio padre, che suonava degli accordi mentre scriveva gli arrangiamenti proprio vicino al mio lettino.

Cos’è per te la musica?

Una porta aperta sulla nostra immaginazione. E una scorciatoia verso i nostri cuori.

E il jazz?

Penso sia impossibile definire questa musica, per come si è arricchita, nel corso degli anni, di così diverse espressioni artistiche. Per me piuttosto un modo di fare musica, più che uno stile ben definito.

I tuoi maestri nel jazz e nella musica in genere?

In ordine sparso posso dirti Purcell, Bach, Miles Davis, Bill Frisell, Kenny Wheeler, John Taylor, Monteverdi, Gesualdo, Marc Ducret, Keith Jarrett, Henri Dutilleux, Stravinski, e ne sto dimenticando moltissimi…

Esiste un ‘momento migliore’ nella tua carriera di musicista?

Il momento migliore è quando sono totalmente immerso nella fase dell’ispirazione. Ho la fortuna di non suonare la musica che non mi piace. E di essere circondato da artisti che non sono soltanto talentuosi, ma sono anche belle persone. Il momento migliore è anche quando ci si ritrova per lavorare a un nuovo repertorio. Il momento migliore è quando in scena mi accorgo che sta accadendo qualcosa di veramente speciale. Il momento migliore è quando senti per la prima volta la musica che avevi immaginato. Sono pieno di momenti migliori. Poi, la carriera, è tutta un’altra cosa…

Ma il disco migliore che tu hai pubblicato?

Difficile a dirsi. È un po’ come chiedere dei figli: quale indicare come il preferito? Li amo tutti, coi loro pregi e coi loro difetti.

C’è secondo te un legame o un nesso tra musica e politica?

Ci può essere se vuoi che ci sia. Sì, se si desidera alimentare la propria espressione artistica con rivendicazioni politiche, come avvenne ad esempio negli Stati Uniti negli anni ’50 / ’60. Possiamo anche considerare che difendere la buona musica che non ha praticamente alcun rilievo nell’industria dell’intrattenimento è un po’ un atto di resistenza politica. Io piuttosto mi riconosco in quest’ultimo caso. Nel continuare a fare vera musica, contro ogni previsione, per offrire qualcosa che non sia omologato o standardizzato.

Cosa ci dici del tuo recente album Second Life?

Questa è come la seconda puntata del mio trio, dopo Standards e Avatar. Volevo cambiare il suono del gruppo, suonando per questo repertorio solo strumenti acustici: chitarre a 6 e 12 corde e banjo. Il loro suono può evocare il folk americano, anche se la musica che suoniamo non lo è. Come spesso accade con me, passiamo da momenti scritti a passaggi completamente improvvisati. Ho la fortuna di essere circondato da due musicisti fantastici, Sébastien Boisseau e Christophe Lavergne, con i quali nel corso degli anni abbiamo sviluppato un legame intenso. Questo trio è molto vicino al mio cuore. Creeremo poi un quartetto nel novembre 2020, poiché il trombettista Tom Arthurs si unirà a noi per il progetto “Curiosity”.

Ascoltando questo e altri dischi, vi ho trovato differenti atmosfere: sei d’accordo?

Il mio background ha fatto sì che io abbia affrontato musica molto diversa, classica, barocca, jazz, improvvisazione libera, canzone popolare. Tutto ciò alimenta la mia ispirazione. Quindi mi piace mettere insieme progetti molto diversi tra loro, perché ogni volta mi stimola in modo specifico. Ma penso di avvicinarmi sempre alle cose allo stesso modo, per ottenere ancora – secondo me – un colore personale.

Come lavori con gli altri musicisti?

Come con gli amici. Penso al loro suono, alla loro lingua quando compongo e non ho mai brutte sorprese quando iniziamo a suonare insieme. Ci sono musicisti molto diversi a seconda dei progetti: jazzisti ovviamente, ma anche specialisti della musica antica, e talvolta mescolo tutto. Mi fido di loro perché so che sono molto competenti. Cerco di offrire il materiale che permetta a loro di esprimersi al meglio.

Cosa pensi della situazione del jazz in Francia prima del coronavirus?

Fino a qualche settimana fa siamo stati fortunati ad avere molti festival e alcune sale da concerto che hanno ospitato piccoli e grandi eventi jazzistici. Allo stesso modo, la cultura è meglio finanziata dalle istituzioni rispetto alla maggior parte degli altri Paesi. Detto questo, le cose stanno cambiando e, come ovunque, ci sono sempre meno soldi per le forme artistiche poco note e pochissimo spettacolarizzate. Quindi diventa sempre più complicato. Ci sono molti giovani musicisti di grande talento che arrivano ogni anno sulla scena e che vorrebbero suonare – come volevamo alla loro età – ma ci sono sempre meno concerti, quindi ciò crea disagio o difficoltà. Ovviamente, non dobbiamo essere compatiti se confrontiamo la nostra situazione con quella di altre nazioni anche europee, come la stessa Italia.